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Puglia: l'X-Factor di Taviano? Fiori, figuli e pucce

In questo reportage curiosità e segreto di una cittadina fiore all’occhiello della Puglia, tra riti religiosi, terracotte e antichi telai in un esempio virtuoso di rete e comunità che tramandano le tradizioni per ridare vitalità alla memoria

» Itinerari e Tendenze Roberta Maresci - 20/09/2019

di Roberta Maresci - C’è chi li scambia per fiaschi, chi non ne vale neppure uno e chi li fa piovere in senso di dissapore. Certo non di fronte a una bella ragazza che passa, a scandirne l’ondeggiare delle curve. Valgono invece per chiamare la palla durante una partita di calcio. Per fermare una macchina che passa col rosso. Perfino per dialogare a La Gomena, una delle isole Canarie, dove si parla il silbo gomero, una lingua formata da quattro consonanti e altrettante vocali, perché in fondo si basa su più di 400 vocaboli articolati esclusivamente con i fischi. Diversi, molto diversi, dal richiamo che la divina Lauren chiese a Bogart. «Se mi vuoi non hai che da fare un fischio. Sai fischiare, no? Unisci le labbra... e soffi!». Finite le riprese, Bogey le regalò un fischietto: d’oro con incisa la battuta. La Bacall lo indossò per tutta la vita. Alla morte di Bogart, si racconta che l’attrice ne fece mettere uno, tutto d’oro, nell’urna cineraria con su scritta la battuta. Storie di ieri, direte.

Storie di oggi, dico dopo aver visitato Taviano (Lecce) la notte tra il 7 e l’8 settembre. L’occasione è stata La Cappeddha, fiera-mercato che ricalca la festa della “Perdonanza”. Regolarizzata dal Re di Napoli Ferdinando II con un apposito decreto nel 1831, era un appuntamento per mercanti di prodotti tipici e fedeli, anche quelli che non avevano ricevuto miracoli dalla Madonna. Al punto che il Signor Magnifico Nerone Mancino di Taviano propose di costruire una chiesa (dedicata alla Madonna delle Grazie) con le offerte dei credenti. La chiesa era piccola e per questo era detta “Cappaddhuzza”, ossia Cappelluccia. L’occasione della Cappeddha è al giorno d’oggi un pretesto goloso per comprare fischietti in terracotta e “coppi”, ossia vasi, pignate, tegami, brocche, fiaschi e altri oggetti tipici della tradizione contadina e domestica salentina. I maestri figuli locali li creano, passandosi di mano stampi e torni da una generazione all’altra.

Ecco l’x-factor dei tavianesi: giocare di squadra, passarsi il testimone, condividere, tramandare le tradizioni, ridare vitalità alla memoria. Non c’è nulla da fare; tira aria di solidarietà concittadina nella Città del Dono e dei Fiori. Merito anche di un modello Salento vincente che vede la buona politica di Giuseppe Tanisi a capo di una ciurma di assessori (le quote rosa sono in numero prepotente) capaci di vincere un bando europeo per far conoscere il territorio e i suoi attrattori materiali e immateriali. L’obbiettivo c’è: un riposizionamento competitivo di Taviano come destinazione turistica anche fuori stagione, da settembre a maggio. E siamo sicuri che ne vedremo delle belle. Circumnavigando la via dell’artigianato figulo salentino andranno oltre, perché sono ben 16.266.620 gli euro arrivati dalle gare Ue cui ha partecipato il Comune, dal giugno 2016.

Non solo terracotte dunque. Perché c’è un’altra Taviano dove il tempo sembra essersi fermato. Accade varcando la soglia della casa a corte in via Crocifisso, dove Francesca Miggiano, dell’Associazione AMA (Antichi mestieri artigianali), lavora al telaio. Accade mangiando al Vico degli Scettici di Donato, dove ti sembra di essere andata a far visita a uno zio accogliente col piglio della cucina (ben più alta di quella cucinata in famiglia). Accade citofonando a Rossella Federico che, alle spalle della Chiesa barocca della Beata Vergine Maria Addolorata, in casa, custodisce un frantoio semipogeo del 1600. Accade entrando al Vecchio Forno Cornacchia, dove ci sono persone che chiedono ad Antonio e Franca, proprietari del panificio, di cuocere il loro pane fatto in casa. Capita. In cambio di pochi spiccioli, è facile vedere delle signore sedute davanti al locale e attendere il tempo della cottura a legna.

Intanto il via vai è continuo. Chi compra mustazzoli, pitteddhe, dolci con pasta di mandorle, taralli o pucce della tradizione tavianese e salentina, senza dimenticarsi della focaccia. Odora di genuinità e di famiglia la bottega dei Cornacchia. Il forno è acceso e le fragranze profumano l’ambiente: sa proprio di semplicità. Basta fare qualche passo più in là e altri accordi iodati e note acquatiche vibrano nell’aria, come la brezza che soffia sul mare cristallino. È a soli 6 chilometri da noi. Ma attenzione, perché lo scenario è paradisiaco. D’improvviso sembra di sentire il mare sulla pelle. Nel naso. Fra i capelli. Addosso. Marina di Mancaversa, la spiaggia di Taviano, è là. Sul lungomare i tamerici. Oltre acqua. Acqua azzurra. Spiaggia libera. Una virgola di sabbia tra Torre Suda e Punta Pizzo che ci attende.