Sport e Viaggi » Sport » Calcio

Calcio e Vecchio Continente: una passione 'costosa'

I mondiali di calcio 2010 hanno visto ben tre team europei salire sul podio. Il torneo ha impegnato in tutto 24 squadre e 736 giocatori. Di questi, 547 provengono dai campionati europei. L'importanza del calcio giocato nel Vecchio Continente nei confronti

» Calcio Redazione - 18/10/2010

A.T. Kearney, una società globale di consulenza, ha provato a calcolarlo attraverso uno studio esclusivo che analizza la sostenibilità dei principali campionati di calcio in Europa - Bundesliga (Germania), Premier league (UK),  Ligue 1 (Francia), Primera división (Spagna) e la nostra serie A- lungo 4 dimensioni: performance sportiva, economico-finanziaria, sociale e ambientale.  

Secondo lo studio A.T. Kearney, la Bundesliga presenta il modello più sostenibile nel lungo termine: prima per performance economico-finanziaria, terza per traguardi sportivi (ma a meno di un punto UEFA dalla Spagna), prima sotto il profilo ambientale e seconda nella dimensione sociale. Ultimo in classifica si piazza invece il nostro campionato.

In termini di pura performance sportiva, il primato positivo spetta al campionato britannico e spagnolo, che però hanno una performance economica molto negativa a causa dei faraonici investimenti per acquisire giocatori. Le squadre italiane sono penultime per quanto riguarda i successi in Europa negli ultimi tre anni, seguiti solo dalla Francia.

Deteniamo inoltre un primato decisamente non invidiabile dal punto di vista della sostenibilità finanziaria: il peggior ritorno sugli investimenti di tutto il sistema.  

L'Italia (peraltro ultima anche nella dimensione ambientale) è terza sul podio solo in termini di impatto sociale, trainata dall'alta diffusione del calcio tra la popolazione e dall'elevato numero di giocatori stranieri (per il quale primeggiamo). Questo fattore è considerato positivamente sotto il profilo sociale della diversity, ma si potrebbe obiettare che il corretto equilibrio tra talenti locali e stranieri è importante dal punto di vista della sostenibilità economica, della possibilità dei tifosi di identificarsi con le loro squadre e per la performance sportiva della nazionale. A pesare negativamente sull'impatto sociale del nostro calcio è il limitato numero di spettatori paganti – un problema, come vedremo, anche per il fatturato delle nostre squadre - ed il basso livello di fair play (misurato dal numero di cartellini gialli e rossi nel Campionato).

Lo studio A.T. Kearney mostra che oggi la performance economica e quella sportiva non sono correlate. Ovviamente esiste una forte relazione tra gli investimenti in giocatori e i risultati sportivi (con un 'ritorno sportivo degli investimenti' sopra la media per la Germania e sotto la media per l'Italia). Il problema è che poi gli investimenti non hanno un ritorno adeguato dalle fonti di ricavo tipiche di questo business.   







Il risultato è che i campionati che primeggiano in termini sportivi (Inghilterra e Spagna) sarebbero falliti in meno di un anno se non fossero costantemente ricapitalizzati. La situazione economica è appena migliore per il campionato Italiano: 'tecnicamente fallito' in due anni invece che in uno. Ciò non significa che Germania e Francia siano immuni dal rischio di crac: in realtà, il collasso di uno dei campionati provocherebbe un effetto domino e una vera e propria crisi di sistema.

Ma le squadre di calcio, di prima divisione in particolare, sono un patrimonio popolare, e il calcio è semplicemente troppo popolare per fallire. Per questo l'azienda-calcio europea si sostiene soprattutto grazie ai continui finanziamenti di magnati e banche che, pur di rincorrere il prestigio del successo sportivo, accettano ritorni molto inferiori a quelli richiesti ad ogni altra azienda (e il gap è particolarmente pronunciato nel caso italiano).   

Esistono tuttavia dei segnali di inversione di tendenza ed in questo le squadre Italiane si stanno distinguendo. Si potrebbe ipotizzare che la non brillante performance sportiva Italiana è il risultato della austerity degli ultimi anni, che però non ha ancora dato i suoi frutti a livello economico. In Italia i club che avevano storicamente investito molto in giocatori (l'Inter, ad esempio, è l'unica squadra europea che ha un valore totale di mercato dei giocatori più alto di quello della nazionale del proprio Paese) hanno recentemente lasciato andare molte stelle straniere e l'import/export di giocatori è oggi quasi in pareggio, (mentre a livello europeo il bilancio complessivo è in rosso per circa 570 milioni di euro).

Confrontando i valori degli asset delle squadre italiane con il benchmark tedesco però, gli 'asset giocatori' devono essere ridotti di ancora 800 milioni di euro (un terzo del valore attuale): è essenziale un maggiore focus sui vivai, accademie del calcio in cui far crescere internamente i campioni di domani.



Le squadre del nostro Paese, in termini di ricavi, sono molto dipendenti dai diritti TV ma hanno aumentato i ricavi più di tutti, spingendo anche sulla leva dei biglietti, il merchandising e gli sponsor. Le nostre squadre non possono contare né su stadi di proprietà, come in Inghilterrra, né su impianti ristrutturati di recente (in occasione dei Campionati del Mondo 2006), come in Germania. Naturalmente, poi, le nostre squadre non sono dei 'brand globali' come le squadre inglesi, con vasti bacini di telespettatori fin nel Far East.



È assai improbabile che il fallimento investa uno o più dei maggiori campionati europei nei prossimi anni, ma è possibile che questa sorte tocchi selettivamente a qualche club, anche tra i più blasonati, che sconteranno i livelli astronomici dei loro investimenti in giocatori. Per i campionati del vecchio continente si potrebbe parlare della necessità di imporre delle regole di 'anti-doping finanziario' per aiutare le squadre (o forzarle, se necessario) a raggiungere la sostenibilitb economica.

Sarà necessario agire sempre più come una realtà unica e integrata oltre la dimensione del singolo club, ispirandosi a modelli americani quali la NHL, l'NBA o la NFL o ad altri sport, come il rugby o il cricket, che hanno adottato misure per assicurare la combinazione virtuosa di risultati sportivi e redditività. A livello nazionale ed europeo ci deve essere un maggior controllo finanziario e bisogna poter ridurre il potere contrattuale dei giocatori, ad esempio rivedendo le norme che regolano il calcio mercato. In ultima analisi, il calcio europeo deve sviluppare un modello di business sostenibile in grado di attrarre investitori interessati a gestire il sistema secondo i principi di equilibrio economico.