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Sudafrica 2010: tra vuvuzelas e proteste degli steward, le due facce del mondiale

Si parla tanto di vietare le tipiche e rumorose trombette che caratterizzano questa Coppa del Mondo, ma il vero problema riguarda la sicurezza. Migliaia di addetti degli stadi protestano per stipendi dimezzati e condizioni di lavoro inaccettabili.

» Calcio Gianluca Colletta - 17/06/2010

Da una parte le allegre e festose vuvuzelas, le trombette tipiche del Sudafrica, che stanno caratterizzando questi mondiali, dall'altra le proteste degli steward, ai quali è affidata la sicurezza degli stadi, mal pagati e costretti a turni di lavoro massacranti. Sono le due facce della medaglia di questa Coppa del Mondo, in un paese che deve fare i conti con i suoi eterni contrasti.

Dentro e fuori gli stadi, l'atmosfera che si respira è molto diversa. Il rumore assordante delle trombette, che oltrepassa i più sofisticati sistemi audio delle televisioni e capace di coprire le telecronache dei giornalisti, rappresenta il lato gioioso del Paese, quello che non si arrende e che riesce a trovare sempre il lato positivo della vita. Dall'inizio alla fine delle partite le vuvuzelas sono le protagoniste indiscusse sugli spalti.

Ne bastano poche affinché uno stadio mezzo vuoto sembri una bolgia infernale, con milioni di tifosi pronti a sostenere la nazionale preferita. E così si assiste a scene di bambini costretti a seguire le partite con addosso grandi e pesanti cuffie per proteggere l'udito, gente che fa a gara a chi fa più rumore. Una moda, tanto che una ditta olandese ha creato un'applicazione per l'iPhone che simula il loro suono, per riprodurre lontano dal Sudafrica questa atmosfera festosa e coinvolgente, ma anche un problema per chi si trova lì a lavorare.

Allenatori, calciatori, giornalisti, che escono letteralmente storditi dagli stadi, chiedono a gran voce il divieto di introdurre le vuvuzelas negli stadi, mentre alcune grandi emittenti (con la BBC in primis) stanno studiando un sistema per eliminarle dal sottofondo delle telecronache. Le autorità locali però sono state irremovibili. Fanno parte della storia e della tradizione del popolo, hanno detto, e forse bandirle sarebbe un po' come rinnegare il Sudafrica.

Ma se dentro gli stadi è la festa a prevalere, fuori, lontano da occhi indiscreti, c'è chi lotta per uno degli annosi problemi che affliggono questo Paese, dopo anni di segregazione razziale. Ancora una volta sono i diritti, questa volta quelli degli steward, coloro a garantire l'ordine pubblico all'interno degli impianti, al centro delle proteste. Prima a Durban, poi a Città del Capo, Port Elizabeth e Johannesburg, le loro rivendicazioni stanno contagiando tutte le città sedi delle partite, mettendo a rischio, di conseguenza, ogni tentativo di garantire la sicurezza di tifosi e nazionali.

Braccia incrociate per migliaia di lavoratori che accusano gli organizzatori di non rispettare i patti. E ci sono stati anche scontri con la polizia, cui hanno fatto seguito 2mila licenziamenti. A Durban è stata organizzata una manifestazione terminata con il lancio di lacrimogeni e proiettili di gomma, con una donna finita in ospedale. Manifestazione definita da qualcuno folkloristica, se non fosse per la tragicità di un problema che si inserisce in una situazione economica-sociale molto delicata, con milioni di persone che vivono ancora nelle bidonville, dove mancano acqua e servizi igienici.

Gli steward chiedono che venga riconosciuto loro una provvigione di 550 rand al giorno, cioè poco meno di 55 euro, come era stato concordato inizialmente, contro i circa 200 rand che vengono pagati. Una questione di soldi, con i quali sfamare le proprie famiglie, ma non solo. Si lamentano di turni di lavoro massacranti, anche di 15 ore, pasti pessimi e del fatto che dopo le partite vengono abbandonati nelle stazioni di autobus e treni, invece di essere accompagnati a casa.

E la questione sicurezza preoccupa anche i tifosi. C'è chi dice di aver pagato il proprio biglietto 160 euro, pensando che venissero distribuiti alla popolazione locale, per un rilancio economico del Paese. Invece così non è. E a fronte di ingenti investimenti e profitti stratosferici dovuti ai diritti televisivi, quello che manca è proprio la tutela dei lavoratori. Un problema che potrebbe generare un caos enorme da questo punto di vista, soprattutto dopo che alcuni giornalisti sono riusciti ad entrare negli spogliatoi del Paraguay senza subire nessun controllo. Inutile immaginare cosa sarebbe successo se si fosse trattato di un gruppo terroristico come Al Qaeda, che aveva minacciato attentati durante la manifestazione.

Ci si preoccupa delle vuvuzelas. Si chiede di vietare l'aspetto festoso di questi mondiali, ma i problemi reali e seri vengono messi in secondo piano, o si tenta di nasconderli. Nel frattempo 2mila persone si ritrovano senza lavoro, scontenti e arrabbiati, dopo essere stati sostituiti nel servizio d'ordine dalla polizia. Di certo non è il modo migliore per affrontare la questione.