Scienze e Tecnologie » Natura e Ambiente » Inquinamento e Rifiuti

'Panni sporchi': come il bucato di tutti i giorni inquina le acque italiane

Nella Giornata Mondiale dell'acqua Greenpeace pubblica un dossier sulle sostanze pericolose vietate dall'Ue ma ancora utilizzate nella produzione dei capi di abbigliamento. Una volta disperse nell'ambiente possono alterare il sistema ormonale dell'uomo.

» Inquinamento e Rifiuti Redazione/GP - 22/03/2012

Quando vengono utilizzate per realizzare capi d'abbigliamento alla moda sembrano abbastanza innocue. Invece alcune sostanze, prevalentemente tensioattivi utilizzati nel settore tessile, così innocui non sono, tanto che nel 2003 una direttiva europea ne ha vietato l'utilizzo, anche in percentuali minime. Se impiegate nella produzione di vestiti, queste sostanze vengono rilasciate nell'ambiente dopo il lavaggio in lavatrice e, non essendo trattenute dai sistemi di depurazione, una volta disperse in acqua si trasformano in 'nonilfenolo etossilate' (Npe), un composto tossico che sarebbe in grado di alterare, anche a livelli molto bassi, il sistema ormonale dell'uomo. Non solo. Questi composti tenderebbero ad accumularsi nei tessuti dei pesci, di altri animali e organismi che si trovano lungo la catena alimentare e che hanno come destinazione finale le tavole degli italiani.

È quanto emerso dalla terza edizione del dossier 'Panni sporchi 3' di Greenpeace International e pubblicato in occasione della Giornata Mondiale dell'acqua, il 22 marzo, che racchiude un'indagine condotta su 52 prodotti tessili appartenenti a 14 marchi[1], tra cui Kappa, Ralph Lauren e Calvin Klein, misurando per la prima volta la variazione delle quantità di nonilfenoli etossilati presenti nel tessuto prima e dopo il lavaggio domestico. In quasi la metà dei campioni, oltre l'80 per cento di queste sostanze contenute nei capi appena comprati sono fuoriusciti dopo un solo lavaggio. 

"I risultati di questa indagine dimostrano che l'impatto dell'industria dell'abbigliamento non si ferma al Paese di produzione - afferma Vittoria Polidori responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace -, ma arriva ai Paesi consumatori creando un ciclo globale dell'inquinamento tossico. Le aziende tessili devono affrontare il problema e impegnarsi per l'eliminazione delle sostanze pericolose nell'intera filiera". Già nel 2011 le ricerche su queste sostanze condotte dall'associazione ambientalista avevano prima evidenziato gli scarichi inquinanti dell'industria tessile nei fiumi della Cina (dossier 'Panni sporchi'), poi trovato tracce di nonilfenoli etossilati negli abiti di grandi firme prodotti nei Paesi emergenti e venduti poi in occidente (dossier 'Panni sporchi2'). Così Greenpeace ha lanciato la campagna 'Detox' di che ha convinto prima i leader dell'abbigliamento sportivo Puma, Nike, Adidas e poi altre tre aziende fra cui H&M, Li-Ning e C&A ad impegnarsi per eliminare tutti gli scarichi tossici nella catena di fornitura e nei prodotti in commercio entro il 2020.  

IL CICLO TOSSICO CONTINUA: MODALITÀ DI ANALISI SUI CAMPIONI. La nuova ricerca per il 2012 commissionata da Greenpeace International rivela cosa succede quando le sostanze di cui sono intrisi abiti e tessuti  vengono rilasciate nell'ambiente dopo il lavaggio in casa. La presenza di questi  composti nel prodotto tessile, è legata all'uso che si fa di queste sostanze durante la catena di  produzione, uso che ha come effetto immediato il rilascio delle sostanze nelle acque dei Paesi  produttori. In quest'ultima indagine, un campione di 14 articoli (estratto dai 52 prodotti in commercio risultati positivi al test nel precedente dossier 'Panni sporchi 2) è stato sottoposto ad un ciclo di lavaggio domestico simulandone le condizioni standard[2]. In particolare sono stati lavati 12 articoli in tessuto e 2 prodotti che contenevano una stampa in plastisol, fra cui gli indumenti appartenenti all'italiana Kappa. I 14 campioni sottoposti a lavaggio sono stati poi analizzati per valutare il contenuto residuo di nonilfenoli etossilati. I risultati dimostrerebbero una generale perdita di queste sostanze dopo un solo passaggio in lavatrice, in quantità variabile tra le marche e, fra queste, a seconda se l'analisi è stata condotta solo sul prodotto in tessuto o sui campioni contenenti stampe in plastisol. Stando così le cose, i risultati di  questa indagine dimostrerebbero, inoltre, come l'impatto dell'industria dell'abbigliamento non si ferma al luogo di produzione, ma arriva ai Paesi consumatori creando un ciclo globale dell'inquinamento tossico.

I RISULTATI DEI TEST DOPO IL LAVAGGIO DEI TESSUTI. Secondo i dati raccolti da Greenpeace, le quantità di nonilfenoli etossilati sono diminuite nell'intervallo del 17% - 94% nei dodici campioni in tessuto rispetto al contenuto presente negli stessi campioni prima del lavaggio e del 9% - 56% nei due campioni con stampe in plastisol rispetto agli stessi capi non lavati. I risultati dimostrano che un singolo passaggio in lavatrice, realizzato in condizioni che simulano quelle di lavaggio domestico, può estrarre anche oltre l'80 per cento di nonilfenoli etossilati presenti in origine, come accaduto per la metà dei campioni testati in questa indagine (6 sui 12 campioni in tessuto). Per arrivare a questo dato si è partiti dall'ipotesi che le porzioni lavate e quelle non lavate estratte dallo stesso campione contengano inizialmente la stessa quantità di sostanze. E cosa succede una volta che gli Npe sono rilasciati nell'acqua si letto poc'anzi.

SOSTANZE PERICOLOSE E DIVIETI EUROPEI. L'uso di nonilfenolo e nonilfenoli etossilati nella produzione tessile è stato bandito nell'Unione europea, e restrizioni simili sono in atto negli Stati Uniti e in Canada. Ma nonostante le leggi in vigore, le sostanze pericolose continuano a contaminare l'ambiente non più attraverso gli scarichi degli impianti di fabbricazione, bensì attraverso il mercato. In Europa, il rilascio di queste sostanze dopo lavaggio dei prodotti tessili importati dai Paesi asiatici potrebbe costituire una fonte importante di immissione di questi composti negli impianti di depurazione delle acque, anche dove sono proibiti gli usi industriali del nonilfenolo. In Svezia, ad esempio, i residui di NP/NPE derivanti da articoli tessili e in pelle hanno  rappresentato, nel 2004, la fonte più grande di questi composti negli impianti di trattamento. Dati raccolti di recente da Greenpeace Russia dimostrano che lo scarico dei NP/NPE dagli impianti di depurazione non è un problema solo europeo, ma che questi scarichi stanno contaminando anche altri Paesi. 

Alcuni dei più grandi marchi, nell'ambito dei propri programmi sulla sicurezza del prodotto, hanno fissato i limiti delle quantità permesse di certe sostanze negli articoli finiti che, però, risulterebbe ancora troppo alto, consentendo la perdita di queste sostanze ovunque, dai Paesi produttori a quelli dove gli articoli sono in vendita. Questi limiti poco restrittivi, riconosciuti anche dallo standard Oeko-tex[3], permettono l'ingresso di molte tonnellate di alchilfenoli che successivamente si disperdono nell’ambiente. Greenpeace stima, ad esempio, che l'attuale limite adottato da H&M, pari a 100 parti per milione (ppm) possa  permettere la fuoriuscita a livello globale di  15-20 tonnellate di nonilfenoli etossilati dai  prodotti tessili venduti ogni anno. Allo stesso modo, se l'Europa adottasse questo  stesso limite, di 100 ppm, potrebbe aprire le porte a oltre 88 tonnellate di Npe derivanti dai  prodotti tessili importati in Germania e a più di 103 tonnellate per quelli che entrano in Spagna[4].

RESPOSABILITÀ DEI BRAND E MODIFICHE NELLA CATENA DI DISTRIBUZIONE. Secondo Greenpeace definire livelli più bassi di alchilfenoli etossilati (APE) nei prodotti finiti è un passo importante, ma non può essere l'unico. Così invece di eliminare totalmente l'uso di questi composti, l'organizzazione ambientalista suggerisce ai fornitori di diluire il contenuto di queste sostanze per raggiungere livelli sempre più bassi nei tessuti in commercio ovviando così al problema degli scarichi di tossici nei corpi idrici. Già sei importanti marchi, tra cui aziende di abbigliamento sportive come Puma, Nike, Adidas  e Li-Ning e aziende fashion quali H&M e C&A, stanno collaborando per migliorare la 'Roadmap congiunta verso scarichi  zero'[5] che identifica i passi da fare per le aziende.

LE RICHIESTE DI GREENPEACE. Dal momento che l'industria tessile in Nord America e in Europa, non usa più gli APE dovrebbe essere fattibile per gran parte delle aziende aderire alla Roadmap congiunta per eliminare l'uso, almeno parziale, di queste entro la fine del 2012. A questa prima scadenza potrebbe seguirne una seconda con la completa eliminazione degli alchilfenoli in tutte le fasi produttive entro il 2013. Per raggiungere questo obiettivo, i brand dovranno richiedere (e verificare) le  informazioni fornite dai propri fornitori sulle quantità di APE impiegate. In vista di questi  obiettivi, Greenpeace chiede: 

• a tutte le aziende, incluse quelle che sono parte di quest'ultima indagine, di diventare campioni di un futuro senza sostanze tossiche azzerando tutte le emissioni e applicazioni dei composti pericolosi dalle catene di fornitura e dai prodotti finiti; 

• ad aziende e governi di promuovere e identificare limiti sempre più restrittivi per gli alchilfenoli (APE), sia nei processi produttivi che negli articoli finiti, per garantire una  eliminazione totale dell'uso di queste sostanze e prevenire la loro dispersione nell'ecosistema acquatico; 

• ai governi di adottare il prima possibile una restrizione sul mercato europeo dei prodotti tessili contenenti APE e di vietare globalmente l'uso di questi composti nei processi di produzione. Nei Paesi produttori, Greenpeace chiede di promuovere il  principio di precauzione nella definizione degli assetti normativi  regolatori al fine di restringere l’uso di tutte le sostanze pericolose. 

MATERIALI
- Dossier 'Panni sporchi'
- Dossier Panni sporchi 2'
- Dossier di Greenpeace 'Panni sporchi3'
- Direttiva 2003/53/CE 'Restrizioni in materia di immissione sul mercato e di uso di talune sostanze e preparati pericolosi (nonilfenolo, nonilfenolo etossilato, cemento)'

NOTE
[1]
Le 14 marche prese in esame da Greenpeace sono: Abercrombie & Fitch, Adidas, Calvin Klein, Converse, G-Star RAW, H&M, Kappa, Lacoste, Li Ning, Nike, Puma, Ralph Lauren, Uniqlo e Youngor
[2] Ogni prodotto è stato lavato separatamente in accordo al metodo standard SS-EN 6330, a  40°C 
[3] Etichetta di prodotto che fornisce indicaizoni al consumatore sui prodotti tessili più sicuri per l'uomo. 
[4] Basato sui dati di importazione di Germania e della Spagna del 2012.
[5] La 'Roadmap congiunta' è disponibile sui siti web delle aziende, come ad esempio in quello di Puma: https://about.puma.com/?page_id=10