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INTERVISTA - Petrelli, "Quello del contadino è un mestiere tutt'altro che sfavorevole e va tramandato"

Il fondatore di 'Slow food' spiega come il 'ritorno' alla terra genera occupazione. "La sua promozione si raggiunge diffondendo una nuova immagine del coltivatore". Occorre inoltre più attenzione verso le buone pratiche a livello europeo

» Cronaca Natura e Ambiente Sandra Fiore (*) - 28/02/2013

Il cibo come stile di vita: un piacere per il gusto, un aiuto per la salute, prodotto nel rispetto della terra e dell'ambiente. È questa la filosofia alla base del movimento 'Slow food' fondato nel 1986 dal giornalista e scrittore, Carlo Petrini, un'organizzazione no-profit il cui è "Buono, pulito e giusto" che oggi vanta 100mila iscritti, volontari e sostenitori in 150 paesi e una rete di 2mila comunità che praticano una produzione di qualità su piccola scala. Petrini, nato a Bra nel 1949, ha studiato sociologia e dal 1977 si occupa di enogastronomia, ha partecipato alla nascita di Gambero Rosso ed è ideatore del Salone del Gusto e di Terra Madre, manifestazione sulla diversità agroalimentare di ogni continente. Lo abbiamo intervistato al ritorno dal Festival del Cinema di Berlino, dove ha partecipato  alla presentazione di 'Slow Food Story', documentario realizzato da Stefano Sardo e dedicato proprio al movimento:

Petrini, come è andata la presentazione del documentario al Festival di Berlino?
"È stato un buon successo di pubblico e di critica, grazie all'opera di un giovane regista, che ha saputo interpretare la storia del movimento conoscendolo bene".

Alcuni dati della Confederazione italiana degli agricoltori (Cia) dimostrano che nel settore agricolo sono aumentati i posti di lavoro e le imprese dei giovani under 30. La terra non è più un ripiego?
"Questo mestiere non ha ancora un grande appeal tra i giovani, ai quali occorre far capire che il contadino è un profondo conoscitore delle dinamiche delle stagioni e il suo sapere è uno straordinario patrimonio culturale, che dovrebbe essere tramandato di generazione in generazione. Il 'ritorno' alla terra può essere un'opzione occupazionale tutt'altro che sfavorevole, soprattutto dal punto di vista delle opportunità, e la sua promozione può essere raggiunta diffondendo una nuova immagine del coltivatore, una diversa impostazione del lavoro agricolo più attento alle filiere corte e al rapporto diretto con il consumatore, e una politica tesa a ridurre la burocrazia".

Non pensa che ci sia troppa confusione su temi quali biologico ed ecocompatibile?
"Il biologico era già applicato prima che la chimica fosse così invasiva e determinasse il progressivo depauperamento della fertilità dei suoli. Oggi il ritorno a questo tipo di coltura è una scelta che molti giovani fanno con consapevolezza e con l'ausilio di conoscenze scientifiche utili nella pratica di rigenerazione dei terreni".

Perché il 'bio' continua ad essere così costoso nella grande distribuzione?
"Il prezzo è risultato di diversi fattori: rigenerare un campo è una prassi economicamente onerosa, per i prodotti biologici poi è richiesta una certificazione che ha dei costi, inoltre per alcuni anni la resa dei terreni è inferiore a quella dell'agricoltura convenzionale. La richiesta poi non è ancora così alta da permettere un'economia di scala, per questo auspico che il settore pubblico delle mense scolastiche, ospedaliere e aziendali si rivolga maggiormente verso questo tipo di offerta".

È possibile conciliare quantità, qualità e presidio del territorio, pensando anche al grande fabbisogno globale?
"Sì. Le economie non si reggono solo con le agricolture intensive, ma per un cambiamento di rotta deve intervenire un cambiamento di natura culturale e politica. Bisogna dare maggiore dignità alle produzioni di scala ridotta, valorizzando i piccoli contadini, assunto recepito anche da istituzioni importanti come la Fao. Per rispondere alla carenza alimentare i diversi tipi di agricoltura possono convivere senza distruggere quella a piccola scala che, ad esempio, nel nostro Paese contribuisce anche a mantenere stabile l'assetto idrogeologico".

Quale può essere il ruolo della ricerca scientifica?
"La scienza dovrebbe dialogare con i saperi tradizionali che invece continuano a essere considerati obsoleti. La ricerca costante della verità è l'obiettivo che tutti perseguiamo".

Recentemente ha espresso una certa disillusione rispetto alla politica agricola comunitaria, o 'pac'. Cosa ci dobbiamo aspettare su questo fronte?
"Vorrei evidenziare due elementi: il primo è che il budget dell'Unione europea non venga massacrato come accaduto di recente; il secondo è che l'attenzione verso le buone pratiche venga rafforzata, in particolare su tre livelli: una più equa distribuzione delle risorse, considerando che l'80 per cento di esse andava al 20 per cento degli agricoltori e dei trasformatori, premiando solo la quantità; aiuti al biologico; sostegno ai giovani per ottenere fondi e accedere alla formazione, perché diversamente ci troveremo con una popolazione agricola anziana, con ragazzi sempre più demotivati e rischiamo di distruggere l'agricoltura europea".

Dalla nascita di Sloow food ad oggi il comportamento alimentare degli italiani è cambiato?
"In parte sì, c'è maggiore attenzione al settore, tuttavia occorre rafforzare l'educazione e l'informazione".

(*) Intervista a cura di Sandra Fiore per l'Almanacco della Scienza del Cnr

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- Slow Food Story