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Cervelli in fuga: "All'estero solo 'i migliori' fanno parte dell'élite dei ricercatori"

Ha lavorato per anni in Gran Bretagna, ora Ester Zito, 35 anni, torna in Italia con Telethon sulle malattie genetiche. "I colleghi sono demotivati per mancanza di fondi e prospettive. L'Italia torni ad investire nella scienza e nei giovani per migliorare"

» Ricerca in Medicina Redazione/TB - 17/07/2012
Fonte: Immagine dal web

"Cercansi giovani appassionati per la scienza, astenersi non sognatori". È l'annuncio di Ester Zito al suo ingresso nell'Istituto Telethon Dulbecco, ottenuto grazie al programma carriere istituito da Telethon per favorire le giovani eccellenze in Italia. Una sorta di start-up: un finanziamento quinquennale di oltre 500mila euro che consente ad un brillante 'cervello' la creazione di un gruppo di ricerca indipendente incentrato sullo studio delle malattie genetiche. Ester ha solo 35 anni, ma è già un 'cervello che ritorna' dopo un'esperienza all'estero. "Purtoppo - dice all'agenzia Adnkronos - in Italia mi sembra ci sia malcontento e demotivazione tra i giovani ricercatori per la mancanza di prospettive future e di investimenti del governo in ambito scientifico".

Dopo la laurea in Chimica e tecnologie farmaceutiche all'Università Federico II di Napoli, e la specializzazione presso l'Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem), Ester ha lavorato per anni in Gran Bretagna ed ora sta per tornare in Italia dove dovrà mettere insieme il suo team. "All'estero fare ricerca significa davvero occuparsi solo di scienza e non di problemi collaterali, quali possono essere la ricerca continua di fondi e problemi di carattere burocratico. Inoltre - confida la studiosa - si è orgogliosi di fare ricerca perché solo 'i migliori' entrano a far parte dell'elite dei ricercatori e questa è una forte spinta a fare di più e meglio".

Ma come è nata la passione per la scienza? "All'inizio sognavo di studiare medicina - racconta - ma con il tempo ho capito che il contatto diretto con i pazienti mi avrebbe scoraggiata. La ricerca, invece, è decisamente la mia strada, perché mette insieme il desiderio di conoscenza con la prospettiva di migliorare la vita di altre persone". Nei sei anni al Tigem, Ester ha lavorato con Andrea Ballabio e Maria Pia Cosma su una rara malattia metabolica, ovvero il deficit multiplo di solfatasi, dovuta al difetto in un enzima situato in quello che Ester definisce il 'deus ex machina' della cellula, vale a dire il reticolo endoplasmatico: "Questo organello cellulare mi ha decisamente conquistata - spiega -, è qui che si decide la conformazione finale e il destino di gran parte delle proteine della cellula. Studiarne l'attività non è soltanto molto interessante, ma può potenzialmente offrirci bersagli farmacologici per numerose malattie, genetiche ma non solo".

E poi, aggiunge: "Telethon è un'organizzazione con una missione fortissima, che ti costringe a mantenere la rotta su un obiettivo molto preciso: fare scienza sentendo la pressione dei pazienti, che si aspettano una cura, ha per me una marcia in più". "Il nostro obiettivo - precisa - sarà studiare una particolare proteina del reticolo endoplasmatico responsabile, quando alterata, di diverse patologie come la distrofia muscolare da spina rigida e altre miopatie"”. Studiandone il meccanismo d'azione contiamo di individuare una strategia farmacologica efficace". Il trasferimento definitivo all'Istituto Mario Negri di Milano, il centro scelto da Ester per costituire il proprio gruppo, avverrà entro la fine dell'anno: qualche mese per chiudere gli esperimenti in sospeso e poi via con il reclutamento dei suoi collaboratori.

"Un'esperienza del tutto nuova per me, che non mi fa dormire la notte. Mi sento investita di una grossa responsabilità, però sono pronta a mettermi in gioco: cercherò ricercatori giovani, menti fresche e appassionate per la scienza, pronte a mettersi in gioco ogni giorno insieme a me e ad affrontare anche le inevitabili frustrazioni di questo lavoro. Mi piacerebbe che non fossero tutti italiani e che si parlasse in inglese quotidianamente, per abituare tutti alla lingua ufficiale di questo mestiere". "Finalmente - conclude - potrò lavorare per il mio Paese e portare con me tutto quello che ho imparato e che ho visto come un valore aggiunto all'estero: la motivazione dei giovani ricercatori, la voglia di fare bene e visioni lungimiranti che vadano aldilà di scarsi benefici a breve termine, ma permettano, a costo di sacrifici, di costruire solide basi per il futuro. Con la speranza che il mio Paese ritorni ad investire nella scienza e nei giovani per migliorare".