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Senegal-Italia andata e ritorno: storie di quel legame indissolubile con il continente nero

Lo scrittore Mamadou Bamba Toure racconta nel diario del libro 'Ritorno alle radici', cosa vuol dire emigrare per mantenere i propri cari. In ogni viaggio è nascosto un sacrificio lenito da un sogno: tornare a casa, tra mercati e villaggi colorati.

» Africa Valentina Marsella - 02/04/2010

"Lasciare il proprio Paese, la propria famiglia, non è mai facile. Ma spesso è il mezzo più sicuro per evitare la disoccupazione e la miseria. Così, come sempre, salutavo le mie sorelle, mia moglie e mio figlio. E mia madre versava dell'acqua fuori della porta prima che la oltrepassassi: un gesto scaramantico che da noi porta fortuna". Parole di Mamadou Bamba Toure, scrittore senegalese che da oltre dieci anni fa la spola tra il continente africano e l'Italia, per sbarcare il lunario e mantenere i suoi cari. 

Dal '98 Mamadou vende libri di scrittori africani per le strade e le spiagge italiane, colleghi che come lui tentano di sopravvivere alla precarietà che affrontano giorno dopo giorno in Senegal. Quando è tra la sua gente accompagna i turisti alla scoperta delle bellezze della sua terra, tra mercati colorati e riserve naturali in cui spuntano coccodrilli e giraffe. La sua storia è quella di migliaia di senegalesi che viaggiano dall'Africa all'Italia, con il sogno di tornare, un giorno e per sempre, a casa. Nei diari di viaggio di Mamadou, venduti sui marciapiedi delle città italiane, si palpa con mano l'angoscia di chi, come lui, ha un'esistenza scandita da arrivi e partenze. Un mondo fatto di aeroporti e strade da percorrere, con il pensiero fisso di un tetto sotto il quale riabbracciare i propri affetti.

"Penso a quanto è difficile per un africano integrarsi in Europa – spiega Mamadou – senza sacrificare una parte della propria cultura e di se stesso. In uno dei miei ritorni a Milano, sceso dall'aereo che mi portava di nuovo via dal Senegal, un vento glaciale soffiava sulla città. Mi trovavo ancora una volta in un altro mondo. In effetti, già pensavo: "a quando il ritorno definitivo nel mio Paese?". Insomma, il legame di un africano verso la propria terra non si spezza mai. Lo dice lo stesso Mamadou nel diario raccolto nel libro 'Ritorno alle radici' (edito da Nuova Impronta), in cui spiega che il Senegal, malgrado la sua "diversità religiosa, etnica e culturale, è una nazione molto unita. E il senegalese, profondamente nazionalista, prova un amore viscerale per il proprio paese, la cultura e le usanze". 

Il senegalese considera la famiglia sacra, e in Africa, si sa, è spesso molto 'affollata'. Una comunità, spiega Mamadou, mandata avanti proprio dal denaro che la schiera degli emigranti in Italia, e in altri Paesi, riesce a racimolare. "Molte giovani coppie senegalesi – fa notare lo scrittore – scelgono di vivere con l'intera famiglia, padri, madri, zii e varie famiglie di fratelli e sorelle, sia perché in questo modo rispettano le tradizioni, sia perché non hanno i mezzi per avere una casa che sia solo loro. Molte coppie, per avere un po' di privacy, escono dalla grande famiglia con una perdita progressiva del senso di condivisione, soprattutto nelle grandi città". 

Anche quando vive in Italia, l'uomo africano fa sentire la sua presenza ai familiari senza risparmiare sulle carte telefoniche: "Ma per noi, come per tutti gli emigrati – fa notare Mamadou – non c'è che un modo per mantenere i legami con le nostre radici: tornare a casa e ritrovare l'ambiente della nostra infanzia, gli amici, i parenti. Molti senegalesi – aggiunge – hanno rinunciato al piacere quotidiano della vita in Senegal, cercando fortuna altrove. Una scelta che rappresenta un sacrificio enorme, ma necessaria sul piano generale. Lavorare in Italia permette a me e ad altri di far fronte ai bisogni essenziali delle nostre famiglie". 

Il ritorno nel nostro Belpaese, quando si riparte dalla propria terra, è sempre tragico. Lo scrittore racconta del rito superstizioso delle madri di versare dell'acqua fuori la porta all'uscita dei figli, per augurargli tutta la fortuna possibile nel nuovo viaggio lontano dagli affetti. Il tragitto da casa all'aeroporto, racconta Mamadou, è sempre il più difficile: "Entrato in taxi – dice – non mi volto mai per non cedere all'emozione. Arrivato alla sala d'imbarco, come al solito, due agenti mi fanno aprire la valigia dove ho messo del couscous e altri alimenti senegalesi, mi chiedono di pagare una tassa di 1500 franchi cfa (circa 2,50 euro)".

Un episodio che si ripete spesso, perché, fa notare lo scrittore, gli agenti vogliono spennare chi è nelle sue condizioni, per arrotondare alla fine del mese. Una sorta di guerra tra poveri, in cui ognuno cerca di combattere contro la povertà. Poi il volo verso l'Italia, e un tempo che allontana dalla propria terra, che sembra sempre interminabile. Un proverbio in lingua wolof (che prende il nome dall'omonima popolazione africana), è nel cuore di Mamadou e di ogni senegalese: 'L'essere uomo è il rimedio dell'uomo'. E l'essere uomo, non ha colore.