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Aborto: RU-486, le linee guida del governo

Stilate dall'esecutivo le regole che dovranno seguire le Regioni per l'utilizzo in sicurezza della pillola abortiva. In Italia, intanto, l'aborto è in decremento.

» Donne Paola Simonetti - 12/08/2010

Scongiurare aborti a domicilio. É questo in sostanza l'obiettivo delle linee guida emanate dal governo per l’utilizzo della pillola RU-486, sottoposte di recente ad assessorati e governatori regionali. Principi che puntano, a detta del Ministero, alla massima prudenza, nel rispetto della sicurezza per la donna già prevista dalla legge 194. 

Cardine fondamentale per concretizzare questa garanzia, secondo le linee di indirizzo, è quello che prevede la somministrazione della pillola in ospedale, in regime di ricovero ordinario (tre giorni) e sotto controllo sanitario, in accordo appunto con la legge sull'interruzione volontaria di gravidanza.

Le disposizioni non vincolanti, sono state presentate come un fermo richiamo da parte del sottosegretario alla Salute Eugenia Roccella, che ha sottolineato che le Regioni indempienti sulle linee "se ne assumeranno la responsabilità. Rispettiamo l'autonomia delle amministrazioni - ha aggiunto -, ma segnaliamo però che chi dovesse applicare protocolli clinici che ammettono le dimissioni volontarie della donna dopo l'assunzione della prima pillola vanno incontro a irregolarità: esiste una criticità amministrativa che potrebbe determinare dei problemi sul piano del rimborso della prestazione da parte del servizio pubblico".

I CRITERI DELLE LINEE GUIDA. Basate sui pareri del Consiglio superiore di sanità, "sono state elaborate da un'apposita Commissione con l'obiettivo di rendere uniformi i livelli di sicurezza nell'impiego del  farmaco a livello nazionale - sottolinea il Ministero - anche attraverso l'adozione di protocolli comuni, prevedendo ancora una esaustiva informazione alla donna sulle tecniche di interruzione volontaria della gravidanza di tipo medico e chirurgico, sui relativi rischi e le possibili complicanze per una scelta libera e consapevole da parte della stessa e conseguentemente definire percorsi assistenziali omogenei".

Non solo. Tutto il percorso abortivo deve avvenire sotto la sorveglianza di un medico del servizio ostetrico ginecologico cui è demandata la corretta informazione sull'utilizzo del medicinale, sui farmaci da associare, sulle metodiche alternative e sui possibili rischi connessi.

Il documento fa inoltre capo ad una serie di suggerimenti per un uso sicuro, ma soprattutto consapevole, della pillola RU-486 attraverso la sottoscrizione di un consenso informato dettagliato e comprensibile anche alle donne straniere. Principio sensibile, quello che sottolinea con forza come le minorenni dovrebbero essere autorizzate dai genitori anziché dal giudice del tribunale.

Tra i criteri di ammissione al trattamento farmacologico "la disponibilità al ricovero ordinario fino a completamento della procedura. Disponibilità ad effettuare il controllo a distanza entro 14-21 giorni dalla dimissione". Fra i criteri non clinici la capacità della donna ad autogestire "il percorso terapeutico" anche sul piano psicologico e la sua condizione socio-abitativa (è bene che abiti non lontano dal pronto soccorso).

LE POLEMICHE. Le Linee sono state giudicate, tuttavia, sia da molte Regioni che da una parte dell'associazionismo femminile, come un lacciuolo non legittimo, posto sia all'autonomia delle amministrazioni in tema di sanità che alla libertà della donna. In Umbria, ad esempio, la polemica si è scatenata sulla disputa tra il ricovero in day hospital e quello ordinario. "La Giunta regionale non può avere maggiore autorevolezza rispetto al Ministero della Salute - hanno risposto i partiti di maggioranza -. Pertanto si attenga alle linee di indirizzo dettate dal Consiglio Superiore della Sanità che, per la somministrazione della pillola abortiva RU486, prevedono il ricovero ospedaliero".

Dal fronte femminile la questione si pone in termini ben diversi: "Le donne che scelgono di interrompere la gravidanza, non hanno bisogno di cure, trattamenti terapeutici o ricoveri forzati. Questo perché "l'unico rischio per la salute - ha affermato Elisabetta Canitano, presidente dell’associazione Vita di donna, sul sito 'Pane Nero' - si corre al momento dell'esplusione che avviene con l’assunzione della seconda pillola nel terzo giorno. Tentano di evitare che le donne ricorrano alla Ru486 - ha aggiunto la Canitano-. Pensate ad una mamma sola con bambini piccoli. Come fa ad assentarsi da casa per tre giorni? O pensiamo a chi lavora. Uno va bene, ma tre giorni di ferie consecutivi sono troppi. Pochi datori di lavoro li concederebbero".

Gli esponenti del centrodestra, dal canto loro, hanno sottolineato come "il protocollo nazionale sulle linee guida per la somministrazione della RU486 sia un valido contributo per unificare le procedure e favorire un monitoraggio efficace a livello territoriale, mentre le argomentazioni dell'assessore che, come valutazione scientifica richiama la volontà di fare scelte sulla base di un 'attenta partecipazione popolare', presentano, queste sì, un approccio ideologico e strumentale che nulla a che vedere con il rispetto della legge 194/78".

I DATI SULL'ABORTO IN ITALIA. Nel frattempo, in attesa di dati sull'utilizzo della RU-486, arrivano quelli definitivi del 2008 e provvisori del 2009 sull'applicazione della 194 nella relazione della Roccella al Parlamento. Il tasso di abortività  nelle donne in età feconda tra 15-49 anni, nel 2009 è risultato pari a 8.3 per cento,  con un decremento del 3.9% rispetto al 2008, "con valori tra i più bassi di quanto è possibile osservare nel confronto con gli altri paesi industrializzati". 

Secondo il documento, "si conferma quindi l’eccezionalità della situazione italiana rispetto ai paesi occidentali, specie quelli con cui più frequentemente ci misuriamo, come ad esempio Francia, Gran Bretagna e Spagna: l’interruzione volontaria di gravidanza non è considerata un mezzo di controllo delle nascite, nonostante nel nostro paese l’accesso alla contraccezione chimica sia tra i più bassi d'Europa".

Dunque, secondo la valutazione della Relazione, "l'impostazione della legge 194 che ritiene l'aborto non un diritto privato ma un dramma sociale, ha contribuito a creare un clima di vigilanza sul fenomeno: il monitoraggio continuo consentito dalla puntuale raccolta dei dati, insieme all'obbligo di eseguire gli interventi solo nelle strutture pubbliche (evitando che ci sia chi possa trarne profitto) sono alcuni aspetti della legge significativi in tal senso".

Le motivazioni principali della costante diminuzione del ricorso all'aborto sembrano, secondo il documento, essere soprattutto culturali: "La tenuta delle reti di rapporti familiari, innanzitutto, caratteristica del nostro paese, e l'esistenza diffusa di un volontariato attivo nel sostegno alle maternità difficili, hanno sicuramente pesato nel calo delle IVG".

Le condizioni economiche, stando ai dati, non sembrano essere il fattore determinante nella scelta di proseguire o meno una gravidanza: nella gran parte dei casi quasi la metà delle IVG, sia fra le italiane (48.6%) che fra le donne straniere (46.7%) sono di donne con occupazione lavorativa, e solo l'11.9% delle IVG fra le italiane e il 22% fra le straniere riguardano donne disoccupate o in cerca di prima occupazione.

"É importante non perdere questa particolare situazione italiana, con un'attenzione anche all'introduzione delle nuove procedure abortive, come quella farmacologica - ha dichiarato la Roccella -: per migliorarla ulteriormente, come annunciato nella presentazione dell'Agenda Bioetica del Governo, stiamo predisponendo il Piano Federale per la Vita, uno strumento in più nella prevenzione dell'aborto e nella tutela della maternità e della vita".


DOCUMENTI
- Le linee guida sulla RU-486
- Linee guida del 24 giugno 2010
- Parere del Consiglio Superiore di Sanità del 18 marzo 2010
- Parere del Consiglio Superiore di Sanità del 20 dicembre 2005
- Parere del Consiglio Superiore di Sanità del 18 marzo 2004
- Legge 22 maggio 1978, n. 194