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Depressione post partum: la proposta, "Tso per la madri a rischio infanticidio"

La Società italiana ginecologi propone, al ministero della Salute la linea dura dopo l'ennesimo drammatico fatto di cronaca: trattamento sanitario obbligatorio extraospedaliero contro il pericolo di gesti estremi per la neomamme depresse.

» Donne Paola Simonetti - 07/06/2010

L'ultimo agghiacciante episodio riportato dalla cronaca è solo la punta dell'iceberg. Gesti come quello della mamma che nel reatino, a Passo Corese, solo pochi giorni fa in preda alla furia depressiva ha gettato la sua piccola di sei mesi dalla finestra, uccidendola, sono un rischio dormiente per moltissime donne prossime al parto. Un male sommerso che, ripetono da anni i ginecologi italiani, potrebbe essere prevenuto con equipe mediche attente e preparate.

Ma ora la Società italiana di categoria (Sigo) si spinge oltre, lanciando una proposta estrema: "Alla luce del recente fatto di cronaca proponiamo al ministro della Salute, Ferruccio Fazio, di applicare la procedura del Trattamento sanitario obbligatorio (Tso)  extraospedaliero per le donne affette da depressione post partum, a rischio di infanticidio", ha scritto il presidente della Sigo Giorgio Vittori, in accordo con il dottor Antonio Picano, presidente dell'Associazione strade onlus e responsabile del progetto Rebecca per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio.

I due medici si dicono convinti che questo intervento "consente di adottare limitazioni della libertà personale per ragioni di cura, all'interno dell'abitazione del paziente. Un'equipe specializzata potrebbe occuparsi continuativamente 24 ore su 24 delle donne con comportamenti potenzialmente omicidi, tutelando così in maniera efficace sia la madre che il figlio. La depressione post partum - ha aggiunto Vittori - si può prevenire e i ginecologi italiani sono impegnati da tempo per diventare 'sentinelle' ".

Un percorso attuabile, secondo la valutazione degli esperti, stando ai molti campanelli d'allarme riconoscibili anche con largo anticipo: al primo posto si trovano episodi di ansia o depressione durante la gravidanza o una storia personale o familiare di depressione (81%). A seguire, precedenti casi di depressione post partum (78%), isolamento e condizioni socioeconomiche svantaggiate (63%) e problemi con il partner (58%). I casi che richiederebbero un provvedimento di Tso extraospedaliero possono essere valutati, secondo Strade onlus, in circa mille interventi per anno. Da 50 mila a 75 mila le neomamme che, secondo la letteratura scientifica, sono colpite dalla depressione post partum, circa il 10% delle donne italiane. Pesante il costo sociale calcolato: circa 500 milioni di euro in 12 mesi.

"Nonostante questi dati - ha spiegato Vittori- il rischio di sviluppare depressione viene valutato di routine solo dal 30% dai ginecologi durante gli incontri pre parto. Dopo, solo nel 45% delle strutture e' previsto un monitoraggio delle mamme 'a rischio'. E il tempo dedicato all'informazione prima della dimissione è inadeguato per il 72% dei ginecologi".

Cifre sconfortanti per la Sigo, che nel corso degli ultimi anni ha messo in campo iniziative di divulgazione. Nel 2008 ha attivato "Non lasciamole sole", una campagna nazionale con l'obiettivo di costruire una rete di protezione per tutelare soprattutto le donne più fragili. Il progetto dei ginecologi italiani ha coinvolto più specialisti: se infatti, il ginecologo si afferma come prima figura di riferimento (molto importante per il 63%), rivestono un ruolo chiave anche lo psicologo (59%), l'ostetrica (52%), il medico di famiglia (30%) e il pediatra (24%).

"Alla prevenzione dovrebbe immediatamente seguire una presa in carico del problema da parte dei singoli professionisti, un concreto impegno delle autoritù nazionali e locali, anche dal punto di vista organizzativo -gestionale e una stretta collaborazione con le donne e i loro familiari senza esitare - ha concluso il presidente della Sigo -. È questa infatti la chiave di volta per evitare che si ripetano episodi drammatici, purtroppo troppo frequenti, che segnano per sempre la vita di chi li subisce".

Non un crimine comune, dunque, secondo gli specialisti, ma un gesto frutto di una maternità dolente e malata da affrontare con competenza e interventi mirati: "La donna affetta da depressione post partum non può essere trattata come una qualsiasi criminale - ha aggiunto Picano - l'impulso di eliminare il proprio figlio è purtroppo un sintomo tipico e ben conosciuto. Si tratta di una forza estranea alla volontà della persona contro la quale la donna depressa lotta strenuamente e di cui si vergogna profondamente".

Senso di solitudine e spesso incapacità della famiglia a cogliere una silente richiesta di aiuto, i fattori che possono incidere drammaticamente sulla vita della neomama: "Non può comunicare a nessuno i suoi pensieri, in particolare al marito, ma anche la mamma o la sorella vengono tenute all'oscuro di questo dramma - ha sottolineato Picano-. Oggi non esiste una protezione reale per il bambino e per la donna". "Non basta infatti come per la mamma di Passo Corese, ottenere una corretta diagnosi e una terapia farmacologica per salvare un bambino dalla defenestrazione e una donna dal dramma e dal carcere - ha concluso Picano - sono necessarie attenzioni particolari per la paziente che ha una condizione a rischio e il bambino deve essere tutelato esplicitamente".