Inchiesta: Rom in Italia

Rom, l'integrazione annebbiata dal pregiudizio

Immigrazione Paola Simonetti — 04/03/2009
Fonte: www.comune.torino.it

I loro talenti si sono estinti lungo la strada, contagiati da quella smemoratezza che a volte bracca chi è costretto a fuggire. Succede, quando i troppi chilometri percorsi cercando asilo, rendono superfluo l'esercizio della creatività e appesantiscono la schiena. 

Così, tradizione e cultura per il popolo Rom e Sinto sono affogate nel fango delle baraccopoli, agli estremi confini delle nostre città. Le loro abilità, artigiana e ludica, si sono trasformate, per alcuni di loro, in quella del borseggio sull’onda della necessità. E di loro noi questo vediamo e sappiamo, senza conoscere altra storia.

"Ma sono persone, solo persone. Che come tutti si arrangiano a vivere, fra sbagli, dolori, piccole gioie fugaci. Niente di più. I mostri sono altrove. Il vero allarme sociale è la nostra paura di loro". Ne è convinta Milena Magnani, scrittrice bolognese, che all’antica storia degli "zingari" ha dedicato una favola-romanzo, "Il circo capovolto", edita da Feltrinelli, per tentare di sovvertire l’ordine delle idee che alimentano linciaggi mediatici e politici. Un libro frutto di un volontario peregrinare fra i campi nomadi di mezza Italia, alla ricerca dell’altra faccia del popolo Rom.

Ne è emersa una storia di circo e di guerra, di acrobati e campi di sterminio. Branko, il protagonista, è l’inconsapevole discendente di una dinastia di circensi. Il nonno, tradito da quello che credeva essere un amico nell’Ungheria della Seconda guerra mondiale, ha perso la vita insieme a tutta la sua famiglia in un campo di prigionia. Il padre di Branko, unico sopravvissuto, ha celato al figlio le proprie origini. Ma il passato torna a galla, e Branko ripercorre le orme del nonno, alla scoperta di una rinnovata memoria.

Milena, da dove è scaturita l’idea del tuo romanzo?
"La mia ricerca cominciò una decina di anni fa, con lo scopo di analizzare l’aspetto del mondo nomade, legato alle famiglie di spettacolo viaggiante, circensi, giostrai. Iniziai così un viaggio all’interno dei campi d’Italia, Bologna, Milano, Roma, Lecce, spaziando per evitare indagini puramente localistiche. Piuttosto, volevo capire che cosa accomunava le varie anime del popolo Rom. Mi ritrovai difronte, campi affollati di etnie molto diverse, provenienti dalla guerra nella ex Jugoslavia: Rom serbi, montenegrini, macedoni, a cui si aggiunsero poi, dopo l’ennesimo conflitto dell’Est, anche i kosovari".

E che cosa hai scoperto?
"Che c’era una miriade di gruppi che erano depositari di altre arti e mestieri, circensi a parte, che non erano più spendibili sul mercato del lavoro contemporaneo. Ne sono un esempio, qui a Bologna, i nomadi che hanno dato tanto filo da torcere a Cofferati: nei paesi di origine erano caramidai, ovvero fabbricanti di mattoni di argilla. Mestiere impraticabile qui. Queste scoperte, hanno “contaminato” la mia idea iniziale, dandomi la spinta a raccontare, sì, una storia di tradizione circense, ma che in seno avesse uno sguardo più ampio su un intero popolo costretto a vivere nel degrado. 
Branko, il protagonista del mio libro, fa proprio questa operazione: racconta ai bambini di una baraccopoli, la storia del circo della sua tradizione familiare. Tutto è giocato, su un alone di evanescenza che non lascia intendere fino in fondo se sta inventando o narrando fatto veri. L’atto della narrazione ha un senso a prescindere: trasmettere ai più piccoli la motivazione che ha condotto il loro popolo a passare da un nomadismo sano al degrado attuale".

Con quali modalità sei entrata nei campi?
"In un primo momento ho chiesto la mediazione di operatori sociali che con i Rom avevano contatti assidui. Poi mi sono resa conto che era l’approccio sbagliato: venivamo percepiti come la “controparte”, come “occhi giudicanti” in un ambito di tipo assistenzialistico, che scatenava spesso lamentazioni di ogni sorta da entrambe le parti: il container che serve non c’è, i bambini non sono a scuola, etc. Questa, in realtà, non era la chiave giusta per il lavoro che intendevo svolgere. Così ho deciso di propormi a titolo personale, chiedendo direttamente a loro, in modo informale, la disponibilità a raccontarsi".

Come ti hanno accolto?
"Prontamente mi hanno fatto dono delle loro storie con straordinaria generosità ed entusiasmo, perché hanno sentito da parte mia una reale predisposizione all’ascolto. Per questo non sono mai stata rifiutata, cacciata o trattata con mancanza di gentilezza. Il rapporto si è tradotto in una relazione amicale, fondata sulla parità. Da parte loro non c’erano grandi aspettative. E seppure il degrado è una realtà, ho avuto modo di notare come nei piccoli e angusti spazi in cui vivono, cercano di costruire “casa”: ornano il pavimento con tappeti, il modesto mobilio con soprammobili e i loro oggetti sono sistemati con ordine. Hanno un profondo senso di dignità e fierezza".

La lingua è stata un problema?
"Sì, ci cono stati momenti in cui lo sperdimento che mi creava la non comprensione dei molti idiomi esistenti, albanese, montenegrino, serbo, mi aveva quasi tentato ad andar via. Poi mi sono resa conto che sulle questioni fondamentali si riusciva sempre a comunicare: come nel caso di una mamma, che con il suo italiano stentato mi ha chiesto consiglio su come curare suo figlio che aveva la febbre. In fase di scrittura del mio libro, ho volutamente lasciato alcune frasi non tradotte, per ricreare il reale, ma solo apparente, senso di distanza che si prova quando ci si trova difronte a chi parla un’altra lingua. In realtà occorre ricordare che, non siamo obbligati a comprendere sino in fondo tutto dell’altro. 
Basterebbe intendersi sulle cose fondamentali per abbattere muri: fermarsi a pensare solo qualche secondo che, malgrado tutto, la persona che ti è difronte è come te, ha i tuoi stessi bisogni, paure, desideri, speranze e soprattutto diritti. Un semplice essere umano".

Che cosa si dovrebbe sapere di quello che hai avuto modo di scoprire incontrando queste persone?
"Mi viene in mente, per fare solo un esempio, l’inimmaginabile trauma di uno sgombero forzato, e non preannunciato da parte di un’amministrazione cittadina. Ci sembra normale, ma non lo è, trasferire queste persone di continuo da un territorio all’altro, dimenticando che ogni volta perdono punti di riferimento importanti per la loro vita, come la rete di contatti con gli operatori sociali (che denunciano spesso il danno creato dagli sgomberi), senza tralasciare il profondo smarrimento di dover smontare di nuovo la propria casa, senza conoscere la propria destinazione. Fermarsi a pensare un momento in più, potrebbe servire a scardinare una cultura del rifiuto e del disprezzo che non renderà mai le nostre città più sicure. Solo l’apertura all’altro può realizzare una società più serena, al riparo dai pericoli".

INFORMAZIONI
Titolo:
"Il circo capovolto"
Autore: Milena Magnani
Editore: Feltrinelli, Collana "I Canguri"
Pag: 144
Prezzo: 12 euro

LINK UTILI
- Feltrinelli Editore, Blog d'Autore