Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla Cultura: il Governo ci ripensa

Un nuovo ministro, più di 400 milioni al FUS, tax credit senza caro-biglietti, fondi al Mibac e a Pompei. Arriva dal Governo tutto ciò che lo spettacolo avrebbe voluto dallo Stato (e avrebbe osato chiedere).

Cronaca Italia Laura Croce 25/03/2011
Titolo: Foto di Stefania Giannuzzi
Fonte: Flickr

Sarà stato il gioioso clima di Unità, o forse il mistico incontro tra Tremonti, Alemanno e il direttore d'orchestra Riccardo Muti, che ha ispirato il ministro dell'Economia a tal punto da fargli declamare "Veni, vidi, capii", dove "capii" si riferisce alla quasi crepuscolare presa di coscienza del potenziale distruttivo dei tagli indiscriminati operati dal Governo al settore della cultura. O magari sarà stata la sensibilità umanistica del sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta, incidentalmente anche genitore di quel Giampaolo Letta che siede sulla poltrona di vice-presidente e ad di Medusa, la casa cinematografica che fa capo al gruppo Mediaset. 

Fatto sta che il settore dello spettacolo non piange più, e revoca molti degli scioperi e delle mobilitazioni indette nei giorni scorsi per protestare contro quello che fino all'altro ieri è stato vissuto come l'esplicito tentativo di affossare un comparto artistico fondamentale per la formazione della coscienza critica e civile del Paese.

Tale appariva il sentore generale fino al Consiglio dei ministri di mercoledì che, apportando sostanziali correttivi al decreto Milleproroghe, ha cancellato con un sol colpo di spugna tutti i principali crucci del mondo della cultura: ha riportato il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) ai livelli dell'anno passato "con 438 milioni, anzi qualcosa di più", ha dichiarato Letta Senior, assicurando anche fonti di approvvigionamento sicure per il tax credit cinematografico senza aumentare di un euro il costo del biglietto, ha aumentato gli stanziamenti ai Beni Culturali per evitare altri scandali come quello di Pompei, ha prorogato fino al 2012 il divieto di incroci proprietari tra televisioni e quotidiani e, già che c'era, ha innalzato il numero massimo di consiglieri e assessori per le città con più di un milione di abitanti (norma cara al sindaco Alemanno, che era stata in precedenza inserita e poi stralciata dal testo del provvedimento ora rivisto). 

Il tutto grazie a una magica panacea: un aumento "di uno o due centesimi" sul costo della benzina, che secondo il Governo tutti gli italiani saranno ben lieti di sostenere per la cultura (anche in un frangente così delicato per il prezzo dei carburanti, spinto alle stelle dalla crisi in Medio Oriente, e anche dopo un buon biennio di dichiarazioni di esponenti governativi e campagne stampa contro il parassitismo della "classe intellettuale" italiana).

La mossa a sorpresa arriva dopo uno dei momenti più critici per il mondo dello spettacolo, in cui l'ultimo colpo di scure abbattutosi sul sostegno pubblico al settore aveva lasciato sul campo anche una serie di teste illustri. Prima fra tutte quella dell'ormai ex-ministro della cultura Sandro Bondi, le cui dimissioni sono state annunciate dopo la notizia di un congelamento di 27 milioni di euro destinati al FUS da parte del Governo, per cautelarsi da eventuali minori introiti derivanti dalla vendita delle frequenze per il digitale terrestre. Provvedimento che l'avrebbe portato a circa 231 milioni di euro, mettendo a rischio la sopravvivenza di quasi la metà del settore (il 40 per cento, secondo le stime dell'Associazione delle imprese dello spettacolo - Agis) e perfino dell'enorme patrimonio archivistico di Cinecittà Luce. 

A dichiararlo era stato il suo ad Luciano Sovena, suscitando immediatamente le reazioni di artisti come Benigni e Bertolucci, ma anche dei membri di vari schieramenti politici, tra cui la Lega: unica voce dissonante rispetto al coro di indignazioni e a favore della privatizzazione dell'organismo nato dalla fusione tra Cinecittà Holding e Istituto Luce. Naturalmente su modello di quanto già avvenuto per i celebri Studios di via Tuscolana, che tuttavia sono stati al centro delle proteste messe in atto nei mesi scorsi dai lavoratori del cinema che ne temono la cementificazione e il declassamento a location per hotel, parcheggi e ristoranti. 

Questo e altri spettri sono stati spazzati via dall'imprevista decisione della Maggioranza, che nel complesso ha stanziato 149 milioni di euro di reintegro per lo spettacolo, 80 milioni per la conservazione dei beni culturali e altri 7 milioni per gli istituti del settore. E non finisce qui: al Residence Ripetta di Roma è prevista per lunedì 28 marzo una manifestazione del PdL dal titolo 'Il cinema è cultura', nel cui carnet compaiono alcuni nomi del mondo della celluloide (come Lando Buzzanca e Pupi Avati,  ma anche Luciano Sovena, il presidente dell'Agis Paolo Protti, e Silvio Maselli dell'Apulia Film Commission) più quelli di esponenti di politici di spicco come Fabrizio Cicchitto, lo stesso Letta, Renata Polverini, Gianni Alemanno, Antonio Tajani e Francesco Maria Giro, il sottosegretario del Mibac 'sopravvissuto' all'era Bondi e pronto a entrare in quella Galan. L'ex ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali si insedia infatti ai Beni Culturali dopo il mini-rimpasto di Governo, forse per sedare i noti timori di  Tremonti sul fatto che "la cultura non si mangia", e renderla più digeribile a quei palati di Destra che sembrano aver ritrovato, infine, un po' di appetito.

Le categorie del cinema non possono che esprimere soddisfazione e tentare di riappacificarsi dopo gli scontri produttori-autori vs. esercenti sull'ormai eliminato prelievo di un euro dal biglietto cinematografico per finanziare il tax credit. Una misura che avrebbe indubbiamente giovato ai primi anelli della filiera cinematografica, ma con più di una preoccupazione da parte di chi il cinema lo proietta nelle sale, specialmente ora che le perfomances del prodotto italiano sono ai massimi livelli (i dati Anica segnalano una quota italiana del 60 per cento nei primi due mesi dell'anno, per quanto il totale degli incassi di inizio 2011 non abbia raggiunto quelli megagalattici spinti da 'Avatar' nel 2010) ed è ancora aperta la sfida della conversione al digitale. 

I più scettici potrebbero chiedersi se lo strappo potrà essere ricucito ,ora che i produttori hanno sperimentato l'ebbrezza del successo delle commedie italiane (quasi tutte infarcite di star televisive) al botteghino, mentre nei due anni passati si erano avvicinati agli esercenti proprio in virtù dei magri guadagni di alcuni film italiani, scoprendoli più adatti alle spossate sale di città piuttosto che ai possenti megaplex sul cui stato di salute non sembra esserci preoccupazione. Ma questo è un altro film.