Inchiesta: Archeologia subacquea

Archeologia subacquea: Tiboni, "Tutelare in situ per salvare storia e scienza"

Il presidente dell'AiaSub spiega l'impossibilità di portare fuori dal mare tutto il patrimonio sommerso, che proprio per questo motivo va studiato e conservato, permettendo le visite in loco.

Archeologia Francesco Amorosino 23/03/2011
Fonte: AiaSub

Tutelare per conservare, tutelare per studiare, tutelare per scoprire ed esplorare. Francesco Tiboni, presidente dell'AiaSub, l'associazione italiana degli archeologi subacquei, non ha dubbi: occorre intervenire prontamente per salvaguardare l'immenso patrimonio culturale celato negli abissi. Proprio per questo fa parte del progetto Archeomar, il grande censimento dei reperti archeologici nelle acque delle coste italiane. 

Perché è importante progetto Archeomar?
"Il progetto nasce come censimento dei  beni archeologici sommersi nelle acque delle varie regioni italiane: è la prima volta che si va a verificare quanti reperti si trovano sott'acqua, manufatti che devono essere tutelati e molto spesso, così facendo, se ne scoprono di nuovi. Inoltre è importante dal punto di vista scientifico perché in Italia, per la prima volta, collaborano l'archeologia e la geofisica marina. Stiamo ancora sviluppando questa nuova materia, nel nostro Paese mancano le professionalità, e per questo le stiamo formando. La nuova frontiera per gli archeologi subacquei è il rapporto con altre branche scientifiche come appunto la geofisica, e con le nuove tecnologie, con i robot e i sommergibili che in geologia si usano da molti anni".

Dai dati forniti si evince che il patrimonio sommerso è molto ingente, non è vero?
"Sì, l'Italia ha uno sviluppo di coste grandissimo e uno percorso storico culturale millenario, tutti i popoli che nei secoli sono giunti nel nostro territorio hanno lasciato testimonianze lungo le coste, come relitti e materiale vario. Molto si conosce, e moltissimo non si conosce ancora. Possiamo dire che il patrimonio sommerso è immenso e fa il paio con quello emerso". 

Si può dire che esistono più reperti sott'acqua che sulla terra?
"Beh, l'acqua ha il vantaggio, soprattutto a profondità elevate, di conservare ogni cosa, e come amava dire uno dei miei maestri 'quando una cosa non mi piace più la butto a mare', e noi la ritroviamo. Per questo il Mediterraneo è un grande contenitore di storia".

Perché allora non far emergere tutto questo patrimonio?
"La convenzione Unesco dice espressamente che è meglio tutelare in situ. È comprensibile prima di tutto per i costi: far emergere un oggetto che è rimasto immerso nelle profondità marine per secoli significa iniziare a restaurarlo nel momento stesso in cui il reperto esce dall'acqua. Qualsiasi manufatto rimasto 1000 o 2000 anni sott'acqua ha costi enormi, perché prima bisogna togliere il sale e poi si inizia il restauro. E poi c'è il problema dei magazzini: dove stoccare questo materiale? Le cose più belle si possono esporre, le altre devono trovare posto in un magazzino. La convenzione Unesco ratificata dall'Italia dice di provare a rendere questi siti visitabili sott'acqua, per questo si vogliono creare dei parchi tematici anche nel nostro Paese, per cui si andrà sotto il mare per visitare l'archeologia marina, come si passeggia lungo i Fori Imperiali per visitare l'archeologia a cielo aperto".

Per questo è importante tutelare i reperti in fondo al mare?
"Credo sia importante per tre motivi: rappresentano la Storia, e questo è fuori discussione, può darsi che diventino un'occasione economica e possano attrarre turismo e, infine, una cosa che non si considera mai, cioè che nel futuro potremmo avere a disposizione delle tecnologie tali che ci consentiranno di studiare i reperti meglio di come si studiano oggi, per questo devono essere tutelati, anche per un valore scientifico. L'Unesco evidenzia molto questo punto, ad esempio l'Italia è entrata a far parte di un progetto per la conservazione delle palafitte sull'arco alpino, e l'Unesco ha raccomandato di non scavarle tutte per lasciare la possibilità scientifica per il futuro".

Cosa ne pensa dell'istituzione della Soprintendenza del mare?
"Non posso dare un giudizio politico, credo sia un ente necessario in Italia e già presente in tutti i Paesi del Mediterraneo. Se ne discute da tanto, sembra che il percorso sia iniziato bene. Da un punto di vista tecnico è importante, e il fatto che sia condivisa da tutti gli schieramenti dimostra che esiste una concreta necessità di tutela. La convenzione Unesco richiede un organismo centrale che sovrintenda alle varie operazioni altrimenti, è brutto dirlo, si rischia di portare avanti le cose 'all'italiana', con una miriade di frammentazioni e si rischia di fare troppo o troppo poco a seconda dei funzionari incaricati".


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