Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: 'Ciak si sciopera', la rivolta dei lavoratori delle spettacolo

Fondi tagliati del 36,6 per cento per il 2011. In piazza il 22 novembre per tutelare il lavoro e chiedere il ripristino degli incentivi agli investimenti. I contrari: "Il problema è il teatro ipersovvenzionato, quello innovativo, invece, è vitale".

Cronaca Italia Silvia D'Ambrosi 22/11/2010
Titolo: Manifestazione dei lavoratori dello spettacolo al Roma Film Festival
Fonte: LaPresse

La scena inedita si è girata il 22 novembre scorso sui set del cinema, ma anche nei teatri di prosa, lirica, musica dove i lavoratori per dire 'no' ai tagli alla cultura. I sindacati di categoria hanno proclamato lo sciopero per tutti i lavoratori dello spettacolo e per tutta la durata delle prestazioni lavorative, per protestare contro i tagli previsti dalla finanziaria 2011 e "contro l'immobilismo sulle necessarie riforme di sistema, per salvaguardare l'occupazione e per lo sviluppo dei relativi settori".

Un'iniziativa sindacale a 360 gradi rispetto alla quale si sono detti solidali persino i datori di lavoro che con la loro categoria imprenditoriale, l'Agis, lamentano il calo dei conferimenti: dai 409 milioni del 2010 ai 262 previsti per il 2011, un taglio pari al 36,6 per cento. Per questo tutte le parti coinvolte che lo scorso 18 novembre si sono ritrovate a Piazza Fontana di Trevi davanti alle telecamere di Annozero che ospitava in studio il Ministro Bondi. 

Parti che chiedono che il Fondo Unico per lo Spettacolo (FUS) torni almeno ai livelli del 2008, ovvero circa 450 milioni di euro, condizione indispensabile - dicono -  per scongiurare la morte certa del teatro e la delocalizzazione all'estero di tutta la produzione cinematografica. Sono fondi necessari per non disperdere tutte le professionalità del settore. In particolare, i sindacati chiedono la conferma del rifinanziamento, per il prossimo triennio, degli incentivi fiscali già esistenti, conosciuti come Tax Shelter e Tax Credit, e cioè incentivi alle imprese che sostengono il mondo dello spettacolo italiano, incluso quello 'dal vivo'.

La cultura in Italia sembra sgretolarsi ogni gioni giorni di più. Come la Casa dei Gladiatori a Pompei crollata nei giorni scorsi e che, suo malgrado, è divenuta il simbolo di questo periodo storico, dove l'unica soluzione per fronteggiare la crisi è "sforbiciare" il patrimonio storico-culturale del nostro Paese. Dalla storia allo spettacolo le frane travolgono anche i teatri italiani dove "vanno in scena i tagli". Ci sono migliaia di piccole, ma preziose realtà teatrali che rischiano di chiudere, oltre che per i tagli del Governo, anche a causa del Patto di stabilità che vincola le spese locali e l'ingente cura dimagrante dei soldi che da Roma non arriveranno più a Regioni, Province e Comuni. Si è già verificata una riduzione del 20% in due anni e il settore è sempre stato, anche in passato, non particolarmente florido. Dal 1998 c'è stata una costante riduzione dei contributi pubblici. L'Italia oggi spende per la cultura lo 0,15% del PIL, contro il 3,5 della Germania.

Senza i fondi pubblici, che coprono la metà del fabbisogno finanziario dei teatri è difficile andare avanti. Certo, ci sono gli incassi del botteghino e degli sponsor, ma i tagli agiscono in modo orizzontale, senza distinguere tra virtuosi e non, senza tenere conto dell'innovazione che alcuni teatri sono riusciti a realizzare. Vi sono stabili che in questi anni hanno fatto esercizi di finanza creativa riuscendo a contenere le spese unificando le rassegne in cartellone, disegnando un percorso comune di spettacoli e rappresentazioni. Esercizi che magari hanno fruttato un taglio dei costi pari al 20 per cento, subito annullato, però da un equivalente aumento del costo della vita.

Minori investimenti equivalgono non solo a una più bassa qualità delle rappresentazioni, ma anche al rischio occupazione. I lavoratori del teatro, infatti, sono in larga parte senza ammortizzatori sociali. Inoltre, i conferimenti dei fondi vengono decisi annualmente, sicché diventa impossibile programmare con adeguato anticipo quali e quante rappresentazioni si potranno mettere in scena. 

La via di uscita potrebbe essere quella di un maggior ricorso agli sponsor, ed in molti casi diversi teatri lo hanno già fatto abbandonando la cultura romantica che suggeriva di tenersi lontano dalla "mercificazione dell'arte". Tuttavia, resta il fatto che oggi il teatro non è considerato come un'attività di utilità immediata, e gli sponsor fuggono o preferiscono puntare su attività con più ricadute sociali, o sui grandi eventi. Forse se venissero approvate leggi per defiscalizzare gli investimenti in cultura, come nei paesi anglosassoni, si avrebbe un diverso afflusso di investimenti. Oggi, invece, un imprenditore che decida di investire, lo deve fare per puro 'mecenatismo', perché lo stato non lo favorisce.

"Ma quale crisi? La crisi del teatro e le platee vuote sono denunciate da anni, anni in cui oggi si sostiene che le cose andavano bene".   Voci fuori dal coro. Sull'argomento dei tagli alla cultura esistono, infatti, anche opinioni contrarie come quella espressa sulla rivista on-line 'DelTeatro.it' che ritiene che i problemi del teatro non sono certo prioritari presso l'opinione comune. "Se il problema fosse puramente di natura economica, basterebbe una legge che assicuri alle strutture adeguati e tempestivi finanziamenti". Ma, secondo quanto riportato dalla rivista, le cose non stanno così, "la questione riguarda il ruolo stesso del teatro". Un teatro che non mostra segni di crisi quando anima con circa 600 nuovi gruppi la scena italiana. Sono segnali di una vitalità in cui si sta realizzando il più poderoso ricambio anagrafico ed estetico degli ultimi decenni".

Si sostiene che esistono piccole sale, magari chiuse da tempo e recuperate dalle amministrazioni locali, che realizzano programmazioni innovative e vivacissime, dove circolano curiosità, idee, fermenti non convenzionali e tutt'altro che provinciali. Il teatro in sé non ha bisogno di essere tutelato, insistono i critici, piuttosto chi lamenta la crisi è il "teatro ipersovvenzionato, ipernutrito nelle sue anacronistiche ambizioni spettacolari. Teatro piuttosto metropolitano, con un pubblico di abbonati ormai obsoleto e incapace di rivolgersi a nuove fasce di spettatori. Immagini e spot di questo teatro sono i divi di ieri, realtà di un epoca ormai trascorsa".

A questo punto ci si chiede, ha senso contrapporre il teatro definito "innovativo e creativo" a quello, diciamo, più legato alla tradizione classica? Non sono l'uno l'indispensabile linfa della nuova creatività e l'altro l'altrettanto indispensabile portato di una fondamentale esperienza culturale? Sarebbe, forse, utile immaginare che possano e debbano convivere in un sistema di scambi fruttuoso e produttivo per il teatro stesso.

LINK
CGIL (SLC) e la manifestazione del 22 novembre 2010
Annozero, puntata 'Macerie' sugli esigui investimenti in cultura
Rivista delTeatro