Inchiesta: Violenza sulle donne

Violenza sulle donne: le reazioni della vittima dopo l'abuso

Donne Paola Simonetti 27/09/2008
Fonte: dal web

Un datore di lavoro che si conosce da anni, un amico insospettabile, magari che da sempre ci sostiene nei momenti difficili, ma anche un ex fidanzato, col quale si è ristabilita un’amicizia. E’ dietro questi volti che nella maggior parte dei casi, secondo recenti stime, può nascondersi il rischio di una violenza sessuale. La fiducia della vittima, è determinante e spesso pagata a caro prezzo. Violenze consumate da parte di sconosciuti, sono una percentuale notevolmente più bassa in Italia, seppure di medesima gravità. 

A confermare i dati ufficiali dell’Istat, Alessandra Kustermann, responsabile di una delle massime strutture di settore in Italia, il Centro Soccorso Violenza sessuale Clinica Mangiangalli di Milano, nato 12 anni fa. «La nostra casistica – spiega la dottoressa Kustermann- ci dice, che non rari sono i casi in cui, ad esempio, una ragazza, in un’uscita serale fra amici, venga presentata ad un nuovo conoscente assolutamente insospettabile, dall’aspetto distinto, ‘normale’, e che a fine serata da questo venga violentata. Una situazione assolutamente non prevedibile, non fiutabile, perché la fiducia che la vittima ripone nel nuovo amico è un riflesso di quella che ripone nella persona che glielo ha presentato». 

Le donne straniere sono le più soggette ad abuso sessuale, "anche perché in percentuale minore rispetto a quelle italiane, sul territorio”, che vengono prese di mira indistintamente da uomini stranieri e italiani, anche nel caso di violenza consumata da sconosciuti. «La donna che si rivolge ad un centro di soccorso come il nostro – prosegue la Kustermann - non necessariamente (diciamo quasi mai) denuncia poi alle autorità giudiziarie l’accaduto. Chiedere aiuto, dunque, non significa avere poi il coraggio di esporsi in un processo pubblico, soprattutto se il violentatore non è un perfetto sconosciuto». «Il timore del giudizio altrui – aggiunge - è pesantissimo, soprattutto in relazione all’area familiare, che non di rado sbagliando, carica la vittima di una responsabilità che non ha». 

A giocare un ruolo drammatico sulla vittima, è anche il forte senso di colpa di quanto subìto, un peso che spesso viene portato anche a lungo prima di imboccare la strada del soccorso psicologico. «C’è la sensazione da parte della vittima, di essere in qualche modo corresponsabile dell’accaduto. Nella testa, in modo ossessivo, si ripete ‘Se avessi agito in modo diverso, se avessi fatto un’altra strada, se mi fossi guardata le spalle…’ etc».

«Paradossalmente – precisa la dottoressa- è un meccanismo mentale che la aiuta a sopportare l’evento. Se riesco a pensare che la storia sarebbe potuta andare in un modo diverso, questo mi aiuta a non aver paura di tutto, mi fa sentire ancora capace, con i giusti strumenti di consapevolezza, di dominare in qualche modo la situazione. Diversamente mi sentirei alla mercè degli eventi, oltretutto ripetibili in futuro. E questo provoca terrore». Ma molta parte del pesante senso di colpa vissuto da chi subisce violenza, è il ricordo di non aver reagito al momento per pura di conseguenza peggiori: «Quasi mai, o raramente, una donna che subisce stupro cerca di difendersi in modo determinato: il terrore di essere uccisa è più forte del disgusto e del dolore di quello che gli sta accadendo».  

Di diversa natura la dinamica che scatta, invece, nel caso della violenza (che può anche contemplare, seppure non sempre, l’abuso sessuale) consumata fra le mura domestiche. «Dopo il primo schiaffone o pugno, a cui la vittima in genere non dà il peso che dovrebbe, la vittima tende a restare e a non fuggire per vari fattori – sottolinea Alessandra Kustermann-: primo fra tutti il plagio e l’isolamento a cui è sottoposta dal compagno: terra bruciata viene fatta nei confronti di amici e parenti, e una costante violenza psicologica le fa credere di non valere nulla, di non essere in grado di agire,di non avere qualità e fora sufficienti. L’autostima si annulla e la vittima si ritrova convinta di essere incapace di agire».

«In secondo luogo – prosegue - c’è la dipendenza economica, l’alibi dei figli piccoli. A volte c’è la speranza che l’uomo cambi (in genere il carnefice fa promesse, che regolarmente vengono tradite), dopo le botte non di rado ci sono regali, fiori, momenti di idillio in cui l’uomo violento si pente e giura di non farlo più. La vittima tende a crederci. E un’esistenza di botte e lividi può durare per decenni».

«L’aiuto psicologico è fondamentale. Non a caso, quando le donne vittime di violenza casalinga arrivano nel nostro ospedale, non dicono mai che il livido che hanno sul braccio o sull’occhio è frutto di percosse, ma dell’ennesimo incidente domestico».