Inchiesta: Crisi economica europea

Eurolandia: debiti sovrani, il Portogallo prova a rassicurare la Commissione

Il governo socialista di Lisbona promette pesanti misure di risanamento. L'economista Ferraguto: "Sì, ma le fibrillazioni proseguiranno. L'errore di prospettiva è punire gli Stati per una crisi generata dai privati".

Crisi economica Ulisse Spinnato Vega 12/10/2010
Titolo: Il primo ministro portoghese, José Sócrates

Bisogna rassegnarsi. Ci saranno ancora speculazioni e fibrillazioni sui debiti sovrani europei. I 'Pigs' restano nel mirino, ma l'Italia – che pure è fuori dal quartetto dei cosiddetti 'maiali' – non può dirsi del tutto al sicuro. Dopo lo choc greco e la scoperta che l'Irlanda si sta svenando per salvare le proprie banche, l'Europa ha reagito positivamente ai piani di rigore fiscale e finanziario di Spagna e Portogallo.

Lisbona ha il problema di un governo socialista di minoranza che forse non sarà in grado di coagulare attorno a misure draconiane di risanamento il grande consenso che aveva Papandreou ad Atene. Tuttavia, l'esecutivo di José Socrates si dichiara pronto a negoziare gli interventi con l'opposizione di centrodestra e ha comunque annunciato, tra le altre cose, un taglio del 5% agli stipendi dei pubblici dipendenti e un aumento dell'Iva dal 21 al 23% per il 2011.

Malgrado ciò "dovremo aspettarci altre crisi cicliche, panico diffuso, spread sui titoli che schizzano in alto. Un otto volante in cui poi c'è sempre qualcuno che se ne approfitta", dice a Nannimagazine.it Giuseppe Ferraguto, docente di Macroeconomia alla Bocconi di Milano.

Professor Ferraguto, eppure l'Europa ha provato ad agire in modo tempestivo.
"Di fondo, c'è un problema di crescita scarsa e queste situazioni non si risolvono in pochi mesi. É vero che l'Europa ha messo in piedi fondi che dovrebbero tamponare per i prossimi due o tre anni. Però, nel caso della Grecia ad esempio, l'aggiustamento è su un termine così lungo che nella testa dei mercati il punto interrogativo esiste sempre".

Di fronte a Paesi così in difficoltà non sarebbe meglio pensare a una ristrutturazione pilotata del debito, un default controllato?
"Credo di sì. Forse è addirittura inevitabile. Sennò l'alternativa potrebbe essere un tragico default aperto. Pensi che la Grecia, con tassi di crescita come quelli attuali, raggiungerebbe la stabilizzazione dei conti - secondo alcuni - solo generando un avanzo che potrebbe causare una flessione del PIL di oltre il 20%. Ma ciò significherebbe pagare un prezzo politico e sociale troppo alto".

Tuttavia, in Europa si parla tanto di rigore fiscale e non si tiene conto dello scarso sviluppo. A che serve imporre una cura severa che guarisce il cavallo e nel frattempo lo ammazza?
"Infatti c'è un errore di prospettiva: si dimentica che la crisi non nasce dai debiti sovrani ma dal settore privato. E i Paesi si sono indebitati per salvare banche e istituzioni finanziarie private, per chiudere la stalla prima che fuggissero tutti i buoi. Ora ci vorrebbero stimoli fiscali per generare nuova crescita".

Il Portogallo fa, in piccolo, come l'Italia: va forte sull'export ma ha una domanda interna stagnante. Come si raddrizza questa situazione?
"Nel nostro caso le soluzioni sono due: o si rimette in moto l'economia che è sostanzialmente ferma da un decennio per colpa di determinate politiche e per una perdita strutturale di competitività; oppure ci si affida un po' allo stellone e al traino della Germania nella speranza che i nostri partner commerciali inizino a crescere in modo deciso e ci tirino su. Nel primo caso, però, si tratta di investire su cose come ricerca, innovazione, formazione: cose fondamentali ma che non danno risultati a breve termine".

E nel secondo caso?
"Beh, bisogna vedere cosa fa l'euro. Per tutta la prima metà del 2010 è rimasto debole e quindi si è pensato che la robusta domanda estera poi si sarebbe ripercossa positivamente anche su redditi e consumi interni. Questo in parte è successo, non a caso i dati sulla produzione industriale di agosto dicono che siamo quasi a un +10% tendenziale. Ora però l'euro è tornato a schizzare in alto e quindi abbiamo perso competitività. Dunque, affidarsi a questo traino genera interrogativi".

Allora cosa dobbiamo fare?
"Finora abbiamo gestito la politica fiscale abbastanza bene. Meglio che altrove. Siamo riusciti a galleggiare in modo impeccabile. Il problema, adesso, è che magari qualcuno ci costringerà a prendere misure più dure per la riforma del Patto di stabilità".

Non le sembra che la Bce pecchi un po' di inattività e si affidi troppo all'euro forte per non decidere di fronte al dilemma secondo cui, da una parte, la Germania che ha ripreso a correre andrebbe frenata con una politica dei tassi restrittiva, mentre dall'altra parte quella stessa politica restrittiva farebbe danni agli altri Paesi dell'euro che ancora faticano?
"E' il vizio di fondo della Banca centrale europea, che ha una sola moneta e una sola politica monetaria. Ma quella politica monetaria non si adatta alle esigenze di tutti i membri di Eurolandia. Inoltre, in questo momento, Francoforte è condizionata dalle preoccupazioni tedesche. La Germania ci costringe a un quasi sconsiderato rigore fiscale nel momento sbagliato. I tedeschi sono ossessionati dalle vicende greche sia per motivi di propaganda politica sia per l'enorme esposizione delle loro banche rispetto al debito di Atene".

Quindi, alla fin fine, il valore dell'euro lo decide Berlino?
"In pratica sì. Ma un cambio così alto finirà per danneggiare anche loro. La Bce, tra l'altro, resta alquanto prudente rispetto alla Fed, che invece sta seguendo una politica estremamente espansiva nel tentativo di risollevare la titubante economia Usa".