Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: la cura contro un sistema parassitario?

Li chiamano "enti inutili", ma nel sistema cultura dell'Italia rientrano migliaia di aziende, capaci di generare profitto per miliardi di Euro e di incidere per più del 2% sul Pil nazionale.

Cronaca Italia Laura Croce 14/06/2010
Titolo: Gabriele Lavia in 'Macbeth', 2009
Fonte: Immagine dal web

Le parole d'ordine più in voga quando si parla di tagli alla cultura sono gli "sprechi" e i "privilegi" di cui godrebbe l'intero settore spettacolo, dipinto spesso come inutile e parassitario, anche in virtù del suo sempre maggior sganciamento dal pubblico generalista assuefatto alla tv. 

In realtà, già all'epoca di Fellini quelli che oggi vengono considerati in tutto il mondo i capolavori del cinema italiano godevano molto di più dell'apprezzamento della critica piuttosto che degli spettatori. Oggi la legittimazione popolare della cultura risulta però ancora più debole e rarefatta, in un circolo vizioso che si nutre di mancanza di dialogo, di feedback e d'informazione. Capita così che nei dibattiti sul sostegno statale ai settori della cultura e dello spettacolo, si scivoli in continuazione dai discorsi di principio a specie di memoriali di difesa in cui i soggetti colpiti fanno valere le proprie cifre, cercando l'assoluzione della politica e dell'audience scettica e inquisitrice. Il tutto spesso a scapito di un serio discorso, anche economico, di sistema. 

Naturalmente questo è più o meno quello che è successo anche nel caso dei tagli all'ETI - Ente Teatrale Italiano, che nell'ultimo "processo alla cultura" ha dovuto anche ricordare il suo ruolo nel mondo dello spettacolo nostrano. Prima di tutto il budget, che nel 2009 è stato costituito per 12 milioni di Euro su 16 dal finanziamento pubblico (proveniente da Mibac, Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Lotto e Arcus) a fronte di un incasso complessivo di 3 milioni 770mila euro, realizzato nei tre teatri gestiti direttamente dall'Ente: le strutture storiche del Valle di Roma, il teatro Della Pergola di Firenze e il Duse di Bologna.  E anche se il bilancio può sembrare in perdita, a questo bisogna aggiungere i tanti programmi portati avanti dall'ETI in quanto organismo pubblico di promozione dell'arte teatrale. 

Chi frequenta le platee capitoline ricorderà probabilmente l'offerta del Teatro Valle, praticamente unica nel suo genere, di spettacoli in lingua originale con sopratitoli in italiano, ma tra le attività messe in evidenza in questi giorni dai comunicati ufficiali dell'Ente, spiccano anche le iniziative per portare il teatro italiano all'estero, per favorire la circolazione degli artisti - sostenuta anche dalla Commissione Cultura dell’Unione Europea - per promuovere i giovani talenti under 35 e settori più sofferenti come la danza, più i progetti per le scuole e l’educazione del pubblico. 

Senza contare infine l'utile servizio di rassegna stampa nonché la firma di una convenzione triennale con il Mibac che ha affidato all'ETI per il periodo 2009/2011 la gestione di alcune attività strategiche dell'Osservatorio dello Spettacolo, tra cui la relazione annuale al Parlamento sull'utilizzazione del FUS, Fondo Unico per lo Spettacolo. A occuparsi di tutte queste attività sono 173 dipendenti, di cui pare solo una minima parte potrà essere riassorbita nella pubblica amministrazione in caso di chiusura dell'Ente, e comunque con un rischio evidente di perdita di risorse specifiche e know how. 

Al momento non sembra esistere una contabilizzazione ufficiale di tutte queste attività, mentre gli operatori dello spettacolo sostengono che, secondo un calcolo della Ragioneria di Stato, la soppressione dell'ETI farebbe risparmiare alle finanze non più di 164 mila Euro. Ancora prima che ideologico, il discorso da approfondire sembra anche di natura economia e di mercato: ancora una volta, dopo le agitazioni dell'anno scorso per la decurtazione del FUS, ci si trova a rivendicare il valore non solo di principio ma anche strategico della cultura come settore non secondario di produzione e consumo, che contribuisce in modo attivo al funzionamento dell'industria del Paese. 

A tal proposito è bene ricordare i dati di Federculture - l'associazione nazionale dei soggetti pubblici e privati che gestiscono le attività legate alla cultura ed al tempo libero - che già a fine 2009 sottolineavano come questo settore fosse uno di quelli meno colpiti dalla crisi e dunque uno di quelli dove investire in un'ottica anti-ciclica. Il valore dei consumi culturali ammonta infatti a miliardi di euro (64, per la precisione, nel 2008, a fronte dei 48 di dieci anni fa); solo il teatro è cresciuto dal 1999 più del 28%, seppur con differenze tra Nord e Sud. Sempre secondo i dati di Federculture, il settore culturale e creativo incide dunque sul Pil italiano per il 2,6% e occupa circa 550 mila addetti, pari al 2,3% della forza lavoro nazionale. La quota del bilancio pubblico destinata alla cultura si attesta però allo 0,23%, e così il compito si sopperire a questa carenza di risorse (nei principali paese europei si parla infatti di investimenti che superano come minimo l'1% del Pil) scivola sempre di più verso gli Enti locali, il cui sostegno però è fortemente condizionato dalla situazione non sempre facile dei bilanci di Comuni, Province e Regioni.

Ma non sono solo gli operatori del settore a chiedere il riconoscimento del proprio ruolo economico oltre che educativo e civile. Proprio mentre impazzano le proteste dell'ETI e del Centro Sperimentale di Cinematografia, fa il suo debutto in scena (tanto per rimanere nella terminologia teatrale) anche Confindustria Cultura Italia, nuovo nome della Federazione Italiana dell'Industria Culturale. Un organismo che riunisce dieci associazioni operanti nei settori cinema, audiovisivo e spettacolo (AGIS, ANICA, APT, UNIVIDEO), musica (AFI, FIMI, PMI), editoria (AIE, ANES) e dei videogiochi (AESVI), e che come suo primo atto ha voluto rivendicare il suo business non indifferente da 16 miliardi di Euro, con un "portfolio" di 17mila aziende capaci di occupare 300mila persone.

"Il settore della cultura è un comparto industriale vero e proprio, in grado di generare profitto  e creare occupazione", ha dichiarato esplicitamente Emma Marcegaglia, Presidente di Confindustria, nel presentare il nuovo volto della Federazione. E non sembra affatto scontato in un moneto in cui organismi che si occupano di teatro, cinema, conservazione del patrimonio culturale e ricerca, vengono classificati senza colpo ferire "enti inulti" e liquidati sbrigativamente in un elenco allegato all'ennesimo decreto legge.