Inchiesta: I tagli alla cultura

Tagli alla cultura: il colpo al cuore dell'ETI

Dalla rivendicazione del proprio ruolo di formazione e promozione alle critiche verso le strategie politiche che minano il senso critico. Ecco come il mondo dello spettacolo difende il suo ruolo e la sua utilità

Cronaca Italia Laura Croce 12/06/2010
Fonte: Laura Croce

Se non fosse stato  per quel sottile senso di glamour che circonda sempre le grandi manifestazioni teatrali, anche quelle di protesta, lo scenario sarebbe apparso alquanto apocalittico. Giovani corpi sparsi per terra dappertutto, nell'atrio, nei corridoi, sulle scale e perfino sul tappeto di velluto rosso che ricopre la platea. 

Questa la performance agghiacciante e suggestiva messa in atto dagli studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia per dare man forte alla protesta dell'ETI, Ente Teatrale Italiano, colpito al cuore dai tagli previsti dal Ministro Tremonti insieme ad uno stuolo di altri piccoli e grandi istituti culturali, tra cui appunto la storica Scuola di Cinema. Un provvedimento, previsto dal decreto legge numero 78 del 31 maggio 2010, che è stato ampiamente percepito da vaste fette dell’ambiente dello spettacolo come l'ennesimo attacco all'intero sistema cultura, più volte preso di mira dall'attuale Maggioranza politica perché dichiaratamente  considerato inutile e parassitario.

La serata di protesta organizzata lo scorso 9 maggio al Teatro Valle dall'ETI non è stata dunque solo un'iniziativa volta a difendere una singola struttura, bensì un modo per denunciare in maniera condivisa il rischio di degrado artistico e culturale intrinseco in una tale strategia di governo. "Ormai siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti gli incubi", ha dichiarato in apertura dell'evento l'attore Marco Baliani, prendendo in prestito e ribaltando le parole di uno dei più grandi autori teatrali di tutti i tempi, oggi in pasto ai cartelloni pubblicitari giganti. "Mi sembra che sia in atto una specie di cementificazione della cultura, proprio come avviene nel paesaggio. Ci tolgono la possibilità di respirare facendo scomparire diritti acquisiti faticosamente nel tempo, cosicché prima o poi saremo noi stessi ad autocensuraci".

La tesi dell'attacco  al libero sviluppo del senso critico - minato alla base dai tagli a cultura, scuola, ricerca e dalla cosiddetta legge bavaglio - è stata dunque il leit-motiv della serata del 9 maggio, a cui sono intervenuti molti noti del palcoscenico e del set: dalla grandiosa, inarrestabile, Franca Valeri a Sergio Castellitto, Alba Rohrwacher, Fausto Paravidino, Giuliana De Sio, Anna Bonaiuto, Maddalena Crippa, Maurizio Scaparro, Luigi De Filippo, Patrizia Zappa Mulas, Roberto Andò e Alessandro Haber. Non sono mancati perfino esponenti di destra come Pamela Villoresi, vicina a Renata Polverini dalle scorse elezioni regionali, e il deputato del PdL Luca Barbareschi, che non ha mancato di inviare un messaggio di solidarietà e di critica rispetto all'operato della sua stessa parte politica. 

Al di là della lista delle presenze e della vasta partecipazione di operatori del settore, anche giovanissimi, quello che ha reso interessante l'iniziativa dell'ETI è stato soprattutto il riaffiorare di temi crucciali che riaprono un discorso più ampio sul sostegno pubblico alla cultura, in questo caso allo spettacolo dal vivo, regolato ancora da una normativa datata (la legge n. 163 del 1985 che istituì il FUS - Fondo Unico per lo Spettacolo) e minato alla base dalla mancanza di una chiara visione d'insieme. Lo dimostra anche l'elenco assolutamente disomogeneo di enti "inutili", ben 232, a cui revocare i finanziamenti pubblici in cui sono stati inseriti anche due organi come l'ETI e il Centro Sperimentale di Cinematografia, di sciuro non comparabili per tipologia e funzioni all'Ente Nazionale delle Sementi Elette, all'Ente per lo sviluppo dell'irrigazione e la trasformazione fondiaria in Puglia e Lucania, al Centro Internazionale di Studi Rosminiani o all'Istituto per la Storia dell'Arte Lombarda (giusto per fare qualche esempio random dal lungo elenco allegato al decreto legge).

A questo proposito, sono state significative le parole di Pamela Villoresi:  "C'è stata una discussione in Parlamento sull'ETI e quasi nessuno sapeva bene cosa fosse. Qualcuno credeva addirittura che fosse un Ente per dismettere i teatri pubblici". Un dato, questo riportato dall'attrice del PdL, che conferma non solo la confusione intorno al provvedimento di Tremonti, ma anche un altro problema sostanziale della cultura italiana di oggi, ovvero lo scollamento tra la cultura e la maggior parte del pubblico: un gap che espone pesantemente la battaglia dei suoi addetti ai lavori all'indifferenza generale e ai fraintendimenti. Probabilmente non è un caso che tra gli interventi della serata il più applaudito, il più commovente, ma allo stesso tempo mobilitante, sia stato proprio quello di Franca Valeri, un vero mito dello spettacolo e del cinema, come non c'è ne sono più da tempo.

Colmare questo  vuoto di informazione e di coinvolgimento è stato perciò uno dei primi obiettivi della manifestazione del Teatro Valle, in particolare del direttore dell'ETI, Ninni Cutaia, che per l'occasione si è messo a dare un po' di numeri, anche per smentire molti dati approssimativi circolati sui media. Il budget, tanto per cominciare: "Sedici milioni di Euro, di cui 12 arrivano dallo Stato e 4 da spettatori, progetti, Regioni e altri tipi di entrate proprie. In questo bilancio, la voce personale incide meno del 39%, e non in maniera sproporzionata, come è stato più volte sostenuto dal  governo". Cosa ancora più importante, ha ricordato Cutaia, in un Istituto pubblico non economico come l'ETI - l'unico in Italia demandato a occuparsi della promozione del teatro e della danza in patria e all'estero - "il personale non è un peso ma un patrimonio". Soprattutto quando questo personale si occupa della gestione di tre dei più importanti teatri nazionali come il Valle di Roma, La Pergola di Firenze e il Duse di Bologna: tutte strutture su cui, in caso di soppressione dell'ETI, peserebbe un enorme punto interrogativo: "Passerebbero ad una gestione che non comprendo - ha spiegato Cutaia - si è sentito dire anche  ministeriale, ma non credo che l'umano ingegno possa contemplare un'ipotesi così fantasiosa". 

Il problema principale, secondo il suo direttore, è che l'attività dell'ETI non risulta sempre immediatamente visibile: " Ci sono stati mutamenti molto forti che però non si vedono nei numeri. Sosteniamo settori più in difficoltà come la danza e puntiamo sulla promozione di giovani talenti, tutte attività che hanno un loro costo, ripagato però da un peso importante in un Paese che rischia di rimanere sempre vecchio, di guardare solo all'indietro". Non c'è poi da dimenticare l'operazione che, sotto la guida dell'ETI, ha portato il Quirino di Roma dal settore pubblico a quello privato, consentendogli di rimanere anche nel passaggio uno dei maggiori teatri nazionali di prosa.  

Ci sono però anche altri nodi che circondano il sostegno pubblico alla cultura, che come rimarcato ancora una volta durante la sera del 9 maggio, in Italia impegna circa lo 0,2% del Pil a fronte dell'1-1,5% investito da Paesi come Francia, Inghilterra e Germania. A questo proposito, il regista teatrale e cinematografico Robert Andò, ha voluto ricordare il celebre (o famigerato) articolo di Alessandro Baricco apparso appena un anno fa sulle pagine di Repubblica (all'epoca dei tagli al FUS), in cui l'autore auspicava la definitiva separazione della cultura dal cordone ombelicale del sostegno pubblico, sostenendo che la prima dovrebbe trovare altrove le risorse per la sua sopravvivenza, prima di tutto nell'educazione del pubblico e in una ipotetica, utopica, alleanza col mezzo televisivo. Un discorso, secondo Andò, che potrebbe anche avere un senso ma non nel contesto italiano, dove "non c'è una classe imprenditoriale in grado di sostituirsi al sostegno pubblico e sganciare la cultura dallo Stato". Soprattutto in considerazione del margine praticamente inesistente offerto dal piccolo schermo, e del fatto che, ad ogni modo, "ogni media può alfabetizzare solamente al suo linguaggio specifico". Vedere una pièce in tv, sostiene il regista, non sarà mai come assistere a uno spettacolo dal vivo, per cui non serve  a sensibilizzare pubblico, compito a cui invece "l'ETI ha assolto completamente".

Pur volendo essere contrari alla dipendenza della cultura dallo Stato, rimangono perciò aperti molti quesiti su come riequilibrare gli assetti del mercato e dell'industria dello spettacolo, che se lasciati a se stessi rischiano di affossare tutto ciò che esula dal puro intrattenimento e che abbisogna di una particolare passione e sensibilità, a cui né la scuola né altre istituzioni sembrano più capaci di educare. Un punto crucciale che non sembra rientrare molto nel calcolo costi-benefici operato nella decisione dei tagli alla cultura, anche perché - come sottolinea senza retorica e con particolare lucidità l'attrice Patrizia Zappa Mulas, "vorrei proprio chiedere a Temonti quanto realmente sarà risparmiato smembrando l'ETI. Ho letto che nessuno verrà licenziato. Benissimo. Ma allora quale sarà l'effettivo risparmio? Da un calcolo della  Ragioneria di Stato risulta che la cifra si aggira intorno ai 160 mila Euro, cioè più o meno il costo di un paio di box a Roma". 

C'è pera anche ci ritiene opportuno affrontare la questione anche da un punto di vista più critico: "Se vogliamo risultare credibili, è anche il caso che cominciamo a  dirci in faccia anche altre cose, come che Zeffirelli,s e fa una regia all'Arena di Verona, vuole un milione di euro. Dobbiamo cominciare a dirci che se un attore vuole 4.500 euro a recita è assolutamente folle". Esistono quindi gli sprechi secondo Geppy Gleijeses, attore e regista teatrale che dall'ETI ha ereditato la gestione del Teatro Quirino: "Nel teatro ci sono privilegi e rendite di posizione, come compagnie che fanno i borderò nel salotto di casa, compagnie che sono morte da tempo". C'è dunque bisogno di tagli, ma "di tagli indirizzati agli sprechi, non generalizzati e generici". Nel caso dell'ETI, in particolare, si rischia di "cancellare uno straordinario capitale umano, che non ha senso spedire in qualche sperduta sovraintendenza dove sarà impossibilitato a svolgere il suo lavoro, ciò che sa fare meglio, cioè il teatro". 

Ciò che viene maggiormente contestato in quest'ultima manovra di governo è dunque l'assenza di un progetto chiaro, di una motivazione forte e di una prospettiva di riforma che non si limiti a distruggere ma che sia mirata al miglioramento del sistema nel suo complesso. Torna dunque sulla bocca di molti operatori la parola chiave del "riordino", di una legge quadro che regoli in modo organico lo spettacolo dal vivo. Una legge a cui negli scorsi anni ha lavorato alacremente la deputata del PdL Gabriella Carlucci, ma che sembrava essersi arenata nel dibattito. Appare tuttavia molto probabile che, dopo questo colpo sferzato contro l'ETI, anche gli operatori più scettici saranno pronti a tornare sul tavolo delle negoziazioni, e forse ad accogliere in maniera diversa il recente decreto Bondi sulle Fonazioni Lirico Sinfoniche, molto criticato negli scorsi mesi per l'iniezione di precarietà che riserva al personale di questi giganti stanchi della cultura italiana.