Inchiesta: I tagli alla cultura

Spettacolo: al via il reintegro del Fus

Assegnati al cinema 24 dei 60 milioni promessi al settore dal Ministero per i beni e le attività culturali. Un provvedimento di salvataggio che non intacca però i problemi di struttura.

Cronaca Italia Laura Croce 02/10/2009
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La battaglia portata avanti negli scorsi mesi dal mondo dello spettacolo sembra essere vinta. Pochi giorni fa è arrivata infatti la notizia che al cinema andranno 24 dei 60 milioni promessi a fine luglio dal ministro dei Beni e delle attività culturali, Sandro Bondi, per reintegrare i tagli al Fondo unico  per lo spettacolo (Fus), lo strumento con cui lo Stato italiano eroga il proprio sostegno al settore. 

Una specie di "torta" di finanziamenti - da dividere in base a percentuali prestabilite tra enti lirici, attività cinematografiche, teatro, musica, danza e circo - che nei mesi scorsi era stata decurtata dai provvedimenti anticrisi del Governo di ben 130 milioni di euro rispetto alla somma stanziata per il 2008. 

Ne risultava una rimanenza di 378 milioni che, secondo gli addetti ai lavori e le associazioni di categoria, avrebbe mandato in bancarotta l’intero sistema spettacolo, con i suoi 200mila addetti e le sue 6 mila aziende. Questo perché, dividendo il contributo tra i diversi comparti annoverati nel FUS, a ciascuno non sarebbero toccate che poche decine di milioni di euro (fatta eccezione per la lirica, a cui ogni volta viene riservata quasi la metà dei fondi disponibili), cifra in effetti scarsamente adeguata in un Paese dove, come in tutta Europa, l'industria culturale risulta troppo debole e minata dai prodotti americani per reggersi sulle sue sole gambe.

Le proteste sono fioccate in maniera copiosa: a luglio qualcuno ha minacciato addirittura il boicottaggio della Mostra del Cinema di Venezia, mentre contro i tagli si sono mobilitati perfino due esponenti politici del centrodestra come Gabriella Carlucci e Luca Barbareschi, preoccupati per le sorti del mondo dello spettacolo e per la tendenza, riscontrata all’interno della loro stessa maggioranza, a considerare la cultura come uno spreco, anziché al pari una risorsa dal valore non indifferente anche dal punto di vista economico.

Una convinzione addirittura declamata dal ministro della Funzione Pubblica Renato Brunetta, che nelle settimane passate si è fregiato di paragonare il cinema e lo spettacolo alle discoteche, nonché di definire i registi - compresi i grandi maestri del passato quali Rossellini - dei "parassiti" che "non hanno mai lavorato per il bene del Paese, anzi non hanno mai lavorato".

Con buona pace di Brunetta,  però, i "rubinetti" del non si sono chiusi, anzi i primi ad arrivare sono stati proprio i fondi al cinema: 24 milioni di euro, appunto, di cui 18 da destinare alla produzione e 6 all'esercizio delle sale. Una cifra già giudicata soddisfacente dall'Associazione nazionale esercenti cinema (Anec), anche perché, come annunciato tempo fa dal sottosegretario ai Beni e alle Attività culturali Francesco Maria Giro, non rispetta le percentuali di solito stabilite dal Fondo, a tutto vantaggio degli operatori della settima arte.

In fin dei conti, tutto è andato come prevedibile: il Governo non ha insisto con l'intransigenza mostrata all'annuncio dei tagli, mentre le categorie dello spettacolo hanno finito per racimolare un po' del sostegno inizialmente sottratto, anche se in misura maggiormente proporzionale al loro effettivo peso specifico nel panorama economico e nell'opinione pubblica italiana. Il ché non sembra servito a molto, se non a riportare come sempre al pettine tutti i nodi riguardo al funzionamento del Fus, di cui di solito si discute con meno clamore e in sedi note soprattutto a esperti e insider.

C'è, prima di tutto, l'enorme questione del ripartimento del Fondo per lo Spettacolo, le cui quote, fissate negli ormai lontani anni Ottanta, non sembrano rispecchiare le effettive esigenze del settore. Come accennato dallo stesso Bondi, il problema riguarda soprattutto gli enti lirici, che da soli assorbono il 47,5%  delle risorse riservate ogni anno in Finanziaria, a fronte del 18,5% previsto per le varie attività attinenti al cinema, del 16,3% per quelle teatrali e dell'appena 13,7% destinato alla musica nel suo complesso.

Un sistema da cui traggono sostentamento ben 14  fondazioni liriche in tutto il Paese (troppe, secondo molti osservatori)  con una folla di circa 6mila dipendenti che, naturalmente, fagocita gran parte del finanziamento pubblico anche a scapito delle eccellenze. Non è un caso, forse, che nell'esplodere della polemica, la Scala di Milano e l'Accademia di Santa Cecilia di Roma abbiano proposto di essere sganciate dalla categoria e diventare "teatro nazionale", in modo da ottenere maggiore autonomia di gestione rispetto al resto degli enti lirici.

I tagli al Fondo, quindi, non sono che l’aggravante di un sistema già stantio e per i più inadeguato, rispetto al quale si sono alzate varie voci di protesta. Nell'appello diffuso a inizio estate da una quantità di firme della scena intellettuale italiana (da Giorgio Albertazzi a Cristina Comencini, Dacia Maraini, Michele Placido, Maurizio Scaparro e Franca Valeri) è stata stigmatizzata esplicitamente "l'assenza di una visione strategica dell' intreccio e della fertilità di un incontro tra cultura e turismo, di un progetto che assegni il ruolo che merita alla cultura di cui è ricco il nostro Paese", mentre il presidente dei produttori cinematografici italiani, Riccardo Tozzi, da tempo non fa che sottolineare come gli investimenti dei privati nel campo della settima arte siano aumentati al punto da ridurre l’intervento pubblico dall'80 al 20%.

Quello di cui si sente la mancanza, evidentemente, è una legge di sistema che riequilibri le assegnazioni ai vari comparti dello spettacolo, magari con un occhio attento alle sinergie possibili con le nuove tecnologie. Ma non solo: fuori dal coro delle manifestazioni contro i tagli, da una parte, e delle accuse di sperpero dall’altra, si sono levate alcuni voci dissidenti che si sono soffermate su alcuni punti lasciati un po' troppo in ombra dai media.

Su tutte, ha fatto clamore quella dello scrittore, autore teatrale e regista Alessandro Baricco, che ben prima dell'esplodere delle proteste aveva invitato a guardare la crisi come un'occasione per cominciare a sganciarsi dalle stampelle del sostegno pubblico. Baricco, in particolare, ha messo in luce la necessità di sostenere una cultura dell'impresa, oltre all’impresa della cultura in senso stretto, cosa che non può avvenire se non attraverso un riforma complessiva del sistema. Un processo da cui non avrebbe senso estromettere le televisioni che ora, a differenza di altri Paesi europei, non spendono quasi nulla per l'acquisto di contenuti provenienti dal mondo dello spettacolo.

"Salverebbe l'avere un tipo di televisione in cui sarebbe perfettamente logico portare il teatro, la musica, i libri, il cinema", mentre allo stato attuale - ha dichiarato l'autore in un'intervista – l'Italia ha un sistema televisivo bloccato, incapace di immaginare qualcosa di diverso. È una bella zavorra per un Paese".

Spesso si guarda alla Francia come termine di paragone per l'inadeguatezza dell'investimento pubblico italiano in cultura, in particolare nel cinema. Quel che si omette molto più spesso di dire, è che lì la concessione delle frequenze alle tv private è stata legata a all'obbligo di acquistare e mettere in onda un tot di film francesi all’anno, garantendo così a quel settore una sicura fonte di entrate senza ulteriore dispendio di risorse pubbliche. In Italia, dove vige il quasi-duopolio Mediaset-Rai, i cosiddetti 'diritti di antenna' rendono molto meno, e questo rappresenta in termini finanziari un problema ben maggiore dei tagli al  Fus. Ma di questo non si parla quasi mai.

LINK
- Direzione generale per il cinema del Ministero pe ri beni e le attività culturali 
- Direzione generale per lo spettacolo dal vivo del MIBAC
- Associazione Generale Italiana Spettacolo (Agis)