Inchiesta: Senza fissa dimora

Senza fissa dimora: in strada per accidente, non per scelta

Al di là degli stereotipi, il vero volto dei clochard in 5 ricerche di altrettante città: Milano, Genova, Bologna, Roma, Bari. Persone che chiedono lavoro, casa, concrete prospettive di riscatto.

Costume Paola Simonetti 25/06/2009
Titolo: baskerville.blog.kataweb.it

In strada ci arrivano quando la vita è franata, senza possibilità di recupero. La storia che i senza tetto lo siano per scelta, è solo una leggenda metropolitana, che ha aggiunto pregiudizio al pregiudizio. La verità è altrove. E' nel loro sogno di avere una via di fuga da una vita di stenti ed esclusione sociale forzata, derivanti nella maggior parte dei casi dalla perdita di lavoro e affetti o da uno sfratto improvviso.

Questo raccontano le cinque indagini etnografiche, commissionate dal ministero del Lavoro, della salute e delle politiche sociali ad altrettanti gruppi di ricercatori in cinque grandi città italiane: Milano, Genova, Bologna, Roma e Bari, pari a circa ottanta persone ascoltate. 

Un quadro a tutto tondo, che mira a chiarire una volta per tutte i giudizi e la posizione di chi vive in strada in relazione a servizi sociali e opportunità di riscatto. Ne emerge, un rapporto conflittuale, carente, ingabbiato in immagini stereotipate e piene di pregiudizi dei clochard, veicolate soprattutto dai media.

I senza dimora dal canto loro, si dicono abili ad utilizzare i servizi di assistena, ma anche a compilare un curriculum. Quel che zoppica, a loro avviso, è il modello organizzativo e la sinergia tra il pubblico e il privato sociale, servizi di prima accoglienza, le cui forme spesso si sovrappongono e per  quali i grandi assenti restano i percorsi di avvio al lavoro. Una struttura assistenziale, dunque, che in molti vedono come una possibilità mancata di emancipazione, una sorta di "trappola", dalla quale il clochard fanno spesso molta fatica ad uscire.

MILANO. Sicurezza sociale, identità, protezione di sé e delle proprie cose. I senza fissa dimora milanesi hanno le idee molto chiare: niente assistenza, ma casa e lavoro. Verità raccolte dalla ricerca messa in campo da Massimo Conte, dell'agenzia Codici, che ha fatto parlare circa 25 persone. Fra i nodi deboli, la "mancanza di rete e riflessione. C'è poca supervisione sui risultati raggiunti e molta frammentazione dei servizi".

GENOVA. Stereotipi e pregiudizi. Ne sono pieni i media del capoluogo ligure, per ciò che riguarda l'immagine dei clochard, secondo lo studio condotto dall'Università genovese. "L'immaginario degli homeless è sempre quello di una persona abbandonata sul marciapiede, che chiede l'elemosina, o che sta seduta sulla panchina di una stazione", ha spiegato Serena Giordano, curatrice della ricerca. 
"La stampa - prosegue - usa queste foto per mostrare il dolore e la sofferenza, creando disagio nel lettore. Negli articoli, inoltre, i senza dimora dicono pochissime battute: parlano sempre gli operatori dei servizi sociali e si dà spazio al contorno, all'abbigliamento, a dove vivono". Infarcito di luoghi comuni, anche il materiale informativo utilizzato dai centri d'accoglienza per descrivere le proprie attività e i propri servizi: "le scritte parlano di ascolto e redenzione, ma mai di una mèta da raggiungere".

BOLOGNA. Progetti di reinserimento troppo individuali, un punto critico del sistema in quanto crea competizione e distanza tra le persone. Ne è convinto Valerio Romitelli dell'Università di Bologna, nell'ambito dell'attività dei centri di assistenza per i senza dimora. "Se Bologna viene considerata come una mèta, un paradiso o un hotel di lusso - perché il livello dei servizi sociali è buono -, all'interno del centro d'accoglienza regna solo grande solitudine: non esiste nessun rapporto di amicizia tra gli ospiti e il loro desiderio è semplicemente quello di andarsene". La "salvezza", secondo Romitelli "è sempre all'esterno, mai all'interno dei servizi di prima accoglienza. Quando rientrano, i senza dimora tornano guardinghi, rifiutando i rapporti tra loro, vivono in solitudine, non si scambiano le opportunità incontrate, come se fosse il luogo ad avere difetti".

ROMA. Hanno paura, provano colpa e vergogna, e sono ben consapevoli della propria condizione di esclusione sociale. Ma soprattutto, temono di rimanere invisibili e senza una dimora. Queste le storie di vita dei 15 intervistati su circa 1.500 persone seguite dai servizi, raccolte dalla Comunità di Sant'Egidio. "Consapevoli dello stigma e del pregiudizio, queste persone hanno paura di perdere il contatto con la realtà, soffrono la mancanza degli affetti o la rottura di quell'equilibrio familiare che li ha portati a vivere in strada", ha sottolineato Francesca Zuccari curatrice dell'indagine. 
"Ma quasi tutte ambiscono a una vita più dignitosa, a un lavoro (e quando non c'è si improvvisano in una qualche attività) e desidererebbero avere elle relazioni sociali. Vivono il centro d'accoglienza come una soluzione temporanea e l'elemosina come fonte di guadagno di cui però provano vergogna". 

BARI. Non dormitori o servizi d'assistenza, ma un lavoro e una casa. Questo chiedono con forza gli homless del capoluogo pugliese, chiamati in causa dalla ricerca dell'università locale. La città tuttavia, "reagisce creando distanza, soprattutto nella classe borghese", ha sottolineato Fausta Scardigno dell'Università di Bari. I servizi di settore, si rivelano carenti nella comunicazione tra loro, mancanti di un intervento organico a livello comunale, rivolti quasi esclusivamente alle prima accoglienza e poco inclini a progetti di lungo termine.  


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