Inchiesta: Rom in Italia

Rom: microaree e lavoro autonomo, le chiavi di integrazione

Ecco le alternative agli sfollamenti coatti e ai campi 'della solidarietà'. Giovanni Santi presidente di Opera Nomadi Bologna: "Inutili le reclusioni e le elemosine, è il momento di investimenti e progetti efficaci".

Immigrazione Maria Fusca 04/03/2009
Fonte: Chiromechino

In molti ne parlano, ma pochi veramente sanno cosa sia "il problema nomadi". Ci si accontenta della definizione data dal malcontento diffuso: rubano, chiedono l'elemosina, prendono i bambini, vivono ammassati in campi che sono focolai di infezioni come di delinquenza. 

Sono chiamati nomadi, entità sfuggenti e sfuggevoli di fronte a cui lo Stato pare non avere risposte. Di solito, negli immediati dintorni di un delitto, di una scandalo o di una campagna elettorale, si mostrano i muscoli: si eseguono e si minacciano sgomberi, maxi campi che nei toni ricordano molto quelli di concentramento, pattugliamenti costanti della polizia e rimpatri. Vengono stanziate cifre esorbitanti che se da un lato non bastano a realizzare dei progetti fatti male, dall’altro non vengono nemmeno impiegate per opere davvero utili.

Il problema è che difficilmente chi ha dovuto legiferare sull'argomento si è preoccupato di consultare i diretti interessati e gli operatori del campo, quelli che conoscono la questione e potrebbero magari suggerire delle soluzioni. Giovanni Santi, ad esempio, coordinatore regionale dell'Opera nomadi, rappresentante provinciale per Bologna ed ex consigliere nazionale, lavora con rom e sinti da trenta anni. In passato ha anche contribuito all'elaborazione della legge regionale a tutela delle minoranze dell'Emilia Romagna, la 47/88, una delle più avanzate nella nostra penisola, ma mai completamente messa in pratica.

Ing. Santi perché sembra che nel nostro paese non si riesca ad uscire dalla logica del campo per i nomadi?
"Perché nessuno nelle amministrazioni conosce veramente i termini della controversia. Innanzitutto ci ostiniamo a chiamarli 'nomadi', ma non lo sono. Anche chi ha un'attività di giostraio o di raccoglitore di ferro o di ambulante, si sposta sempre intorno a uno stesso baricentro dove ha la famiglia e che funge da punto di partenza e di arrivo. Pensare per loro a delle abitazioni temporanee (i campi) è un errore, è proprio il punto di vista a dover cambiare".

Ma se i campi non sono una risoluzione, non si potrebbe invece pensare di assegnare a tutti case popolari?
"No, non solo non si può, ma non si deve. Le case popolari sono una spesa rilevante e un'elemosina inutile perché spesso i rom non riescono a sostenere le spese di affitto e delle bollette. Nella legge regionale sulle minoranze etniche dell'Emilia Romagna, si può leggere quella che secondo me è la soluzione. Questa regione, infatti, è l'unica a distinguere tra aree di sosta, aree di transito e a ipotizzare aree a destinazione particolare".

Di cosa si tratta?
"Le aree a destinazione particolare sono aree pubbliche attrezzate con le infrastrutture primarie (acqua e scarichi fognari) sulle cui piazzole è costituito il diritto reale di superficie in favore dei nomadi che ne facciano richiesta. Praticamente l'area è del comune, ma gli zingari che decidono di abitarvi possono costruirci sopra a loro spese: casette in muratura, prefabbricati o anche piccole abitazioni mobili con tutti i servizi. Può essere previsto anche un riscatto, versando un canone per l'eventuale acquisto da parte dei Comuni dell'area stessa, e per le spese derivanti dalla realizzazione dei servizi primari e per la manutenzione degli impianti. È fondamentale che si tratti di microaree". 

Per quale motivo?
"Chi conosce queste etnie sa che a livello sociale sono formate da gruppi famigliari allargati. Ogni nucleo è autonomo. Le Regioni dovrebbero impedire, anche con la forza, la formazione di maxi campi di sosta e anzi dovrebbero obbligare ogni Comune ad attrezzarsi per ospitare soltanto uno o due gruppi famigliari. In questo modo gli insediamenti sarebbero uniformemente distribuiti sul territorio e sarebbe più semplice (oltre che meno onerosa) l'integrazione, evitando problemi di sicurezza. Il punto è che la Regione non può imporre niente".

Secondo lei, quindi, basterebbero le microaree a rendere gestibile il fenomeno?
"No, ma sarebbero sicuramente un passo avanti. Il punto focale al momento è che in Italia si spendono un sacco di soldi ma male. Lo scorso giugno la regione Emilia Romagna ha pubblicato un Rapporto sulle popolzioni di rom e sinti, su circa 1982 persone censite nel 2006, cercando di fare un quadro della situazione per elaborare delle nuove strategie d'integrazione. Il 72 per cento dei Comuni (245 su un totale di 341) ha dichiarato di non avere sinti e rom nel proprio territorio, mentre i 96 residui dovrebbero avere delle aree attrezzate. 
Di queste soltanto una dozzina sarebbero microaree pubbliche, mentre quelle private, spesso irregolari perché su terreni agricoli, sarebbero circa 20. Il Rapporto cita soltanto due aree a destinazione particolare. Secondo lei è più semplice controllare migliaia di persone ammassate in un campo privo di servizi, o qualche decina ben sistemata in una casettina in periferia? È una questione di logica".

E per quanto riguarda il lavoro? Per pagare un canone ci vuole un lavoro:
"Si torna al discorso dei soldi spesi male. Tutti i miliardi investiti in campi non a norma o in case popolari o in sussidi a pioggia, andrebbero veicolati in iniziative utili: microaree per le abitazioni e aiuti per avviare cooperative, magari di servizi o di trasporti, o ancora attività di artigianato e di vendita ambulante. Io non credo nell'elemosina anche perchè queste persone hanno grandi potenzialità, possono essere indirizzate verso professioni valide, ma occorrono strutture pubbliche capaci di incentivarne l’occupazione utilizzado i fondi necessari. Ad esempio la sola firma di un notaio per aprire una cooperativa ha dei costi altissimi per questa gente, è in questo modo che bisognerebbe investire i soldi".