Inchiesta: Rom in Italia

Rom, l'antica eredità di un popolo senza terra

Approdati in Italia da cinque secoli, i nomadi hanno "contaminato" molta parte delle tradizioni del Sud d'Italia. Ma il loro volto di "mediatori culturali", si è perso nell'oblìo.

Immigrazione Maria Fusca 04/03/2009
Fonte: www.didaweb.net

Cosa possono mai avere in comune un campo nomadi e le nottate di danze sfrenate in Puglia, e in particolare nel Salento, negli ultimi anni divenuto centro di particolare interesse turistico? Che legame può esserci tra i lustrini e gli ori del circo e gli stracci abbandonati al freddo e al gelo degli accampamenti e delle baraccopoli site al di fuori delle nostre città?

Il legame c'è, forte ed evidente, nonostante noi, gli italiani cerchiamo di non vederlo. Gli zingari girano nel nostro paese da almeno cinque secoli, sarebbe davvero superficiale credere che la loro cultura e la nostra non si siano contaminate nel tempo (sempre se ci ostiniamo a pensare alla cultura come a qualcosa di fatto e definito, e non come a una continua rielaborazione di abitudini e tradizioni).

La modernità ha sicuramente privato di ogni senso la vita nomade in Europa, distruggendo quelli che erano i lavori degli ambulanti e rifiutandosi, anche nell'urbanistica, di trovare per loro dei luoghi di vita (anche se temporanea) dignitosa. Chiunque non abbia un proprio posto dentro la città, ferma, stabile, continuativa, non ha un proprio posto: è rassegnato a vivere nei non luoghi delle baracche, delle roulotte, dell'abbandono.

Gruppi zingari di antichissimo insediamento, come quelli del Molise, che fino al secolo scorso avevano mantenuto le proprie attività tradizionali, adesso si sono tutti "fermati" in bidonville adiacenti le città o in quartieri di periferia. Hanno macellerie equine, fanno gli sfasciacarrozze, i rottamai, lavorano il ferro e vendono i prodotti della loro attività (treppiedi, pale, zappe, etc…) nei mercati rionali e di villaggio, chiedono l'elemosina.  

Alcuni fanno gli usurai; in qualche caso sono legati al mondo della malavita non zingara, di cui conoscono il gergo e le norme di comportamento. Parecchie famiglie continuano a praticare un nomadismo stagionale: durante l'estate si spostano nelle grandi città del Nord, dove le donne chiedono l’elemosina e predicono la ventura. Ma questa non è che una lontana eco di quelle che erano le loro attività. 

Chi infatti si prenda l'onere di scavare appena sotto la patina del tempo scoprirà che tra i tamburelli e le nacchere di un ballo come la pizzica, per esempio, si cela il volto di uno zingaro. Parliamo della pizzica-scherma. Alcuni rom salentini sostengono che la 'scherma' viene 'dalle Calabrie'. E in provincia di Reggio Calabria viene danzata una tarantella di questo genere, detta, anche lì, 'scherma', o 'tarantella maffiusa'. In Calabria non è tipica degli zingari, ma è danza di contadini, di pastori e di gente di malavita. 

Come in Salento, i danzatori mettono in scena, con la 'scherma', la propria appartenenza ad un ambiente dove il confronto virile tra appartenenti allo stesso gruppo ristabilisce in un certo senso le gerarchie, senza scontri effettivi. Dei rom del Salento che sono oggi gli interpreti principali della 'scherma' locale è documentata la provenienza dalla Calabria, nel secolo scorso; è del tutto verosimile che siano stati loro ad importarla dalla provincia di Reggio in quella di Lecce. 

Gli zingari insomma hanno svolto ruolo di mediatori di tradizioni tra due diverse regioni dell'Italia meridionale, e interpretano, a Torrepaduli come a Riace, un ruolo diverso da quello degli altri partecipanti alla festa e ad esso complementare. Si assiste alla divisione di ruoli e di comportamenti tra zingari (un tempo mediatori nel commercio di cavalli), contadini e pastori, che insieme e separatamente concorrono a formare un orizzonte culturale costituito da più componenti di diversa natura.

Anche nel placido e opulento nord la storia non è molto diversa. I sinti, che popolano l'Italia settentrionale sono verosimilmente arrivati in Italia a più riprese e in varie epoche dalla Francia e dai paesi di lingua tedesca. Sono, o sono stati, professionisti dello spettacolo popolare: per l'attività circense, ma anche quella di musicisti professionisti. Con chitarra e violino eseguono repertori di varia origine e provenienza fungendo da mediatori tra la tradizione musicale 'tzigana' che ha il suo epicentro in Ungheria, e quella locale.

Questi non-contadini si sono specializzati nei secoli come interpreti professionali o semi-professionali delle tradizioni tipiche, ovviamente, dei paesi in cui hanno soggiornato più a lungo, ma i rom bosniaci e kosovari, giunti in massa sulle nostre sponde a seguito delle guerre nella ex Jugoslavia, sono al momento in Italia doppiamente stranieri: perché slavi e perché zingari. 

Il processo di appropriazione di elementi di cultura locale e di ibridazione dei propri costumi con quelli del nuovo paese di residenza è iniziato da appena un paio di decenni, e starà anche al paese ospitante disporre dell’apertura mentale e dell'accoglienza necessarie perché la cultura popolare resti incrocio e non diventi discriminante.