Inchiesta: Salute materna

Salute materna: in Afghanistan una donne su 8 rischia la morte al parto

Accesso limitato a un'assistenza sanitaria di qualità, mancanza di informazioni e carenza di personale, le cause del 2° tasso di mortalità materna più alto al mondo. Ma qualcosa sta cambiando.

Salute e Prevenzione Paola Simonetti 29/01/2009
Titolo: Madri nel Mondo, 2006
Fonte: Save the Children

E' un luogo ancora troppo remoto, lontano da un cammino di civiltà auspicato e che l'ultima guerra contro i talebani non ha saputo tracciare con fermezza. 

Pace, ma soprattutto diritti e reali garanzie per i più deboli sono ancora chimere. A farne le spese sono le donne, alle quali vengono ancora negati in molti casi, per motivi pseudo religiosi, identità, spazio, visibilità e servizi per una sopravvivenza dignitosa.

Non è un caso, dunque, se in Afghanistan gravidanza e parto sono ancora una delle prime cause di morte per le neo mamme, uccise spesso da emorragia e parto chiuso: una su 8 è così che, rivela l'ultimo rapporto Unicef, rischia la vita mettendo alla luce un figlio. E' il secondo tasso di mortalità più alto del mondo: la percentuale di decessi materni oscilla tra il 16 per cento di tutte le morti di donne in età fertile a Kabul (il centro urbano più grande dell'Afghanistan) ed il 64 per cento del distretto Ragh di Badakhshan.

L'accesso alla sanità per le donne, soprattutto residenti nelle zone rurali più sperdute del Paese, è sbarrato da quelle macerie istituzionali che decenni di conflitti e instabilità, hanno accumulato soprattutto nelle infrastrutture ospedaliere di base. Il risultato sono 1.800 decessi per 100mila nati vivi nel 2005, secondo le stime più recenti. Si calcola che, nelle zone marginali alle grandi città, 9 mamme su 10 partoriscano i propri figli in casa, senza l’assistenza di personale qualificato o l'opportunità di intervento di un'ostetrica di emergenza.

E a giocare un ruolo nefasto, ci sono non solo la mancanza di informazioni sulla salute materna ed il parto sicuro e la carenza di operatori sanitari qualificati di sesso femminile (le donne preferiscono essere curate da altre donne), ma soprattutto la negazione dei diritti imposta da una dittatura talebana, ripristinata in molte aree dell'Afghanistan, che impedisce alle donne di spostarsi e avere accesso ai servizi essenziali senza il permesso o senza essere accompagnate da un parente di sesso maschile. A fare il resto ci pensano la bassa condizione sociale, la povertà, la scarsa nutrizione e la mancanza di sicurezza in cui vengono confinate donne e bambine.

Migliorare, dunque, i tassi di sopravvivenza delle madri in Afghanistan è, secondo l'Unicef, una questione di estrema urgenza. Basti pensare che, in base a quanto sancito dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, dovrebbe essere garantita un'ostetrica o altro assistente qualificato al parto per ogni 175 donne durante la gravidanza, il parto ed il periodo post nascita. Unendo questa stima al numero registrato di nascite, l'Afghanistan dovrebbe avere 4.546 ostetriche per assistere il 90 per cento delle gravidanze". Nel 2002, il paese disponeva soltanto di 467 ostetriche qualificate, meno della metà delle strutture sanitarie disponeva di personale femminile. Nel Nooristan rurale, il rapporto tra personale maschile e femminile era addirittura di 43 a 1.

Tuttavia, qualcosa si muove. Il governo afgano sta infatti collaborando con i partner locali e internazionali, compreso lo stesso Unicef, per la messa in campo di un approccio globale basato sull'ampliamento ed il potenziamento degli studi in ostetricia, sulla creazione di politiche a sostegno del ruolo cruciale di queste operatrici, sull’istituzione di un ordine professionale di settore e sullo sviluppo di iniziative per incrementare l’accesso all'assistenza qualificata durante il parto.

Il programma Cme (Community Midwifery Education), un progetto di formazione basato sulle competenze della durata di 18 mesi, i cui requisiti di ammissione sono meno severi dei programmi precedenti, è considerato dall'Unicef "un intervento adeguato per aumentare la formazione e l'impiego di assistenti qualificati al parto". Nel 2008, sono stati avviati 19 programmi Cme, ciascuno con 20-25 apprendisti. "Questo - sottolinea il report dell'agenzia delle Nazioni Unite - rappresenta un aumento marcato della capacità di formazione rispetto al 2002, quando vi erano solo sei programmi in ostetricia gestiti dall'Istituto di Scienze della Salute nei centri regionali ed un programma gestito dalla comunità nella provincia di Nangahar. Il numero di ostetriche nel paese è aumentato rapidamente da 467 nel 2002 a 2.167 nel 2008".

Il programma Cme incoraggia le donne dei distretti con carenze a presentare domanda di ammissione, con l'intesa che, una volta completato il corso, lavoreranno in quei distretti. Questa politica ha determinato un forte aumento delle strutture dotate di personale sanitario qualificato di sesso femminile (medici, infermiere o ostetriche), dal 39 per cento nel 2004 al 76 per cento nel 2006. Inoltre, sta avendo un impatto tangibile sull'assistenza materna; il numero di parti assistiti da personale qualificato è aumentato da circa il 6 per centp nel 2003 al 19,9 per cento nel 2006. Il successo dell'approccio formativo basato sulle competenze ha avuto come risultato l'adozione da parte del programma Cme del curricolo e del processo di certificazione.

LINK
- Unicef Italia
- Ministero della salute in Afghanistan