Inchiesta: Senza fissa dimora

Senza fissa dimora: povertà ed esclusione sociale in Italia

Le cause di una situazione allarmante nel Rapporto Caritas 2008.

Costume Maria Fusca 02/12/2008
Fonte: www.greatermtzioname.org

Quando pensiamo alla povertà, di solito, la mente vola all’'ndia, all'Africa ai pesi del Terzo Mondo o al massimo, in via di sviluppo. In realtà la povertà è dietro l'angolo: le nostre città sono popolate da senza dimora, e persone che vivono o sopravvivono con meno di 500 euro al mese.

"La questione povertà non è un incidente da poco sviluppo. È invece fortemente radicata nelle economie occidentali". A dirlo sono Vittorio Nozza, direttore Caritas Italiana, e Tiziano Vecchiato, direttore Fondazione Zancan, autori e promotori del nuovo Rapporto sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia di Caritas Italiana e Fondazione Zancan di Padova.

La tesi di fondo è che la povertà non si cura con lo sviluppo economico abbandonato a sé stesso e ai propri sistemi. Non c'è nessuna mano invisibile che prende i soldi in un paese e li ridistribuisce tra i suoi abitanti, anzi. La crescita finanziaria non significa nulla, come mostrano i recenti dati su miseria e ricchezza nei paesi occidentali.

Dalla metà degli anni '80 ad oggi l'Italia ha visto la disuguaglianza su redditi da lavoro, risparmi e capitale aggravarsi del 33 per cento. Si tratterebbe della crescita più elevata tra i paesi Ocse, dove l'ampliamento medio é stato del 12 per cento. Non solo ricchi sempre più ricchi e poveri sempre più poveri, ma anche assottigliamento della classe media che sfiora sempre di più l'indigenza.

Non stupisce, quindi, sentire che da noi ancora oggi il 13 per cento della popolazione è costretto a sopravvivere con meno di metà del reddito medio italiano, senza considerare i quasi poveri, vale a dire coloro che sono al di sopra della soglia di povertà per una somma esigua, che va dai 10 ai 50 euro al mese. 

Ma come è possibile, se è vero che l'Italia é uno dei tre soli paesi Ocse che ha aumentato la spesa in prestazioni rivolte ai poveri negli ultimi dieci anni? Ci sono due ordini di motivi. Da un lato il punto di partenza era molto basso, perciò la cifra si trova comunque al di sotto della media UE sia in termini di Pil che di spesa pro capite. Dall'altro i soldi investiti per la protezione sociale vengono gestiti male. Se in paesi quali Svezia, Danimarca o Finlandia i trasferimenti pubblici sono in grado di ridurre fino al 50 per cento il rischio di povertà, da noi questa cifra scende fino a 4 punti percentuali. Le categorie a rischio sono persone non autosufficienti e famiglie numerose (il 30,2 per cento delle famiglie con 3 o più figli risulta povero), che in un paese a cronica crescita zero, non funge certo da incentivo.
 
Torna poi la spesso volutamente dimenticata questione meridionale: il 48,9 per cento delle famiglie in questione vive nel Mezzogiorno (al 2006, ultimi dati disponibili) dove ancora si trovano nuclei con più figli, e dove i redditi sono in media più bassi. Insomma avere bambini da noi, significa relegarli in fasce a rischio di povertà, molto spesso in percorsi di immobilità sociale. Terza categoria da considerare è quella degli anziani. Soli e non autosufficienti, soprattutto nelle regioni delle nord, gli anziani sono condannati alla ristrettezza economica.
 
Il problema non è tanto un estemporaneo trasferimento monetario, ma la costruzione di una rete di servizi che sostenga questi gruppi in maniera personale e duratura. Se guardiamo al totale della spesa per prestazioni sociali, alla voce "servizi" vediamo come l'Italia, in confronto al resto d'Europa, si collochi, neanche a dirlo, agli ultimi posti. Questo significa che da noi tanto amministrazioni centrali quanto enti di previdenza erogano l'assistenza collettiva, ancora a livello centrale, contrariamente a quanto prevedrebbero le recenti modifiche costituzionali.

A questo punto, consapevoli di stare attraversando un periodo di recessione e senza necessariamente aumentare la spesa sociale, basterebbe iniziare a riconvertire i milioni di euro ad oggi investiti (poco più di 10 mila per le pensioni di invalidità e 6.400 per assegni famigliari) in una serie di contributi alla persona: prestazioni di sostegno alla domiciliarità, attività per l'inserimento lavorativo, e via dicendo.

Il marketing assistenziale è fallito. Per il futuro l'unica prospettiva affidabile sarà quella delle strategie territoriali integrate: piani di azione a lungo termine con cui accostarsi alle questioni sociali, facendo perno sui territori e promuovendo l’integrazione. Una bella sfida per le le regioni all'indomani del tanto invocato federalismo.


DOCUMENTI
- Sintesi Rapporto Caritas 2008

LINK
- Caritas Italiana
Convenzione sull'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE)