Inchiesta: Rom in Italia

Comunità romena: l'Italia promossa a metà

Immigrazione Paola Simonetti 14/07/2008

L’Italia è un Paese dove restano volentieri, anche se sono consapevoli che la strada della vera integrazione è ancora lunga. I cittadini romeni promuovono il nostro Paese, ma delineano luci ed ombre di una società pervasa da paure e pregiudizi. “Avere gli stessi diritti e gli stessi doveri”, “Investire in politiche di integrazione e scambi culturali”, “meno razzismo su tv e giornali” sono alcune delle richieste della comunità romena emerse nell’indagine sull’integrazione sociale e lavorativa dei romeni nel nostro Paese realizzata dalla Caritas.
 
Rispetto e fiducia reciproci i cardini sui quali, a loro avviso, dovrebbe fondarsi il cammino di un’accettazione a due sensi. Un popolo, che ha necessità di mantenere i legami con la propria identità e le proprie tradizioni, ma senza il desiderio di ricreare una nuova Romania nelle città italiane. E che dimostra profonda conoscenza della società ospitante, della sua lingua, della sua cultura, dei suoi pregi e dei suoi limiti.

L’ITALIA VISTA DAI ROMENI. Il sistema sanitario, gratuito e universalistico, è uno dei punti d’eccellenza italiani secondo il grado di soddisfazione della popolazione romena emerso nell’indagine. Ma, sorprendentemente, nonostante non siano all’altezza della qualificazione, o le paghe siano troppo basse, i cittadini romeni sono anche sufficientemente soddisfatti del loro lavoro. Bocciato, invece, il sistema scolastico italiano, giudicato inferiore a quello romeno (42 per cento) ma anche la cultura, le tradizioni, la musica e la cucina (30 per cento). Anche se il 34 per cento degli intervistati non ha individuato alcuna cosa migliore in Romania rispetto all’Italia, sintomo di soddisfazione rispetto alla propria vita in questo paese.

GLI ITALIANI AMICI, MA ANCHE SFRUTTATORI. Visioni intrise di stereotipi, contrastanti con l’esperienza reale. I giudizi che i romeni danno di connazionali e cittadini italiani appaiono influenzati, secondo il rapporto Caritas, dal ruolo che i media hanno avuto, soprattutto dopo i recenti fatti di cronaca, nella costruzione dell’immagine della comunità. Alla richiesta di indicare gli aggettivi con cui gli italiani si riferiscono ai romeni e viceversa, nonostante quelli elencati per primi siano “affidabili”, “seri”, “bravi” sia in riferimento agli italiani che ai romeni, questi sono immediatamente seguiti da aggettivi con accezione negativa che fanno parte dell’immaginario convenzionale che nella realtà odierna delle città italiane descrive gli appartenenti alle due popolazioni: “zingari/rom”, “ladri”, “criminali” per quanto riguarda i romeni, e “sfruttatori”, “razzisti”, “furbi” per quanto riguarda gli italiani. Visioni distorte, che si oppongono ai dati sulle relazioni tra le due comunità: ben il 94 per cento degli intervistati dichiara di avere amici italiani, e le reti amicali rappresentano uno dei principali fattori di inserimento.

IL RUOLO DELLA LINGUA. Imparano presto l’italiano. La lingua infatti, viene considerata dai romeni uno dei fattori fondamentali per l’integrazione. La maggior parte di loro (74 per cento) ha imparato il nostro idioma dopo l’arrivo in Italia, mentre il 56 per cento ha dichiarato di parlare abitualmente sia il romeno che l’italiano nella propria casa, il 36 per cento parla soltanto italiano, mentre soltanto l’8 per cento parla solamente il romeno. Forte, dunque, la familiarità con la lingua del paese di immigrazione e anche l’apprendimento della lingua da parte dei bambini, così come l’inserimento scolastico, sono valutati positivamente. Tuttavia, il 94 per cento degli intervistati chiede un incremento delle attività volte all’insegnamento della lingua italiana, con corsi di lingua che raggiungano il migrante sul posto di lavoro, corsi serali oppure organizzati nel fine settimana, corsi di lingua televisivi ma anche attività di tipo teatrale o musicale.

I LUOGHI DI AGGREGAZIONE. La più importante “piazza” di socializzazione e integrazione è il lavoro, secondo l’80% dei cittadini romeni interpellati dalla Caritas. Ma giocare un ruolo non secondario sono anche le istituzioni religiose (con i sacerdoti che spesso operano da mediatori tra la società di accoglienza e i bisogni dei loro fedeli), mentre le strutture istituzionali preposte all’assistenza (uffici comunali, questura, ecc.) si trovano al terzo posto. Fanalino di coda le associazioni di comunità, considerate più come momento di contatto e promozione delle proprie radici culturali.