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INTERVISTA - Olga Romano: «Le tecnologie? Sono preziose anche per gli interpreti»

A sostenerlo è Olga Fernando, la traduttrice più conosciuta nel nostro Paese. Molto presente in tv, accompagna anche i presidenti della Repubblica italiana nei viaggi all'Estero, fino a tradurre anche per Nelson Mandela, Obama e la Regina Elisabetta

» Costume Simone Lorusso (*) - 09/06/2016

La vediamo spesso tradurre in simultanea alle spalle delle più importanti personalità mondiali, e dei presidenti della Repubblica italiana nelle loro visite all'estero. Anche se il grande pubblico ha imparato a conoscerla grazie al suo ruolo di interprete degli ospiti stranieri dello spettacolo e del cinema nelle principali trasmissioni televisive italiane. È Olga Fernando, traduttrice e interprete da oltre 30 anni che ha tradotto autorità del calibro di Barack Obama e della regina Elisabetta. Fa parte dell'Aiic, Associazione internazionale interpreti di conferenza e in questa intervista ci racconta di lei, svelando qualche segreto per una buona traduzione: 

Come si è avvicinata a questa attività?
«Premetto che sono cresciuta bilingue, perché a casa parlavo italiano con mia madre, che era toscana, e inglese con mio padre, originario dello Sri Lanka. Ho frequentato le scuole inglesi dai 4 ai 18 anni e ho vissuto a Londra per 4 anni. Poi, dall'età di 8 anni e per tutto il percorso scolastico e universitario, ho studiato il francese. Il mio sogno, però, non era fare l'interprete: amavo il teatro e la letteratura inglese e sarei dovuta andare all'Università nel Regno Unito ma ho preferito restare a Roma dopo aver conosciuto un ragazzo italiano. Ho iniziato a studiare lingue alla Sapienza e successivamente, quasi casualmente, ho frequentato un corso di interpretariato presso quella che allora era la Scuola superiore per interpreti e traduttori a Roma. Ben presto ho scoperto che quella era la mia strada e non l'ho più lasciata».

Una piccola curiosità, quante lingue parla?
«Gli interpreti professionisti lavorano verso la propria lingua madre, quindi nel mio caso inglese e italiano. Vengono chiamate ‘attive’ le lingue verso le quali si lavora, mentre sono dette ‘passive’ quelle da cui si traduce, nel mio caso il francese».

La sua esperienza l'ha portata a incontrare grandi personalità e a partecipare a manifestazioni importanti. È difficile adattarsi ai diversi contesti?
«Per mia indole non mi sono mai specializzata in un unico settore. Dal 1980, anno in cui ho iniziato a lavorare, la curiosità mi ha spinto sempre a lasciare una porta aperta verso nuovi mondi. Ho interagito con politica, economia, letteratura, sport e scienza; per esempio sono stata per molti anni al Festival dei due mondi di Spoleto, interpretando per la manifestazione Spoletoscienza. In quelle occasioni ho avuto modo di interpretare tantissimi scienziati, tra cui Ilya Prigogine, Nobel per la chimica, e Gerald Edelman, Nobel per la medicina.»

Si è quindi avvicinata a espressione e termini estremamente tecnici:
«Sì, e il bello è proprio questo. Il nostro lavoro costringe a studiare volta per volta, anche se l'esperienza rende tutto più facile. I primi tempi, quando mi capitava di tradurre argomenti specialistici, frequentavo assiduamente la biblioteca del Cnr di Roma, dove potevo trovare i documenti di tutti gli ambiti della ricerca, con molta pazienza e molto lavoro. Adesso con Internet è cambiato tutto.»

C'è stata una personalità che l'ha colpita di più?
«Devo ammettere che sono rimasta molto legata al ricordo di Nelson Mandela, che ho avuto il piacere di tradurre sia quando venne a Roma che in Sudafrica, dove andai in occasione della visita di stato del presidente Carlo Azeglio Ciampi. Impossibile, poi, non citare la Regina Elisabetta, che ho avuto la fortuna di interpretare più volte: per chi traduce la lingua inglese, non c'è niente di più bello ed emozionante di poter essere a contatto con lei.»

E c'è mai stata una volta in cui ha avuto difficoltà nel tradurre un ospite?
«Sì, certo. Le difficoltà arrivano spesso, bisogna soltanto imparare a superarle grazie alla formazione, all'esperienza, alla conoscenza della lingua e allo studio dell'argomento, anche se gli imprevisti sono sempre dietro l'angolo. Un personaggio che mi ha messo in difficoltà, anche se in modo piacevole, è stato Robin Williams, invitato a una trasmissione italiana. Ci fu una mezz'ora di battute a raffica, giochi di parole e doppi sensi che rendeva tutto molto complicato, ma anche molto divertente.»

Qual è il segreto per una buona traduzione con personaggi simili?
«Si deve stabilire un rapporto di fiducia. Queste personalità affidano agli interpreti parole e frasi importanti, dove chiarezza ed efficacia della comunicazione sono fondamentali. Se non c'è sintonia con chi deve tradurre, il risultato può essere compromesso.»

Crede che con le nuove tecnologie sarà possibile arrivare a una traduzione precisa e immediata di tutte le lingue del mondo?
«Mai dire mai, siamo ancora lontani da un risultato perfetto, ma un giorno chissà. La stessa Aiic (Associazione internazionale interpreti di conferenza) è attiva nello studio in ambito universitario delle nuove tecnologie a supporto all'interpretazione. In alcuni contesti, spesso quelli prettamente tecnico-scientifici, la traduzione automatica può andare bene; è però difficile ottenere una simultanea precisa in tutte le lingue del mondo quando si vanno a toccare argomenti in ambito umanistico, culturale, politico e giuridico. Spesso il significato cambia per un accento, un tono di voce o per il contesto in cui viene utilizzata una parola. Prendiamo il caso di Robin Williams e della Regina Elisabetta: risulta difficile immaginare la sostituzione della figura dell'interprete in quanto l'interazione e la comunicazione sono ricche e complesse e le situazioni e le esigenze sono diverse. Lo scopo dell'interprete è proprio studiare tutte queste variabili. Inoltre, una traduzione automatica restituirebbe poco delle emozioni che si avvertono quando si sente parlare, emozioni che solo il rapporto umano può rendere.»

Qual è il suo rapporto con le nuove tecnologie?
«In famiglia sono circondata di persone che lavorano o studiano in ambito scientifico, quindi sono piuttosto abituata a interagire con le nuove tecnologie. Per studiare un argomento che poi si dovrà tradurre, come dicevo, una volta si era costretti a fare ricerche complesse per reperire materiale. Adesso, invece, si risparmia molta fatica.»

Per chiudere, c'è un grande scienziato del passato al quale le sarebbe piaciuto fare da interprete?
«Credo Leonardo da Vinci, mi avrebbe incuriosito conoscerlo. Venendo al passato più recente, ho avuto il piacere di interpretare più volte Rita Levi da Montalcini, ed è stata sempre un'esperienza straordinaria.»

(*) Da Almanacco della Scienza Cnr n.6 del 08 Giugno 2016