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Tigri senza futuro, per gli scienziati potrebbero scomparire entro il 2050

Secondo uno studio della Sapienza lo sviluppo socio-economico porta ad un aumento della deforestazione e di emissioni di CO2 e, dunque, ad un aumento del rischio di estinzione. Oltre al felino, a rischio una specie su quattro di carnivori e ungulati

» Animali Redazione - 09/02/2015

L'allarme era stato lanciato già quattro anni fa nel febbraio del 2010 quando, in occasione del capodanno cinese che segnava il passaggio dal segno zodiacale del toro a quello della tigre, il WWF annunciò che "nel mondo sono rimasti appena 3.200 esemplari e che il suo habitat si è ridotto del 40 per cento in appena 12 anni". Secondo i dati dell'associazione ambientalista, dal 1940 ad oggi le tigri si sono già estinte tre sottospecie di tigre, mentre una quarta, quella della Cina meridionale, non viene più avvistata in natura da circa 25 anni. Quattro anni dopo,  a sottolineare la criticità della situazione è una ricerca da ricercatori della Sapienza Università di Roma  pubblicata sulla rivista Conservation Letters da cui si apprende che le tigri potrebbero estinguersi entro il 2050.

A minacciare seriamente una delle specie più affascinanti del pianeta è l'attuale modello di sviluppo socio-economico che, se perseguito nella direzione di oggi, porta ad un aumento drastico dei tassi di deforestazione e di emissioni di CO2 e,  conseguentemente, ad un aumento del rischio di estinzione per una specie su quattro di carnivori e ungulati. Un'indagine che, dunque, ha stimato l'impatto di futuri scenari di sviluppo antropico sulla conservazione delle specie di ungulati e carnivori del mondo, che avverte, "senza un'inversione di tendenza, entro 35 anni appena, oltre alle tigri anche i panda, i rinoceronti e altre 440 specie potrebbero scomparire dal nostro pianeta". Ed a queste specie si aggiungerebbero quelle già minacciate oggi, nessuna delle quali migliorerebbe il proprio status di conservazione secondo l'attuale modello di sviluppo socio-economico.

Dalla ricerca sugli indicatori di biodiversità emerge, però, una soluzione per evitare questo disastro ambientale, il 'Consumption Change". "Abbiamo scoperto che uno scenario alternativo esiste ed è in grado di eradicare fame e povertà e di migliorare il benessere umano in generale, raggiungendo al contempo un miglioramento dello stato di conservazione della biodiversità" spiega Piero Visconti, ricercatore affiliato presso il laboratorio Global Mammal Assessment del dipartimento di Biologia e biotecnologie C. Darwin della Sapienza e al centro di Microsoft Research, a Cambridge. In questo scenario di 'Consumption Change', l'accesso alle risorse alimentari, energetiche e idriche da parte delle fasce più povere della popolazione umana aumenterà fino a raggiungere i 'Millennium Development Goals' delle Nazioni Unite.

"Questa è la prima volta in cui si dimostra che le azioni individuali per il raggiungimento di uno stile di vita più sostenibile - sottolinea Carlo Rondinini, coordinatore del laboratorio Global Mammal Assessment -, come ad esempio il ridotto consumo di carne, possono avere nel loro insieme un enorme impatto per la biodiversità del mondo". "Questo studio offre preziose informazioni per il lavoro di Ipbes, la Piattaforma Intergovernativa per la Biodiversità ed i Servizi Ecosistemici dell'Onu - conclude Rob Alkemade dell'Agenzia per l'Ambiente Olandese e capo dell'Unità di Supporto Tecnico su modelli e scenari di Ipbes -. Il compito di questo sistema è infatti quello di indicare alle Nazioni Unite le politiche ambientali e socio-economiche necessarie a limitare la grave perdita di biodiversità in atto".