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Giornalisti precari: "Licenziato all'improvviso a 41 anni. Al mio posto uno stagista"

Riceviamo e pubblichiamo la testimonianza di due giornalisti precari che raccontano le loro esperienze e i loro sacrifici professionali per vedersi corrispondere, poi, solo una cessazione di lavoro ed una continua retribuzione "a cottimo"

» Professioni Redazione - 23/02/2012

"Perché noi dobbiamo vivere e non sopravvivere". La mia storia di precario vorrei farla iniziare con questa frase. La stessa che il mio direttore/editore mi pronunciò lo scorso 5 agosto nel suo ufficio annunciandomi il licenziamento dopo otto anni di lavoro insieme. La stessa frase che, da quel giorno, mi risuona nella testa anche se invertita nel concetto: "Perché io devo sopravvivere e non vivere".

Il licenziamento scattò un mese dopo la comunicazione come previsto dal meticoloso contratto. Da quel 5 agosto tra collaborazioni varie (5 euro netti a pezzo) e un ufficio stampa sono riuscito a portare a casa 1.500 euro: 250 euro al mese. A mancarmi oggi però non sono né i soldi né il tanto vituperato posto fisso, ma la dignità e la speranza in un futuro che, arrivato a 41 anni, restringe inevitabilmente i suoi orizzonti. La mia storia professionale la vorrei racchiudere tutta in quest'ultima esperienza che mi ha segnato non tanto dal punto di vista professionale quanto da quello umano. Devo ammettere che otto anni passati a fare "lanci", così vengono chiamati i dispacci di un'agenzia stampa, mi hanno formato come persona e come giornalista.

Raccontare per quasi un decennio Roma, i suoi palazzi, le sue facce, le sue storie e le sue criticità rimane per me un'esperienza indimenticabile e gratificante. Quello che però non voglio dimenticare sono gli otto anni dedicati alla stessa azienda, otto anni sui quali personalmente avevo scommesso, otto anni che avrebbero dovuto rappresentare un percorso al termine del quale avrei dovuto trovare una stabilizzazione contrattuale più sicura. Il mio stipendio partito da soli 200 euro era cresciuto fino ad arrivare a mille che per un precario della stampa romana è quasi un lusso.

Il mio licenziamento è avvenuto all'improvviso: solo tre giorni prima avevo passato 11 ore al consiglio regionale del Lazio raccontando le vicende del piano casa. Da quel giorno mi sono ritrovato con poche certezze, senza un lavoro, un sussidio, uno stipendio e senza avere la possibilità di farmi valere, attraverso vie legali, con il mio ex datore di lavoro. Al mio posto, e al posto di altri tre colleghi cui è stato riservato lo stesso trattamento da parte dell'agenzia stampa, oggi lavorano tre stagisti pagati a lancio.

Tutto questo è stato e sarà possibile grazie ad un sistema che vede camminare insieme, direttori ed editori, sindacati di categoria e ordine dei giornalisti i quali, troppo spesso, si comportano come 'Mizaru', 'Kikazaru' e 'Iwazaru', le tre scimmie sagge del santuario di Toshogu a Nikko che tappandosi con le mani gli occhi, le orecchie e la bocca non vogliono vedere il male, non vogliono sentire il male e non vogliono parlare del male.


GIORNALISTI PRECARI: QUELL'ETERNA GAVETTA PAGATA A COTTIMO

Trentun'anni e nessuna certezza lavorativa, pagato qualche centesimo a riga quando non "a ora" per i pezzi che scrivo. Eppure rifarei tutto per il semplice motivo che non so fare altro e questa è la mia passione. Probabilmente però lo rifarei in modo diverso, con la consapevolezza del nulla e del deserto lavorativo previsto per questa professione, dove la parola "futuro" è riservata a pochi eletti. Eviterei qualche mossa sbagliata, ne farei di diverse.

La mia storia è semplice. Questo lavoro, quello del giornalista, l'ho guardato da lontano fin dai tempi del liceo. Terminata l'università, con una laurea in Lettere, brillante di una lode che sarebbe servita a ben poco, ho iniziato a collaborare con una delle edizioni locali del quotidiano Avvenire Cronaca. Dopodiché la decisione di prendere l'ambìto tesserino e l'iscrizione a una delle Scuole di Giornalismo di cui è costellato questo Paese. La speranza? Che a un'adeguata formazione corrispondesse un riconoscimento lavorativo. Non avendo particolari "agganci" né conoscenze nel settore, l'unica via per scoprire e apprendere la professione era questa, dato che - come tutti sanno - i curriculum nelle redazioni sono quasi carta straccia.

Sui pochi mesi di stage previsti a livello curricolare, "fuori" dalla Scuola sono stato quasi un anno, trascorso gratis 'et amore Dei', prima al Sole 24 Ore poi in due diverse agenzie, a Bruxelles e all'Aquila. E proprio alla fine di uno di questi periodi di tirocinio mi venne proposta l'assunzione. Una promessa divenuta un miraggio grazie allo stato di crisi aperto dall'azienda poche settimane più tardi. Una stretta di mano e tanti complimenti. Attualmente vengo pagato ad articolo, direi meglio "a cottimo", da tutti i miei datori di lavoro tra i quali mi divido. E ogni giorno torna la domanda: "A cosa è servita la famosa 'gavetta' di cui sopra, costata alle tasche dei miei genitori, il più diffuso ammortizzatore sociale d'Italia, ben 10mila euro in due anni?". A nulla.

Se guardo avanti, verso quelle che chiamano "prospettive", non so dire cosa potrebbe cambiare da qui ad una settimana. Per ora ben poco. Per ora resisto, nella trincea di ciò in cui credo, unica consapevolezza che salva dalla frustrazione del nulla o del compromesso.

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- Raccolta firme del Manifesto per la tutela del giornalista precario