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Carbone e il caso pet-coke a Gela: Parisi, "E' un concentrato di sostanze cancerogene"

L'ultimo prodotto delle attività di trasformazione del petrolio viene usato oggi come combustibile e secondo un decreto del 2002 non più considerato un rifiuto. Per l'Università di Palermo la sostanza è sinonimo di inquinamento

» Fonti rinnovabili Emanuele Dorru - 13/01/2012

"È ciò che resta nel fondo del barile dopo i procedimenti di raffinazione del petrolio, ed è un concentro delle sostanza più pericolose composte come mercurio, cadmio, nichel e cromo. Queste sostanze ne mantengono le capacità combustibili e, per questo, viene utilizzato oggi nella centrale di Gela. È evidente che poi queste sostanze cancerogene verranno riversate poi nell'atmosfera con i fumi emessi dagli impianti". La spiegazione, chiara e lineare è del professor Enzo Parisi di Legambiente Sicilia che, riguardo il l'utilizzo del pet-coke nelle centrali, non ha dubbi, sostenendo che sarebbe bene invece di bruciarlo, di gassificarlo con un'operazione che consente di depurare i fumi e renderli meno inquinanti.

Nel mondo viene usato come combustibile soprattutto nei cementifici, in Italia viene bruciato solo nella raffineria Eni di Gela. Per questo il pet-coke era considerato un rifiuto, successivamente riclassificato in combustibile da un decreto legge del governo Berlusconi nel 2002 escludendolo, così, dalla normativa applicata alla gestione dei rifiuti. Da questo momento nella città siciliana iniziano 10 anni di battaglia di associazioni ambientaliste ma anche di ricercatori che denunciano la tossicità di questo combustibile per l’ambiente, ma anche e soprattutto per le persone. Già perché, come dimostra un recente studio coordinato dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS), alcune zone della città sono caratterizzate da casi eccessivi di tumore del polmone, disturbi cardiovascolari e respiratori, asma nei bambini o malattie renali. Un’indagine dettagliata che consiglia, in particolare, un accurato monitoraggio epidemiologico che includa l’analisi della contaminazione dell’aria, del suolo, delle acque e della catena alimentare.

UNIVERSITÀ DI PALERMO: "IL PET-COKE CONTIENE INQUINANTI CHIMICI". A confermare il rischio elevato per la salute degli abitanti di Gela, anche un articolo del 2004 condotto dal dipartimento di Fisica e Chimica della Terra (Cfta) dell'Università degli studi di Palermo che, seppur precedente all'indagine dell'ISS, entra in profondità della relazione tra la presenza di sostanze cancerose e teratogene nel territorio di Gela e l'incenerimento di pet-coke. L'analisi dal titolo "Inorganic pollutants associated with particulate matter from an area near a petrochemical plant", sottolinea che un fattore di rischio per la popolazione che vive nei pressi dell'impianto petrolchimico di Gela "è rappresentato dall'utilizzo del pet-coke come combustibile, nonostante contenga notoriamente inquinanti e contaminanti chimici come arsenico, molibdeno, nichel, zolfo e vanadio".

LE ANALISI SULLA DISPERSIONE DEI METALLI. Nell'ambito di un progetto di ricerca finalizzato all'analisi della dispersione di metalli e metalloidi nell'ambiente, il Cfta dell'Università di Palermo si è occupato di studiare il contenuto di metalli nel particolato atmosferico presente nell'aria di Gela, esaminando la polvere deposta sugli aghi di pino nell'area urbana e in prossimità del petrolchimico e su alcuni campioni di polvere di strada, trovando concentrazioni di metalli ben al di sopra di quelle che ci si potrebbe attendere. "A Gela, analizzando le polveri presenti nell'aria, si rileva che alcuni metalli sono presenti in quantità superiore a quella che si dovrebbe riscontrare se le polveri provenissero solo da fonti naturali", ha spiegato all'Adnkronos Gaetano Dongarrà, coautore dello studio. "Gli aghi di pino esaminati al microscopio, presentano chiari segni di necrosi, collasso cellulare e accumolo di fenoli, chiari indizi di forte stress ambientale. Se a questo - ha precisato - si aggiunge la forte incidenza di tumori, cancro e malformazioni di varia natura riscontrati a Gela, è lecito chiedersi se le due cose non siano connesse tra loro". 

Lo studio è stato condotto analizzando le polveri depositate e gli aghi di pino della varietà presente nell'area (Pinus halepensis), in quanto "biorecettori" in grado di assorbire e trattenere il materiale particolato più fine. Allo stesso tempo, è stata analizzato anche un campione di pet-coke e il risultato, ha spiegato Dongarrà, "è che la composizione chimica delle polveri depositate e degli aghi di pino riflette la composizione di ciò che veniva emesso dal petrolchimico che all'epoca utilizzava anche il pet-coke come combustibile". Ma ad un certo punto la ricerca si è fermata, come spiegato dal coautore dello studio: "Non abbiamo potuto continuare su questa strada per mancanza di risorse, nonostante avessimo fatto richiesta per avere i fondi utili a continuare la ricerca".

LE SOSTANZE INQUINANTI DEL PET-COKE. L'analisi dei metalli pesanti presenti su un campione di pet-coke incenerito nel 2004 nella Centrale termoelettrica della raffineria ha rilevato che il pet-coke di Gela ha una concentrazione, espressa in mg/kg, di arsenico pari a 17,3, di cromo pari a 114, di molibdeno pari a 75, di nichel pari a 787, di piombo pari a 125, vanadio pari a 1070, zinco pari a 2609 e zolfo pari a 44790. L'abbondante e inusuale presenza di questi elementi desta preoccupazione, considerata la quantità di pet-coke incenerito (circa 3mila t/g) ormai da oltre 40 anni e in condizioni considerate non adeguate, visto quanto si osserva in aria. Confrontando l'inquinamento atmosferico di Palermo (circa 850mila abitanti) con quello di Gela (circa 70mila) si è poi notato che la concentrazione di alcuni metalli e metalloidi presenti nel particolato atmosferico di Gela è superiore a quella di Palermo. La forte presenza di metalli pesanti normalmente riconducibili al traffico, qui raggiunge livelli così elevati da dover attribuire un forte contributo alle emissioni della raffineria.

"Siamo ben lontani - analizza Dongarrà - dal dimostrare la stretta relazione tra la presenza di sostanze cancerose e teratogene nel territorio di Gela e l'incenerimento di pet-coke nella centrale termoelettrica, ma i risultati ottenuti dimostrano l'impatto che la città di Gela subisce, in termini di metalli, per la presenza di un così importante polo petrolchimico". "Che i metalli presenti in aria, e veicolati nel corpo umano attraverso varie vie, possano avere un'influenza su alcune patologie degenerative non è argomento di nostra competenza, anche se la letteratura specializzata avverte del potenziale rischio". "È mia opinione - ha aggiunto - che la maggiore responsabilità sia da attribuire alla componente organica di ciò che viene immesso in atmosfera, ma è anche vero che i metalli vengono emessi dalla stessa fonte che emette sostanze organiche, suggerendo così che la qualità dell'aria nel comprensorio di Gela andrebbe attentamente monitorata, da organismi indipendenti e con competenze interdisciplinari".

LE SOLUZIONI PROPOSTE DA LEGAMBIENTE. Secondo il focus pet-coke del dossier 'Mal'Aria Industriale 2010' di Legambiente, per cercare di ridurre l'impatto sanitario sulle popolazioni della Piana di Gela è necessario trovare soluzioni tecniche in grado di fornire alternative ambientali ed economiche valide all'incenerimento di pet-coke. Così Legambiente Gela ha individuato e proposto tre soluzioni alternative:

1. l'ammodernamento della raffineria attraverso l'introduzione della tecnologia Est(Eni Slurry Technology) che evita la produzione di pet-coke incrementando le rese in gasoli e benzine del 14% e, quindi, rendendo inutile l'impianto di coking;

2. la sostituzione delle attuali caldaie, impiegate nella Centrale termoelettrica (Cte), con un sistema di gassificazione del pet-coke  mediante processo Igcc (Integrated Gasification Combined Cycle). Una tecnica a basso impatto ambientale per due motivi: a) il combustibile (solido o liquido) è gassificato ad alte temperature e pressione nel primo stadio e ciò permette di ottenere un gas purificato e sottratto di alcuni dei suoi componenti e costituito da syngas (H2 e CO), quindi inviato al secondo stadio di combustione; b) le ceneri di combustione si presentano sottoforma di residuo vetroso inerte utilizzabile in alcune applicazioni stradali;

3. la terza soluzione viene dal passato ma rappresenta, oggi, una delle tecniche più promettenti: la Gtl (Gas To Liquid), ovvero un processo che combina la gassificazione di qualsiasi combustibile organico (tar, pet-coke, biomasse, carbone, cdr, gas naturale, ecc.) da cui ottenere syngas e il processo di sintesi catalitica fischer-tropsch da cui si ottengono idrocarburi liquidi ad elevatissima purezza, di cui è nota la composizione quali-quantitativa. Eni Tecnologie, in collaborazione dell'istituto di ricerche francese IFP, ha sviluppato un impianto sperimentale nel sito di Sannazzaro (PV).

Nella determinazione delle soluzioni, oltre che dei benefici ambientali e sanitari Legambiente ha tenuto conto anche degli aspetti tecnologici ed economici. Queste soluzioni, infatti, migliorerebbero la competitività tecnologica ed economica della raffineria di Gela, garantendone un ulteriore sviluppo con positive ricadute occupazionali. Inoltre, le tecniche e le tecnologie necessarie all'implementazione delle soluzioni indicate, sono state sviluppate dagli stessi centri di ricerca dell'Eni.  Quello che viene richiesto, dunque, è l'implementare delle migliori tecniche di cui Eni già dispone.

MATERIALI
- L'articolo del dipartimento di Fisica e Chimica della Terra (Cfta) dell'Università di Palermo
- Dosier 'Mal'Aria Industraiale 2010' di Legambiente (il focus su Gela a pag.17)

LINK
- Dipartimento di Chimica e Fisica della Terra Università degli Studi di Palermo