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Sergio Bonelli: "Il fumetto è cinema dei poveri!"

Oggi scompare un grande editore e noi vogliamo ricordarlo nelle parole di Andrea Artusi, che per anni gli ha lavorato accanto disegnando Nathan Never. "Bonelli - dice - è riuscito in quello che non è riuscito a nessuno in Italia: 'Essere' il fumetto"

» Editoria Redazione - 26/09/2011

Posso dire di aver conosciuto Sergio Bonelli due volte. 

La prima fu nella sala d'aspetto della Casa editrice che porta il suo nome in via Buonarroti a Milano, una vera e propria mecca per qualsiasi autore di fumetti italiano. Io ero un disegnatore alle prime armi e, mentre attendevo il mio turno per presentare a un redattore i miei lavori, lui fece capolino dalla porta. Si scusò di aver disturbato e scomparve, con la stessa rapidità con la quale era apparso.

Curioso, pensai. Ero io l'ospite e sembrava che fosse esattamente il contrario. 

Dopo anni di lavoro svolto per la sua casa editrice in cui non ci furono più veri momenti d'incontro, ebbi l'occasione di organizzare una manifestazione che, nella sua prima edizione, fu dedicata a Tex. 

E qui arrivò il secondo incontro. 

Grazie all'intercessione di un suo vecchio amico, il giornalista e all'epoca vice direttore del Gazzettino Edoardo Pittalis, Sergio Bonelli accettò di partecipare a quell'evento e di inaugurare la mostra. Mi chiamò al telefono. Direttamente e senza farsi annunciare da segretarie o altro. "Pronto? Sono Sergio Bonelli...". Ammutolii e pensai sulle prime che si trattasse di uno scherzo. 

Invece non lo era e quella presentazione fu davvero un momento indimenticabile. C'era la città ad attenderlo, Mestre in quel caso, e molti dei suoi vecchi amici. Alcuni docenti dell'Università di Ca' Foscari, giornalisti, appassionati, lettori e l'allora prosindaco ma anche scrittore e intellettuale Gianfranco Bettin. Avevamo preparato un tema, una scaletta degli interventi, ma saltò tutto.


[Il personale omaggio di Andrea Artusi a Sergio Bonelli. © Sergio Bonelli Editore]

Come un affabile padrone di casa dialogò di Tex, dei personaggi della sua casa editrice, che era la sua vita, e tutto si realizzò come un viaggio tra ricordi, leggende, omaggi affettuosi a quel mondo di carta che per un momento, un istante che sembrò a tutti sospeso nel tempo, divenne più reale di quello che accadeva fuori.

Ripensando oggi a questi due eventi così diversi e distanti nel tempo non posso che riconoscere il carattere e la grandezza di un uomo al quale, professionalmente parlando, devo tutto. Un personaggio schivo, timido, spesso addirittura defilato, che non amava le grandi folle e che ogni tanto sembrava addirittura voler evitare i tributi che venivano fatti al suo lavoro e, implicitamente, al mondo del fumetto che rappresentava come nessun altro.

Sembrava li temesse, come tardivi e maldestri tentativi di rivalutare quel tempo in cui (e lui lo ricordava bene) fare 'i giornaletti' sembrava quasi una colpa. Un onta di cui aver vergogna. Di certo un'attività che nulla aveva a che fare con la cultura.

A chi gli chiedeva di definire cosa fosse il fumetto soleva dire che 'è il cinema dei poveri'. Per molti anni ho sinceramente pensato che fosse una frase infelice, sopratutto se detta da lui che del fumetto era, volente o nolente, un ambasciatore. Un'icona diremmo oggi. Invece nel tempo ho capito, lavorando con lui, che quella sua visione aveva una forza straordinaria. Cosa c'è di più povero di un foglio di carta e di un segno a china? Eppure nelle mani giuste quegli strumenti così banali possono evocare mondi, personaggi, storie grandi come e più di quelle del cinema. E mai come oggi ci siamo accorti di quanto avesse ragione.

Ricordava, Sergio Bonelli. Tutto. Nel bene e nel male. Ricordava i successi come Tex e Dylan Dog, ma anche i periodi bui come i primi anni '80 in cui il fumetto sembrava destinato a essere spazzato via dalla nascita della TV commerciale. I progetti ambiziosi ma apprezzati solo tardivamente come la collana 'Un uomo, un avventura' o il suo amato 'Mister No', il personaggio che aveva creato e che più di ogni altro lo rappresentava la cui collana era stata di recente tristemente chiusa. Quasi un segno o un presagio a pensarlo ora. 

Di certo sarà difficile non vederlo più seduto al tavolo del direttore editoriale Mauro Marcheselli che legge e corregge le bozze dei suoi fumetti, che discute su una copertina, che chiama i redattori. Sì, perché Sergio Bonelli questo ha fatto fino all'ultimo. L'editore. Vero. Puro. Rischiando di suo, pagando di persona, ma riuscendo in quello che non è riuscito a nessuno tranne a lui in Italia: 'Essere' il fumetto!