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Allevamenti a terra o in batteria? Firab, "meglio scegliere quelli bio"

Secondo l'Università del Maryland la conversione al biologico riduce i batteri resistenti agli antibiotici. La Federazione: "Il benessere dell'animale si riflette sulla qualità: metodi più naturali generano prodotti più sani con minor impatto ambientale"

» Animali Aura De Luca - 20/09/2011

"Il benessere dell'animale non è un vezzo, ma ha valore in sé e si riflette sulla qualità del prodotto destinato al commercio": risponde così Luca Colombo, coordinatore della Federazione italiana per la ricerca in agricoltura biologica e biodinamica (Firab) alla provocazione lanciata dallo studio pubblicato sulla rivista Poultry Science secondo cui i valori nutrizionali delle uova di galline allevate in batteria o a terra non mostrerebbero alcuna differenza. Eccezion fatta per il β-carotene.
 

In realtà si discute da tempo sulla questione se sia meglio o meno un prodotto proveniente da allevamenti a terra o in batteria, oppure biologico o no, che resta a tutt'oggi una questione ancora, soprattutto in vista delle nuove regole fissate dalla direttiva europea n.74/1999 che entreranno in vigore il 1 gennaio 2012 e che introdurrà il divieto dell'allevamento di galline in batteria. 
 

"È provato che un animale che vive in condizioni decisamente più naturali e al quale viene garantito maggior benessere contrae meno malattie e garantisce un prodotto più sano, meno trattato farmacologicamente" spiega Colombo. "Inoltre, diminuendo il carico di bestiame su un territorio si diminuisce anche l'impatto ambientale. È chiaro - aggiunge - che un prodotto originato da animali allevati correttamente ha un prezzo diverso. La differenza, però, non è enorme e ci consente di avere un prodotto di qualità superiore, più sano e nutriente".

Alla polemica si aggiunge, inoltre, uno studio dell'Università del Maryland pubblicato su Environmental Health Perspective, che dimostra la rapida riduzione della resistenza ad antibiotici nell'avicoltura convertita al biologico. "L'insorgenza della resistenza è un problema considerevole che l'allevamento biologico potrebbe risolvere - ribatte Colombo - inoltre, un corretto allevamento, secondo metodi più naturali, fa sì che il rischio di contrarre e diffondere patologie diminuisca, visto che gli animali non sono ammassati". Per questo studio, i ricercatori del Maryland hanno messo a confronto dieci allevamenti convenzionali e dieci biologici, testando la presenza di batteri enterococchi nella lettiera, nel mangime e nell'acqua e la loro resistenza a 17 composti antimicrobici di uso comune. Tutti i campioni testati sono risultati positivi, ma i valori negli allevamenti bio sono stati significativamente inferiori rispetto al convenzionale.
 

La resistenza all'enteromicina è stata rinvenuta nel 67% dell'Entereococcus faecalis in pollame convenzionale e nel 18% in quello appena convertito a biologico; la pluri-resistenza (a minimo tre classi di antimicrobici) appare nel 42% dei campioni convenzionali contro il 10% nel bio nel caso di E. faecalis e nell'84% contro 17% per l'E. faecium. L'epserimento, però, non è ancora terminato. I ricercatori, infatti, si aspettano dati ancora più divergenti con il prolungarsi dell'allevamento in condizioni biologiche che non prevedono il ricorso ad antibiotici.

MATERIALI
- Direttiva Europea n.74/1999