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Nubi marroni sopra l?Asia e il Mediterraneo: una minaccia per l?ecosistema

Nepal, Pakistan Uganda e Italia hanno avviato la rete Share per il monitoraggio ambientale in quota. Il pianeta è sotto osservazione per l?inquinamento atmosferico.

» Inquinamento e Rifiuti Catia Barone - 14/05/2008

Secondo l’Oragnizzazione mondiale della Terra dagli anni 70 al 2000 il surriscaldamento della Terra ha provocato una media di 150.000 morti l’anno. Durante l’ultima conferenza organizzata dall’Onu, l’OMS ha inoltre sottolineato che, nei prossimi anni, il costo del “global warming” per i paesi in via di sviluppo andrà dai sei ai 18 miliardi di dollari l’anno.
Tenere sotto controllo i global change ambientali e climatici diventa quindi una necessità. In realtà, esiste già un “grande occhio” che cerca di monitorare ad alta quota tutte le variazioni del nostro ecosistema. La parola chiave è Share, che significa condivisione e sfrutta una rete di collegamento tra vari paesi per ottenere un quadro della situazione più completo. Share è anche l’acronimo di Station at High Altitude fore Research on the Environment, un network internazionale promosso dal COmitato Ev-K2-Cnr, in collaborazione con l’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC) del Cnr. Per ora sono otto le stazioni che fanno parte di questa rete e Nepal, Pakistan, Uganda, Italia hanno avviato da poco iniziative legate al progetto. Il numero degli aderenti è comunque destinato a aumentare, poiché le aree remote di montagna, che rappresentano il 24% delle terre emerse, sono i luoghi fondamentali per lo studio della composizione dell’atmosfera, del clima e dei meccanismi di trasporto degli inquinanti. L’installazione più recente si trova sul Monte Rwenzori in Uganda, la prima in assoluto a coprire l’Africa dal punto di vista del monitoraggio ambientale.
Quando parliamo di cambiamenti dei processi climatici si punta spesso il dito contro gli uomini e le sue attività. È vero che con l’avvicinarsi della stagione fredda le emissioni dovute al traffico autostradale, agli impianti di riscaldamento e le attività industriali tendono a rimanere confinati nei bassi strati dell’atmosfera formando una coperta dannosa per vaste aree geografiche; ma è anche vero che oltre ai fenomeni di inquinamento antropico, gli episodi di origine naturale possono portare a alterazioni di un certo tipo. E questo Share lo continua a osservare di continuo: dalla nube marrone che staziona da tempo sopra il sudest asiatico e l’Oceano Indiano, a quella ricca di particelle carboniose e altri inquinanti sopra il Mare Mediterraneo, in movimento verso l’Europa.
I dati rilevati dallo studio della “Atmospheric Brown Cloud” (ABC) - la “nuvola” asiatica tenuta sotto controllo dalla stazione Pyramid dell’Himalaya  – non sono confortanti. Dal monitoraggio sono emersi dati inaspettati come le elevate concentrazioni di Black Carbon e di inquinanti che potrebbero aumentare la temperatura del globo: “le Atmospheric Brown Cloud contribuiscono al riscaldamento regionale della bassa atmosfera quanto il recente aumento di gas serra prodotto dall’uomo”, spiega Veerabhadran Ramanathan, dello Scripps Institution of Oceanography di San Diego. Per di più, il trasporto degli inquinanti è particolarmente evidente nella stagione secca. Alcuni di questi agenti hanno addirittura interrotto il monsone, in seguito allo spostamento verso la stazione ABC di elevate concentrazioni di Dust, ozono e Black Carbon provenienti dal Pakistan e dall’India. 
L’altra nube, quella che si muove sopra il Mar Mediterraneo verso l’Europa, è stata intercettata dalla stazione italiana della rete Share “Ottavio Vittori” del Monte Cimone (pianura Padana). Anche in questo caso si è registrato un’altra concentrazione di Black Carbon e dust. Tutto ha avuto inizio a fine agosto quando, in aggiunta a un intenso trasporto di sabbia dal nord dell’Africa, i vasti incendi che hanno interessato per più giorni l’Algeria e la catena dei monti Atlas hanno prodotto una nube ricca di particelle carboniose e di altri inquinanti. Tutto ciò ha evidenziato come anche gli incendi dei boschi possono alterare la composizione dell’atmosfera e dei processi climatici. Nonostante si tratti di un fenomeno di verso da quello asiatico, i ricercatori del Monte Cimone hanno deciso di coniare la definizione di “Po Valley Brown Cloud”.
Preoccupano anche i dati emersi dalle misurazioni metereologiche effettuate a partire del 1994 dalle stazioni della rete Share lungo la Valle del Khumbu, versante sud della catena himalaiana: un incremento medio di un grado di temperatura per decade. E questo rapido incremento, soprattutto ad alta quota, può avere effetti pericolosi sullo scioglimento dei ghiacciai.