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Greenwashing: le multinazionali che fingono di amare l'ambiente

Nestlè, Disney, Unilever, Adidas, Ikea, Lacoste. Sono solo alcuni dei colossi industriali che, secondo le associazioni ambientaliste di mezzo mondo, si spacciano per amiche dell'ambiente ma in realtà contribuiscono a inquinare il pianeta.

» Inquinamento e Rifiuti Redazione/TB - 28/07/2011
Titolo: Ryan Mc Vay Photo
Fonte: Immagine dal web

Già nel 1986 l'ambientalista Jay Westerveld aveva coniato il termine 'greenwashing', per definire la pratica diffusa da parte di alcune catene alberghiere di incentivare, al motto di 'save the environment' (salviamo l'ambiente), il riuso degli asciugamani, una pratica 'eco' che faceva risparmiare detersivi ed elettricità al pianeta, ma soprattutto faceva incrementare il profitto degli hotel diminuendo sensibilmente una voce di spesa. 

La pratica del greenwashing, termine usato oggi per indicare quelle aziende che si spacciano per 'amiche dell'ambiente' e in realtà non lo sono, ha sempre più seguaci, soprattutto multinazionali. C'è ad esempio la società petrolifera Bp, responsabile nell'estate scorsa del disastro ambientale nel Golfo del Messico a causa della fuoriuscita di greggio da una sua piattaforma, che solo qualche mese prima aveva investito 200 milioni di euro per una campagna di 'greenwashing', cambiando i colori delle insegne e presentandosi come un gruppo socialmente responsabile e rispettoso della natura.

Qualche anno fa in Inghilterra l'Authority ha multato la Shell, colpevole di uno spot che dichiarava che l'estrazione di petrolio dalle sabbie bituminose del Canada era sostenibile, nonostante le emissioni dovute all'estrazione e alla raffinazione siano fino a dieci volte superiori a quelle tradizionali del greggio. Nel mirino di 235 Ong e gruppi ambientalisti (tra cui Friends on the Earth, Greenpeace, Food and water Europe, Via Campesina) sono finite nei mesi scorsi un gruppo di multinazionali dell'agro business, tra cui Unilever, per aver collocato sul mercato 218mila tonnellate di soia transgenica della brasiliana Maggi, dichiarandola e certificandola come 'soia responsabile'. Le associazioni hanno lanciato un appello ai consumatori europei e nordamericani a non lasciarsi ingannare da queste etichette manipolate dalla grande industria nei supermercati.

Unilever, inoltre, è stata a lungo nel mirino di Greenpeace per l'utilizzo dell'olio di palma la cui produzione metteva a rischio le foreste pliviali dell'Indonesia. Una campagna che ha costretto la multinazionale a sospendere le forniture. Un' altra multinazionale molto attiva nel presentare il proprio falso volto 'green' e' l'Ikea. Proprio per le sue iniziative in campo ecologico il giornalista Fred Pearce del Guardian, particolarmente attivo contro il greenwashing, qualche anno fa ha sottolineato che "Ikea non può costruirsi una reputazione verde con un fai da te flatpak manuale".

Altra multinazionale bersagliata dagli ambientalisti per pratiche di greenwashing è la Nestlè. Negli anni scorsi un gruppo di associazioni ha presentato un ricorso alle autorità canadesi per violazione del Codice di Advertising Standards in relazione alla pubblicità che magnificava le caratteristiche della bottiglia utilizzata. La Nestlè assicurava che ''l'acqua imbottigliata è il prodotto più sano di consumo più rispettoso dell'ambiente al mondo" e che "Nestlè Pure Life è una scelta sana, rispettosa dell'ambiente". Affermazioni "fuorvianti e false" per gli ambientalisti.

Particolarmente attiva nel denunciare i comportamenti poco 'verdi' delle multinazionali è Greenpeace. A turno sono finite nel mirino dell'associazione Carrefour, Gucci, Kimberly Clark, Kraft, Unilever ma anche Nestlè, Mattel, Lego, Nike e Adidas. Proprio in questi giorni l'associazione ambientalista sta rivolgendo la propria attenzione ad alcuni marchi sportivi che hanno sedi produttive in Cina, denunciando il problema dell'inquinamento dei fiumi cinesi causato dagli scarichi tossici.

Da alcune ricerche, infatti, è emerso il legame commerciale fra i proprietari di due complessi industriali cinesi del tessile (lo Youngor Textile Complex e il Well Dyeing Factory Limited) di cui è stato esaminato l'impatto degli scarichi nei fiumi e marche sportive nazionali e internazionali, tra cui Abercrombie & Fitch, Adidas, Bauer Hockey, Calvin Klein, Converse, Cortefiel, H&m, Lacoste, Li Ning, Meters/bonwe, Nike, Phillips-Van Heusen Corporation (PVH Corp), Puma e Youngor.

Le aziende cinesi e internazionali connesse agli impianti produttivi dove Greenpeace ha effettuato i campionamenti hanno differenti approcci verso la sostenibilità ambientale e la responsabilità sociale. L'associazione ha segnalato che alcune aziende, come Li Ning, Bauer Hockey, Abercrombie & Fitch e Youngor pubblicano poco o nulla del loro impegno su temi ambientali e/o sociali contrariamente a quanto avviene per Nike, Adidas, Puma, H&m e Phillips-Van Heusen. Queste multinazionali, invece, leader nella sostenibilità come le definisce il Dow Jones Sustainability Index, per Greenpeace non si preoccupano affatto di come vengono realizzati i loro prodotti a livello locale, anche se questo dovesse comportare il rilascio in acqua di sostanze pericolose da parte dei fornitori.

Anche se la Cina non ha ancora adottato una legislazione idonea a gestire l'uso e il rilascio di composti pericolosi nell'ambiente, secondo Greenpeace le multinazionali che acquistano prodotti cinesi hanno l'obbligo di assumersi la responsabilità degli scarichi tossici rilasciati localmente per produrli. La campagna è partita da qualche giorno e l'associazione riferisce di avere già avviato un dialogo con i brand coinvolti.

Recentemente anche note aziende di giocattoli stanno avendo il loro bel da fare. Le analisi delle fibre della carta utilizzata per il packaging delle più importanti marche di giocattoli, ossia Mattel, Disney, Hasbro e Lego, commissionate da Greenpeace, sembrano dimostrare il legame che esiste tra questi marchi globali di giocattoli e Asia Pulp and Paper (App), la più grande e nota azienda produttrice di polpa di cellulosa e carta in Indonesia. La denucia è partita un mese fa ma qualcosa inizia già a muoversi. La Lego, infatti, ha annunciato formalmente di aver interrotto i propri rapporti commerciali con App e tutte le aziende ad essa legate. A seguito delle denunce e campagna di sensibilizzazione di Greenpeace, colossi multinazionali come Kraft, Nestlè, Unilever, Carrefour, Tesco, Auchan, LeClerc, Corporate Express e Adidas hanno cancellato i propri contratti di fornitura con App.