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Tumori e fertilità: Banca del tessuto ovarico, ecco come funziona

Il responsabile dell'Istituto Regina Elena di Roma, il professor Enrico Vizza, spiega la prassi che permette alle pazienti oncologiche di preservare la loro fertilità.

» Cronaca Medicina e Salute Redazione - 26/04/2011

Una Bio-Banca, capace di conservare il tessuto ovarico di pazienti affette da tumore fino a terapia conclusa e rischio oncologico scongiurato. É la una nuova Banca del tessuto ovarico per la preservazione della fertilità nelle donne colpite da tumore, ed è la terza in Italia dopo quella di Palermo e Torino. Un passo fondamentale che la scienza e la tecnologia tenuto conto che nel Bel Paese sono circa 1 milione e  25mila le donne con una diagnosi di tumore, di queste 200mila hanno meno di 40 anni. Il tumore al seno ha la maggiore incidenza, seguito da quello al polmone, ma sono frequenti anche altre forme tumorali per ognuna delle quali è necessaria una terapia diversa che, spesso, può significare la perdita della fertilità. 
 

Attraverso il prelievo per via endoscopica viene prelevata della "corticale ovarica" contenente gli ovociti delle donne affette da qualunque forma di cancro prima dell'inizio delle terapie chirurgiche e/o di chemioterapia o radioterapia, che viene conservata in azoto liquido per poi essere reimpiantata alla donna sopravvissuta al tumore al termine dei trattamenti. Ciò permetterà un ripristino della funzione ormonale e dunque riproduttiva. Una nuova vita, una nuova speranza per chi lotta contro il tumore. E la cosa importante è che tutto ciò avvenga in una struttura pubblica deputata alla cura dei tumori in tutti i suoi aspetti, dalla ricerca scientifica alla guarigione, come il Regina Elena. In questa intervista il professor Enrico Vizza, responsabile della Banca del tessuto ovarico, spiega la tecnica di prelievo e le modalità di conservzaione e reimpianto del tessuto ovarico:
 

Professor Vizza, può spiegare tecnicamente come avviene il prelievo, la crioconservazione e il reimpianto del tessuto ovarico?
"Al fine di prelevare tessuto ovarico destinato alla crioconservazione, la paziente effettuerà un intervento laparoscopico elettivo (donne oncologiche di età inferiore ai 35 anni). Parte del tessuto prelevato sarà inviato ad esame istologico per escludere la presenza di cellule neoplastiche. Il materiale viene poi trasferito in apposito terreno di trasporto (PBS) addizionato con Fetal Calf Serum (FCS) al 10 per cento a 37°C e tagliato in strip di circa 6 mm di lunghezza e 3 mm di spessore. Le strip così ottenute verranno sottoposte a programmi di congelamento lento e conservate in azoto liquido a -196 °C. Lo scongelamento successivo in funzione del reimpianto avviene rapidamente estraendo direttamente il tessuto dall'azoto liquido. Alla completa remissione della malattia neoplastica e degli eventuali trattamenti adiuvanti, la paziente sarà sottoposta a trapianto ortotopico (ovvero nella stessa posizione anatomica precedente all'espiantato), per via laparoscopica, del tessuto ovarico scongelato".
 

Qual è l'età minima per il congelamento del tessuto ovarico?
"Le bambine in età prepubere costituiscono uno dei principali target della crioconservazione del tessuto ovarico in quanto non possono essere sottoposte a stimolazione ovarica per il recupero degli ovociti né tantomeno a crioconservazione degli embrioni. Basti pensare che la leucemia linfatica acuta è la neoplasia maligna più comune in età pediatrica ed ha una sopravvivenza globale a 5 anni dell'80-86 per cento. In generale, ogni anno, ci sono circa 12mila bambini/adolescenti di età inferiore ai 19 anni cui viene diagnosticato un cancro e la percentuale di guarigione in questa fascia di età raggiunge il 45 per cento. Da questi dati si evince l'importanza di questa tecnica per le giovanissime". 
 

Come si colloca la banca del tessuto ovarico dal punto di vista etico?
"Da diversi anni si dibatte per la scelta di una strategia valida ed eticamente condivisa da tutti per preservare o restituire la fertilità alle pazienti oncologiche. La criopreservazione degli ovociti è, in Italia, la via intrapresa nell'ambito delle tecniche della procreazione medicalmente assistita. Nonostante si registri una bassa efficienza in termini di percentuale di gravidanza, tra l'1 e il 5 per cento, tale metodica è tutt'ora applicata in molti centri poiché rappresenta un metodo alternativo alla consolidata tecnica di congelamento embrionario che risolve problemi etici-legali e morali legati allo stoccaggio degli embrioni. D'altra parte la crioconservazione ovocitaria richiede la stimolazione ovarica e un prelievo ovocitario (Pick up) che possono ritardare il trattamento oncologico, aumentando le possibilità di crescita e di metastatizzazione del cancro. Va inoltre ricordato che la stimolazione ovarica con gonadotropine aumenta la concentrazione ematica di estrogeno che può aggravare tumori estrogeno sensibili come il cancro della mammella. In questi casi, visto che il rischio è chiaro e il beneficio incerto, la proposta di crioconservazione ovocitaria è eticamente inaccettabile. In tale scenario la banca del tessuto ovarico si inserisce come un'alternativa non solo clinicamente valida per le pazienti oncologiche, ma anche condivisa dal punto di vista etico".
 

Perché è stato scelto l'Istituto Regina Elena come sede per una banca del tessuto ovarico?
"La sede degli Istituti Fisioterapici Ospitalieri (IFO) rappresenta l'unica bio-banca del Lazio. L'Istituto Regina Elena, per mission, competenze e disponibilità di spazi, esprime tutte le caratteristiche necessarie per realizzare una Banca di tessuto ovarico ed un progetto di trapianto di tessuto ovarico. L'IRE è pioniere nell'approccio multidisciplinare della qualità di vita del paziente oncologico finalizzata, oltre che alla guarigione dalla malattia, anche al ripristino delle funzioni fisiologiche. Il coordinamento di tutte le azioni che si riferiscono all'assistenza del paziente neoplastico è un punto cruciale, irrinunciabile ai fini del raggiungimento di elevati standard di qualità della stessa assistenza oncologica". 
 

Quali sono le istituzioni coinvolte nel progetto?
"I partner dell'Istituto Regina Elena sono: il ministero della Salute che ha finanziato il progetto per 400mila euro assegnati alla Regione Lazio Responsabile della bio-banca; l'Istituto Superiore di Sanità che ha un ruolo di  coordinamento, vigilanza e consulenza scientifica;  l'Università La Sapienza, nella persona del professor Andrea Lenzi del dipartimento di Fisiopatologia Medica, per le problematiche di sterilità maschile e il dipartimento di Ginecologia e Ostetricia della Facoltà di Medicina e Chirurgia dell'Università Tor Vergata, diretto dal professor Emilio Piccione. Infine, Ettore Cittadini, professore di ostetricia e ginecologia dell'Università degli Studi di Palermo e responsabile scientifico del Tavolo tecnico per "il completamento del percorso di miglioramento della qualità nel settore della procreazione medicalmente assistita", svolge un ruolo di consulenza scientifica. L'iniziativa è inoltre sotto l'alto patronato del presidente della Repubblica ed è patrocinata dall'Associazione Ospedalieri Ginecologi Ostetrici Italiani (AOGOI)".
 

[Intervista a cura dell'Istituto Regina Elena di Roma]