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Immigrazione: per cercare lavoro il passaparola più efficace del centro per l'impiego

Nel 73,3 per cento dei casi i canali informali sono i più usati dai quasi 5 milioni di immigrati presenti nel nostro Paese. È difficile parlare di veloce miglioramento delle condizioni lavorative, mentre la conoscenza dell'italiano è soddisfacente.

» Occupazione Silvia D'Ambrosi - 02/07/2010

Familiari, amici e conoscenti fanno da intermediari tra domanda e offerta di lavoro. Il passaparola è il modo più utilizzato dai lavoratori stranieri per trovare un'occupazione. Un canale che funziona soprattutto per gli stranieri che svolgono lavori poco qualificati, ad esempio cura e assistenza alle persone. È questo uno dei primi dati che emerge dalla recente ricerca sui 'percorsi lavorativi degli stranieri immigrati' realizzata da Iniziative e Studi sulla Multietnicità (Imsu), Censis e Istituto Psicoanalitico per le ricerche sociali (Iprs) per il ministero del Lavoro.  

Su un campione di circa 16mila persone intervistate, il 73,3 per cento dichiara di aver trovato così il proprio lavoro. A grande distanza figurano le agenzie interinali (solo il 9 per cento). Il servizio di questa tipologia di intermediari offre vantaggi soprattutto ai datori di lavoro. Sono le agenzie, infatti, ad assumere il lavoratore e il datore di lavoro non si carica direttamente di questo onere, ma a conclusione della scadenza del contratto può decidere se confermare il lavoratore impiegato. Esistono, inoltre, canali privati di mediazione come la Chiesa o altri centri di culto ai quali hanno dichiarato di rivolgersi il 6,1 per cento degli intervistati, mentre il 2,9 è passato tramite i sindacati. Esiguo il ricorso agli annunci di lavoro sul web o sui giornali.

La maglia nera, spetta, però, proprio alle istituzioni create per svolgere la mediazione tra domanda e offerta di lavoro, ovvero i Centri per l'impiego. Solo l'1,9 per cento degli stranieri ha trovato lavoro per loro tramite. Questo record negativo conosce, però, diverse declinazioni territoriali. Nel Mezzogiorno tali servizi mostrano un generale ritardo a causa della presenza di una forte quota di italiani che rende più affannosa la possibilità di realizzare servizi specifici per gli stranieri, tanto che la ricerca denuncia la "funzione assai residuale" dei servizi. In Emila Romagna, invece, il centro per l'impiego di Rimini si sta trasformando da intermediatore per il lavoro ad organizzatore della rete sociale di integrazione socio-lavorativa. Questo implica un forte radicamento territoriale, nonché uno spostamento del proprio interlocutore, dalle imprese alle associazioni che si occupano direttamente di migranti.

La ricerca ha stimato anche il numero degli immigrati irregolari presenti in Italia fino all'agosto 2009. Sono 560mila, con un'incidenza sul totale delle presenze pari all'11,3 per cento. La quota risulta invariata rispetto all'analogo periodo del 2005, ma da allora bisogna tener conto dell'ultimo allargamento dell'Unione europea (quello del 2007) che ha visto coinvolte la Romania e la Bulgaria. Evidentemente questi lavoratori non hanno alcun accesso al normale mercato del lavoro, sono anzi impiegati nel lavoro nero.

Occorre anche sfatare il mito secondo il quale gli immigrati sono coinvolti in forti processi di mobilità sociale. Lungi dall'aver 'trovato l'America', i lavoratori immigrati cambiano spesso lavoro, ma lo fanno in maniera orizzontale, senza cioè che il cambiamento modifichi la loro posizione sociale. Solo nel 21,5 per cento dei casi si verificano situazioni di mobilità ascendente (miglioramento delle condizioni lavorative). Tra questi casi sono stati evidenziati operai generici che diventano operai specializzati, domestici che diventano badanti, badanti che diventano assistenti sociali, operai edili che diventano titolari di impresa oppure artigiani. Accade anche (11,9 per cento) che il cambiamento porti ad un peggioramento della propria condizione lavorativa; fenomeni di mobilità discendente che risaltano ancor più considerando che il 59,8 per cento degli stranieri che lavora in Italia aveva già un'occupazione nel Paese di origine.

Infine, la conoscenza dell'italiano, un requisito molto importante per avviare un processo di integrazione socio-economica, è soddisfacente: il 42,8 degli stranieri ne ha una conoscenza sufficiente, il 33 per cento buona, l'8,9 ottima e solo una minoranza (15,1 per cento) non sfiora la sufficienza.    

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Censis
Ismu, Iniziative e Studi sulla Multietnicità
Iprs, Istituto Psicoanalitico per le ricerche sociali