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Immigrazione: 170mila gli imprenditori in Italia, con punte di eccellenza nel Mezzogiorno

L'industria, i servizi ed il commercio i settori in cui scelgono di operare, mettendo a frutto la propria origine e formazione, e creando ricchezza (9,2 per cento del PIL) ed occupazione (500mila persone) per il Paese.

» Immigrazione Silvia D'Ambrosi - 02/07/2010

Hanno scelto la via dell'imprenditorialità per realizzarsi meglio professionalmente, e contribuire così allo sviluppo del Paese che li ha accolti. Sono gli immigrati imprenditori che si sono tuffati in un'avventura impegnativa, affrontata con lo stesso coraggio - visti gli ostacoli legislativi, burocratici, finanziari ed ambientali - che è all'origine della scelta di emigrare.

Si tratta di una realtà sociale ed economica poco conosciuta, che riscatta l'immagine stereotipata dei 'vu cumprà'. Gli immigrati sono titolari di negozi fissi, al dettaglio e spesso anche all'ingrosso. Il rapporto 'ImmigrantImprenditori', curato dalla Fondazione Ethnoland in collaborazione con Caritas/Migrantes ha tracciato i contorni di questa nuova realtà, aprendo uno squarcio su aspetti rilevanti della società che si va costruendo.

Logo di GhanacoopLa dimensione del fenomeno riguarda ormai più di 170mila immigrati titolari di impresa. Rispetto al 2003 il loro numero è triplicato e dal 2000 sono nate in Italia 140mila aziende, al ritmo di 20mila l'anno. Un'impennata che ricorda quanto accadde negli anni '60 e '70, quando si verificò un vero e proprio boom di piccole imprese create dai meridionali, prima impiegati nella grandi fabbriche, nelle regioni del Nord.

Si va dalle 30mila aziende della Lombardia alle piccole regioni che ne hanno meno di 1000. Un dato curioso è quello relativo alle eccellenze situate nel Meridione. In particolare, in Sardegna, Sicilia e Calabria gli immigrati hanno uguagliato il tasso di imprenditorialità degli italiani. Al livello provinciale, invece, Milano e Roma sono le protagoniste dell'imprenditoria straniera, rispettivamente con 17mila 297 e 15mila 490 imprese.

I settori in cui gli immigrati imprenditori scelgono di operare sono l'industria (83mila 578 aziende, pari al 50,6 per cento delle imprese degli immigrati), i servizi (77mila 515, il 46,9 per cento) e il commercio (57mila 723, il 35 per cento).  

Nell'ambito dell'industria i comparti più 'gettonati' sono quello edile, dove si sono affermati essenzialmente gli est-europei (i romeni, ormai comunitari, e gli albanesi) e quelli del tessile, dell'abbigliamento e delle calzature, dove si sono imposti i cinesi. Nel settore dei servizi la prevalenza va alle aziende commerciali in cui la comunità marocchina è fortemente presente, ma esiste anche la presenza di comunità più piccole come quella degli ex-juvoslavi, che nel Friuli detengono un sesto delle 4mila aziende, gli egiziani con 4mila aziende a Milano, i bangladesi con 2mila aziende a Roma ed i tunisini, i primi in Sardegna. 

Coloro che hanno deciso di cimentarsi nel settore agricolo sono ancora una minoranza (2mila 500 aziende) a causa degli alti costi iniziali per rilevare un podere. Altri hanno optato per imprese attraverso le quali mettere a frutto l'esperienza lavorativa svolta nel Paese d'origine. Ghanacoop ne è un esempio. Si tratta di una cooperativa per l'importazione di frutta esotica dal Ghana interamente gestita dalla comunità ghanese di Modena. Analogamente, ha preso piede anche la ristorazione etnica e 'fusion', una via di mezzo tra la nostra cucina e la loro. 

Ed ancora le agenzie di traduzione, i centri di mediazione interculturale, le associazioni cultura, i phone centre o i money transfer. C'è anche chi ha deciso di misurarsi con attività più 'raffinate' e sono nate piccole case di moda e negozi di artigianato. Con uno sguardo alle abitudine culturali e religiose dei paesi di origine, molti hanno aperto macellerie islamiche in cui gli animali sono macellati tenendo conto delle prescrizioni del Corano. Non disdegnano, poi, attività tradizionalmente italiane, come lavanderie, pasticcerie, saloni di estetica, bar, agenzie di pulizie, di viaggi, aziende di trasporti, officine di fabbri o studi grafici. 

Tutte queste attività consentono non solo l'auto-occupazione del titolare, ma offrono posti di lavoro. Infatti, secondo alcune stime, tra titolari di azienda, soci di cooperative e dipendenti, il lavoro imprenditoriale degli immigrati produce occupazione per mezzo milione di persone, cittadini italiani inclusi.

A livello economico, poi, la presenza lavorativa degli immigrati contribuisce alla formazione di circa un decimo del prodotto interno lordo italiano (PIL); un valore aggiunto pari al 9,2 per cento (122 miliardi del PIL). È un lavoro che si caratterizza per un alto tasso di attività, più elevato di quello italiano. In molte regioni la ricchezza prodotta dagli immigrati supera i 10 miliardi euro l'anno.

Sul fronte finanziario, questa ricchezza assicura allo Stato un gettito fiscale che ormai va ben oltre i 5,5 miliardi di euro calcolati nel 2007. Nel campo della previdenza, gli imprenditori immigrati contribuiscono con 5 miliardi di euro l'anno di contributi previdenziali, mentre in considerazione della loro giovane età, sono pochi coloro che già percepiscono una pensione.

I benefici del lavoro imprenditoriale immigrato sono misurabili anche a livello sociale. Molti negozi chiusi dagli italiani sono stati riaperti da immigrati spesso restituendo vivacità a quartieri a rischio degrado. Vi sono poi imprenditori stranieri che, vittime del racket, si sono ribellati contribuendo così alla lotta all'illegalità. Occorre ricordare che a fronte della difficoltà italiana di attirare investimenti esteri, questi imprenditori possono costituire la base per attivare una rete internazionale più ampia, a cominciare dai loro Paesi di origine.  
    

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Fondazione Ethnoland
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