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Memoria dell'acqua: omeopatia, le origini e il metodo

'Il simile cura il simile'. Con questa frase, che diverrà il punto cardine dei suoi insegnamenti, Samuel Hahnemann segnò la nascita della più antica tra le medicine alternative, che introdusse anche in Occidente il concetto di Forza Vitale.

» Cronaca Scienze Tatiana Battini - 07/06/2010

Dal greco ὅμοιος (homoios/uguale) e πάθος (pathos/sofferenza), l'omeopatia è il più antico tra i metodi terapeutici 'alternativi', non conformi ai dettami dell'attuale scienza medica. Più che una medicina alternativa, l'omeopatia è una scuola di pensiero a 360°, basata su principi olistici (dal greco 'olos', tutto). Fondamentale, nel processo omeopatico, è la considerazione dell'organismo nel suo insieme e la ricerca delle 'cause prime' scatenanti un disturbo. Da un punto di vista prettamente filosofico, questa scuola di pensiero concepisce il corpo umano come un microcosmo in stretta relazione con il macrocosmo universale. 

Il processo terapeutico si basa sul principio di similitudine del farmaco, ('Similia similibus curantur', il simile cura il simile, un concetto già espresso da Ippocrate e ripreso da Paracelso nel XVI secolo) secondo il quale, somministrando ad un individuo affetto da una determinata malattia una dose diluita a livelli infinitesimali della sostanza che ha causato la malattia, ad esempio estratto di veleno d'api per curare alcune infiammazioni cutanee, si ha una progressiva guarigione. I principi omeopatici si applicano a patologie sia fisiche che psichiche. 

LE ORIGINI. Padre dell'omeopatia è il medico tedesco Samuel Hahnemann che, agli inizi del XIX secolo, pubblica una serie di testi, in particolare l' 'Organon della scienza medica razionale' (1810) e 'La materia medica pura'  (1811-1821), nei quali espone i fondamenti del processo omeopatico. Traducendo il trattato del medico scozzese William Cullen, Hahnemann è incuriosito dal fatto che la corteccia di china, eccellente rimedio nella cura delle febbri malariche, se somministrata in soggetti sani, causa sintomi simili a quelli che combatte nei soggetti affetti da questo tipo di febbre.  

Continuando a sperimentare su di sé tutta una serie di sostanze, il medico tedesco rafforza la propria tesi, secondo la quale, appunto,  'il simile cura il simile', precisando che il processo omeopatico concepisce una qualsiasi malattia come sintomo di uno stravolgimento ben più profondo nel corpo (o nella psiche) del malato, e punta a ristabilire l'ordine dell'intero organismo. All'epoca di Hahnemann la medicina prevede ancora salassi, flebotomie e purghe per depurare l'organismo dalla 'materia morbosa' che lo ha colpito.

Una metodologia contro la quale il medico tedesco si scaglia, tentando di dimostrare, attraverso l'omeopatia, i limiti e l'inadeguatezza della scienza medica del tempo, che confonde gli effetti con le cause. Alla base di una qualunque malattia o disturbo fisico (tranne alcune eccezioni), egli percepisce un disordine della 'forza vitale' dell'individuo. Nel corso del ventesimo secolo, questo concetto è stato totalmente riformulato e trasformato in 'principio vitale', grazie allo studio di un gruppo di medici omeopati tedeschi. 

Aprendo una parentesi filosofica, il concetto di 'forza vitale' hahnemanniano ricorda il concetto di 'entelechia' aristotelico. Generalizzando al massimo, secondo Aristotele ogni cosa esistente ha al proprio interno la causa stessa della sua esistenza. Il filosofo contrappone il concetto di entelechia al 'mondo delle idee' di Platone, le quali si trovano all' 'esterno', al di là del mondo fisico, e risiedono, appunto, nell'Iperuranio (=oltre il cielo fisico). In questo luogo, soprasensibile ed eterno, si trovano le idee perfette, raggiungibili solo attraverso l'intelletto. Aristotele, al contrario, introduce il concetto di 'entelechia' per indicare che ogni cosa fisica ha inscritta in sé stessa la propria causa finale, il proprio scopo. 

Tornando all'omeopatia, le cause di una malattia non sono da attribuire o ricercare nel mondo che ci circonda, solo indagando 'la dimensione interiore' è possibile giungere alla fonte di una qualunque patologia. Dopo Hahnemann, gli studi sull'omeopatia si moltiplicano in vari Paesi grazie alle ricerche di diversi medici: al di là dell'oceano John Henry Clarke e Constantin Hering, padre dell'omeopatia statunitense, e ancora di James Tyler Kent, celebre per il suo Repertorio omeopatico, valido ancora oggi. In Europa F.H. Quinn, al quale si deve lo sviluppo dell'omeopatia nel Regno Unito, mentre il conte Sebastiano de Guidi, che opera a Lione, sviluppa la terapia in Francia e cura omeopaticamente Benedetto Mure, il quale si appassiona alla nuova terapia tanto da divenire medico omeopata ed esportarla in alcune aree del Mediterraneo e in Brasile. Necker, medico dell'armata austriaca a Napoli, la introduce nel Regno delle due Sicilie. 

Nel 1911 il medico Leon Vannier e il farmacista René Baudry fondano a Parigi la Pharmacie Génerale Homeopathique Francaise che, nel 1945, sarà rilevata dal farmacista Jean Boiron, famoso per una serie di studi condotti negli anni '50 sulla germogliazione di vegetali trattati con sostanze omeopatiche. Quella rilevata da Boiron nel dopoguerra, è oggi una delle più grandi aziende omeopatiche d'Europa (www.boironit.net ). In numerosi Paesi del mondo sono presenti istituti e scuole che svolgono ricerche sul campo e insegnano l'omeopatia.

IL METODO. Le materie prime utilizzate per le preparazioni omeopatiche sono di origine vegetale, chimica, minerale o animale. Per 'attivare' l'effetto curativo di una data materia prima è necessario ottenere il principio attivo (tramite lavorazioni fito-minerali e successive purificazioni). In seguito, le molecole del principio attivo vengono diluite progressivamente in acqua distillata secondo il metodo hahnemanniano, in proporzione 1 a 100. Ad ogni diluizione in acqua segue la fase delle succussioni (o dinamizzazioni: agitazioni verticali della sostanza diluita); solitamente, la soluzione subisce 100 dinamizzazioni, tramite un apparecchio che garantisce l'identica intensità di successione, il tutto in ambiente asettico. 

La diluizione è indicata con il termine 'potenza' e, secondo gli omeopati, più la sostanza è diluita più è efficace. Le numerose diluizioni 'esaltano' il principio attivo della sostanza aumentandone la 'Forza' d'azione, a livello ben più profondo di quello materiale della molecola di partenza. È l'esatto contrario di ciò che avviene nella medicina allopatica [1], nella quale, generalmente, un farmaco ha più efficacia se somministrato in dosaggio maggiore. 

Come abbiamo detto, le diluizioni tipiche vanno 1 a 100, indicate come 'potenze centesimali' (C o CH), o 1 a 10, indicate come 'potenze decimali' (D o DH); esistono anche potenze superiori: 1.000, 10mila, 1 milione, etc. Una soluzione 1CH indica che una parte di una sostanza è stata diluita in 99 parti di acqua e successivamente succussa o dinamizzata per 100 volte. La 2 CH indica che si è presa una parte della soluzione 1 CH e la si è successivamente diluita in 99 parti di solvente, dinamizzata altre 100 volte, e così via. In ogni rimedio omeopatico è indicato il tipo di diluizione (centesimale o decimale) o la potenza. Ad esempio, una soluzione 12CH indica che la sostanza è stata diluita per 12 volte, ogni volta 1 a 100 per un totale di una parte su 10012

Naturalmente, con queste altissime diluizioni, attraverso le quali si arriva facilmente ad una parte su milioni di parti di solvente, l'acqua non contiene più una sola molecola della sostanza di partenza. Ed è proprio su questo punto che, ovviamente, omeopati e scienziati si scontrano. Se diluita oltre 12CH, i sofisticati macchinari dei quali si serve la chimica e la fisica non possono rilevare alcuna traccia molecolare della sostanza di partenza [2]. Se si tiene conto che numerosi rimedi omeopatici sono diluiti alla 30CH ed oltre, si comprende perché, tuttora, sia grande lo scetticismo della scienza riguardo l'omeopatia. 

Questo punto di contrasto ha portato gli scienziati a credere, come diretta conseguenza, che il successo dei rimedi omeopatici somministrati fosse dovuto unicamente ad un effetto placebo [3]. Eppure, i rimedi omeopatici hanno effetto positivo anche su bambini (omeopatia pediatrica), animali (omeopatia veterinaria) e vegetali, tre 'categorie' che non possono essere suggestionate, perché non hanno consapevolezza di ciò che gli si va somministrando. 

Nel corso degli anni, comunque, il mondo scientifico ha ripetutamente criticato gli studi condotti in campo omeopatico su pazienti che accettavano di sottoporsi alle sperimentazioni, ingerendo sostanze altamente diluite per constatarne gli effetti. Sotto accusa era il modo di condurre tali esperimenti, non sempre impeccabile da un punto di vista scientifico. Nei pazienti poteva verificarsi un effetto placebo nel momento in cui erano consapevoli di ingerire un rimedio omeopatico. 

Probabilmente, se è vero che una parte delle sperimentazioni effettuate da 200 anni a questa parte, atte a confermare la validità del rimedio omeopatico sull'organismo, non è stata condotta in maniera rigorosa da un punto di vista scientifico, è altrettanto vero che una serie ampia di esperimenti è stata condotta in situazione di doppio cieco[4], senza possibilità di contaminazioni esterne né di effetto placebo, nel caso di sperimentazioni con pazienti.

NOTE
[1] L'allopatia è una metodica terapeutica basata sul principio ippocratico 'contraria contrariis curantur' secondo cui, per portare a guarigione un soggetto malato, gli si devono somministrare farmaci capaci di provocare nell'individuo sano fenomeni o sintomi contrari a quelli della malattia. Essendo questo assunto opposto al metodo operativo dell'omeopatia, il termine viene generalmente utilizzato dagli omeopati per indicare le terapie della medicina ufficiale.
[2] Secondo le leggi correnti, il numero di molecole contenuto in una mole di sostanza è fissato dal Numero di Avogadro (dal nome del fisico e chimico Amedeo Avogadro) che corrisponde a circa 1024   molecole/mole: 6,02214179(30) 1023 mol -1. Ne consegue che, secondo tale legge fisica, in diluizioni oltre 12CH o 24DH non resta una sola molecola della sostanza di partenza.
[3] Placebo: ogni preparato privo di sostanze attive somministrato ad un paziente con disturbi di origine non organica per suggestionarlo facendogli credere si tratti di una cura reale, oppure usato in sostituzione di un farmaco per misurare l'azione farmacologica. Effetto placebo: effetto psicologico o psicofisiologico prodotto da un placebo.
[4] Uno studio in doppio cieco è uno studio scientifico prospettico, teso a valutare le effettive azioni di un dato farmaco o di una terapia in genere. La particolarità di questo sistema di valutazione sta nel fatto che né il paziente né il medico conoscono la natura del farmaco effettivamente somministrato. Si differenzia dallo studio 'in cieco', in cui solo il paziente è all'oscuro del trattamento cui è sottoposto. Lo scopo di tale metodo è quello di evitare che i risultati della ricerca vengano influenzati a priori non solo dal condizionamento del paziente ma anche da quello dello medico che sta effettuando la ricerca.