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Medio Oriente: l'Onu condanna il blitz contro la Freedom Flotilla

L'assalto israeliano alla nave turca, costato la vita a 9 attivisti, riaccende le tensioni e mette in moto la diplomazia internazionale. Prese di posizione dure in Europa, mentre la reazione degli Usa è prudente, in un difficile gioco di equilibri.

» Asia e Medio Oriente Valentina Marsella - 01/06/2010

Il giorno dopo l'assalto dei commando israeliani alla flottiglia pacifista diretta verso la striscia di Gaza, la comunità internazionale è unita nella ferma condanna della violenza che è costata la vita a nove attivisti della nave turca, la Mavi Marmara. La diplomazia si è immediatamente messa in moto, convocando riunioni d'emergenza della Ue, del Consiglio di sicurezza dell'Onu, della Nato e della Lega Araba. Dopo 13 ore di riunione, il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha condannato il blitz in un documento che accoglie la richiesta del fronte arabo per un'indagine "indipendente e trasparente" e chiede "il rilascio immediato delle navi e dei civili (480 i pacifisti finiti in carcere)". 

A Bruxelles è in corso la riunione straordinaria della Nato. Al Cairo, vertice urgente dei ministri degli Esteri della Lega Araba. E la stampa araba nel Levante e nel Golfo denuncia in coro "il massacro" commesso ieri dai commando israeliani: "Il massacro israeliano sciocca il mondo", ha scritto a tutta pagina il quotidiano giordano al Rai. "Il massacro israeliano colpisce la flottiglia della pace" afferma al Qabas del Kuwait, facendo a sua volta eco al quotidiano governativo siriano Tishrine, secondo cui "il massacro mette la comunità internazionale davanti alle sue responsabilità". 

Mentre il giornale panarabo, Al Hayat, scrive che "il crimine non deve restare impunito". "Non è sufficiente che il mondo denunci il crimine, deve anche arrestare l'assassino, ovvero Israele", ha scritto ancora al Hayat, di proprietà saudita. "Lasciare il killer a piede libero, espone la regione (il Medio Oriente) ad ulteriori estremismo, deflagrazioni e fiumi di sangue", ha concluso il giornale. Il Medio Oriente è in fiamme, la tensione attorno alle ambasciate di Israele è alta e l'Onu  è in fibrillazione dopo la morte dei nove attivisti ( e il ferimento di una trentina di persone) della Freedom Flotilla, convoglio Ong in navigazione verso Gaza con un carico di aiuti umanitari. 

Teatro della strage una nave turca, la Mavi Marmara, obiettivo del blitz avvenuto nella notte tra domenica e lunedì, a circa 75 miglia dalle coste israeliane. Che l'attacco sia avvenuto in acque internazionali è l'unico elemento in comune tra le versioni dell'accaduto fornite dai responsabili di Freedom Flotilla e le fonti della difesa dello stato ebraico. Sono 480 gli attivisti della flottiglia internazionale arrestati dagli israeliani dopo il blitz, detenuti nella prigione di Ashdod, nel sud d'Israele, mentre altri 48 stati condotti all'aeroporto internazionale di Ben Gurion per essere espulsi verso i loro paesi d'origine. Altri 45 attivisti, per la maggior parte di origine turca, sono stati ricoverati in diverse strutture. In ospedale anche sei soldati israeliani, secondo i media locali. Sulla base degli ultimi dati acquisiti la Farnesina ha precisato che i connazionali detenuti in Israele sono in tutto sei. 

Cosa abbia indotto i militari israeliani ad aprire il fuoco contro i militanti delle Ong è tutto da chiarire. E non sarà facile, visto le accuse reciproche in cui si sono prodotte le parti in causa. In passato, le missioni pacifiste non erano mai riuscite a oltrepassare il blocco israeliano attorno alle acque di Gaza. Questa volta la situazione è precipitata finendo in un "massacro", come denuncia il presidente dell'autorità palestinese Abu Mazen, che ha indetto tre giorni di lutto nei territori. Israele si è difeso parlando di "spari dalla nave" contro i commando che si apprestavano a salirvi a bordo, di "passeggeri armati di coltelli che tentavano di strappare le armi ai soldati". "Di fronte alla necessità di difendere la propria vita, i soldati hanno impiegato dei mezzi anti-sommossa e hanno aperto il fuoco" è stata la prima, logica conclusione delle autorità militari israeliane. 

Più tardi, di fronte alle proteste, nelle piazze come nelle sedi diplomatiche, il generale Avi Benayahu, portavoce dell'esercito israeliano, ha ammesso che l'operazione si è svolta in acque internazionali e ricordato che dal 1993, anno degli accordi di Oslo, Israele ha mantenuto il controllo delle acque territoriali a largo della striscia di Gaza per una distanza di 20 miglia. "Capire le dinamiche dell'incidente è fondamentale per attribuire le colpe", l'ultima parola del generale, che ha detto di ignorare da chi sia partito l'ordine di sparare. Nel frattempo, il ministero degli Esteri ha fatto sapere di aver trovato armi a bordo delle navi della Freedom Flotilla. Per avvalorare la tesi di una "reazione" delle proprie forze armate a un attacco da parte dei militanti della Mavi Marmara, la difesa israeliana ha diffuso un video, accompagnato da un commento in sovrimpressione, in cui si descrive, in sequenza, cos'è accaduto.

"È una bugia, non abbiamo aperto il fuoco" , ha replicato seccamente Greta Berlin, leader del Free Gaza Movement, una delle ong che ha organizzato la flottiglia della pace. Ma ben presto è chiaro che il vero braccio di ferro di Israele non è con i pacifisti ma con la Turchia, anche perché tra le vittime pare vi sia un deputato di Ankara. Un confronto duro, che è avvenuto mentre i leader dei due paesi  erano lontani. Il premier israeliano Benjamin Netanyhahu era in Canada, prima tappa di una visita in Nord America. Doveva incontrarsi con il presidente Usa Barack Obama, poi la radio militare ha annunciato il suo rientro. 

Obama, chiamato telefonicamente da Netanyhahu per rinviare l'incontro, ha espresso "profondo rincrescimento" per la perdita di vite umane nell'attacco delle forze speciali israeliane contro la 'Flottiglia di Pace' a largo di Gaza. Ma ha di attendersi che si venga a conoscenza della dinamica dei fatti dell'incidente "il prima possibile". Il primo ministro turco Tayyip Erdogan, impegnato in un viaggio ufficiale in America Latina, sulla via del ritorno ha definito "terrorismo di Stato" il blitz israeliano contro la nave turca. Per Obama, e per le speranze della Casa Bianca di rilanciare il processo di pace attraverso i proximity talks, i negoziati indiretti, è stato un brutto colpo. 

L'incontro alla Casa Bianca, frutto di delicati negoziati del capo di gabinetto Rahm Emanuel in Israele la scorsa settimana, sarà riprogrammato "alla prima occasione possibile", hanno concordato Obama e Netanyahu nella telefonata. Doveva essere l'occasione di un riavvicinamento tra Stati Uniti e Israele dopo la fredda accoglienza riservata da Washington in marzo a Netanyahu. Non è chiaro adesso quando si terrà il nuovo faccia a faccia, e se sarà prima del 9 giugno quando alla Casa Bianca verrà srotolato il tappeto rosso per il leader palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen).  

Un difficile gioco di equilibri per gli Stati Uniti, mentre montavano le pressioni per parole di condanna più decise. Washington, con la sua reazione prudente, è rimasta isolata nella comunità internazionale a fronte delle prese di posizione più severe in Europa, nel mondo musulmano e all'Onu.