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Immigrazione: rifugiati, "la difficile integrazione nel tessuto socio-lavorativo italiano"

Sarti, calzolai, magazzinieri, occupazioni a termine: i rifugiati alla ricerca di un qualsiasi lavoro che possa garantire la sopravvivenza economica per sé e per i familiari rimasti nei paesi d'origine, spesso in territori pericolosi.

» Pari opportunità Silvia D'Ambrosi - 02/07/2010

Non sono immigrati, non propriamente. In Italia, come in molti altri Paesi, esistono i rifugiati, anch'essi in cerca di lavoro. Rifugiato è, chi dopo esser passato per la tappa del richiedente asilo, è stato riconosciuto da un'apposita Commissione come 'meritevole' - è questo il termine tecnico - del riconoscimento dello status di rifugiato e dunque meritevole, secondo la Convenzione di Ginevra del 1951, di ricevere dallo Stato protezione sussidiaria o umanitaria. Le Commissioni (sono circa una decina in Italia) sono composte da funzionari dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR), da un prefetto che le presiede, da un funzionario delle forze di polizia e da un rappresentante dell'Ente locale.

I richiedenti asilo (sudanesi, etiopi, somali, eritrei e afgani), però, si trovano in una sorta di limbo, in attesa. Secondo il Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR), solo a Roma, attualmente, i richiedenti asilo sono almeno 2mila. Vivono in condizioni di alloggio e sanitarie drammatiche, tanto che "visitare i loro accampamenti è come visitare i campi in Darfur, non sembra di essere Roma", aggiungono gli operatori del CIR.

Ottenuto il riconoscimento, il rifugiato ha scelto il suo Paese di adozione secondo il Regolamento Dublino II, in vigore nell'Unione europea. Il regolamento stabilisce che l'Italia, ad esempio, nel momento in cui riconosce lo status di rifugiato, è responsabile della protezione di questa persona nei confronti di tutta l'Unione europea. Molto rari sono i casi di accordi tra stati per il trasferimento di rifugiati. Dunque, in quanto responsabile, è l'Italia che si fa carico del percorso di integrazione del rifugiato.

Un'integrazione che passa necessariamente anche per l'inserimento nel mercato del lavoro. I rifugiati "hanno parità di diritti rispetto ai cittadini italiani e ai migranti per quanto riguarda l'accesso al mercato del lavoro, ma non hanno canali preferenziali. Non sono considerati lavoratori svantaggiati in alcun modo", Valeria Carlini, responsabile dei progetti di integrazione socio-economica per il CIR, si sofferma sul sistema di accoglienza in Italia per richiedenti asilo e rifugiati. "Il sistema di accoglenza è composto da più di cento progetti locali. Per quei rifugiati che entrano a farne parte, i progetti prevedono anche attività di orientamento lavorativo. I servizi esistenti, centri di accoglienza o strutture del territorio sociale, cercano di creare dei percorsi di integrazione lavorativa specifici. Quest'anno, il Fondo europeo per i rifugiati, gestito dal ministero dell'Interno in quanto autorità responsabile in Italia, ha messo a bando dei fondi per creare percorsi di integrazione socio-economica, proprio perché lo scoglio lavoro rende particolarmente difficoltosa un'integrazione reale nel tessuto italiano". 

Per questa ragione sono stati creati dei progetti ad hoc per favorire l'inserimento socio-economico dei rifugiati appartenenti a categorie vulnerabili (vittime di tortura, minori non accompagnati, donne con figli o nuclei monoparentali). "Il CIR gestisce uno di questi progetti, chiamato 'Intrecciare percorsi, integrare persone' - continua la Carlini -, che come obiettivo iniziale aveva quello di accompagnare verso l'integrazione economica e lavorativa 42 utenti nelle città di Roma, Napoli, Ancona e Caserta. Il progetto sta per terminare e stiamo per concludere 46 percorsi di integrazione lavorativa. Abbiamo lavorato soprattutto attraverso lo strumento del tirocinio formativo (il più frequentemente utilizzato nei percorsi di facilitazione al lavoro). Si sono creati dei contatti con le aziende, ed abbiamo attivato più di 30 tirocini nelle quattro città oltre a 18 percorsi di formazione". 

Che tipo di occupazione riescono a trovare i rifugiati?
"Come CIR ci muoviamo tendenzialmente lungo due direttive. Abbiamo una serie di contatti organici con alcune realtà della grande distribuzione (IPERCOOP, IKEA), che hanno tra i loro dipendenti un forte turn-over e quindi garantiscono una buona possibilità di inserimento, anche se per brevi periodi, per lavoro stagionale, sostituzione maternità o perché c'è un ricambio all'interno dell'organico. Il secondo canale che scegliamo è quello dei piccoli artigiani, che continuano ad avere un mercato locale sviluppato. È un canale che ci consente di coniugare l'esperienza pregressa di alcuni rifugiati. Per la prima volta, quest'anno abbiamo stabilito contatti con piccole realtà artigiane - calzolai, sarti - e i tirocini stanno funzionando piuttosto bene, tanto che alcune persone sono state confermate, certo, non con contratti a tempo indeterminato, ma comunque contratti di lavoro regolare. Il tirocinio si conferma, quindi, uno strumento indispensabile per due ragioni. La prima è perché mette in condizione di conoscere il mercato del lavoro italiano, parlo del modello organizzativo, soprattutto in realtà complesse come quelle della grande distribuzione, mette in contatto con persone italiane e fa sviluppare il vocabolario ed il linguaggio anche in ambito lavorativo. La seconda è perché consente di far entrare in contatto i datori di lavoro direttamente con i rifugiati, evitando tutta la fase di selezione, particolarmente svantaggiosa per i rifugiati, perché spesso mancano competenze linguistiche o titoli di studio riconosciuti, penso ai curricula, alle presentazioni da allegare".   

Dal vostro osservatorio privilegiato quali sono le aspettative dei rifugiati in ambito lavorativo, cosa sperano?
"L'aspettativa è evidentemente avere un lavoro che serva per poter vivere dignitosamente in Italia e inoltre, spesso e volentieri, a sostenere le famiglie nei Paesi di origine o di transito. Questa è in assoluto la principale aspettativa: uno stipendio che possa garantire serenità economica sia per il rifugiato che per i suoi parenti, rimasti in situazioni di pericolo. Desiderano, poi, attraverso un'integrazione reale, ricongiungersi con i familiari, anche in questo caso la sicurezza economica è fondamentale. Quindi i fattori legati al versante economico-lavorativo sono predominanti, gli altri, che riguardano la soddisfazione personale, la continuazione di un proprio percorso professionale, vengono messi da parte, la necessità economica mette in secondo piano velleità o aspirazioni circa un mestiere piuttosto che un altro. Purtroppo il CIR, che da vent'anni si occupa di integrazione socio-economica dei rifugiati, ha spesso constatato che la tipologia di inserimento lavorativo dei rifugiati si posiziona spesso ai gradini più bassi dell'offerta di lavoro, rispetto a quelle che erano le professioni di ciascuno nei Paesi d'origine. Spesso sono occupazioni remunerate così poco da non permettere di raggiungere l'obiettivo di indipendenza e autosufficienza economica cui aspirano maggiormente. Non scorderò mai quando, anni fa, cominciando a lavorare su un progetto di integrazione lavorativa per rifugiati e chiedendo loro che lavoro volessero fare, la risposta era 'tutti', perché essenziale era ed è per loro poter camminare sulle proprie gambe". 

LINK:
CIR, Consiglio Italiano per i Rifugiati
UNHCR, Agenzia ONU per i rifugiati