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Scontri in Kirghizistan: il governo si dimette e il primo ministro fugge

Scontri di piazza hanno causato 78 morti e 500 feriti, e spodetato Bakiev. L'opposizione ha costituito un governo provvisorio di 6 mesi, guidato dall'ex ministro Otunbayeva. Putin offre aiuti umanitari all'ex repubblica sovietica.

» Asia e Medio Oriente Valentina Marsella - 08/04/2010

La storia si ripete. Dopo la rivoluzione dei 'tulipani', che nel 2005 con violente proteste di piazza aveva fatto salire al potere il leader dell'opposizione Kurmanbek Bakiev, in Kirghizistan torna la rivolta che cinque anni fa aveva spodestato Askar Akayev, figura carismatica che aveva dominato a lungo il Paese. Il malcontento è tornato, salendo a livelli inauditi. L'allora neo presidente eletto Bakiev si era guadagnato la fiducia del popolo promettendo una riforma radicale dello stato: maggior democrazia, sviluppo economico, lotta alla corruzione. 

Ma le cose sono andate molto diversamente: il leader ha modificato più volte la costituzione accrescendo i propri poteri, chiuso le sedi di alcuni giornali non graditi ed ha fatto arrestare alcuni esponenti politici dell'opposizione. Per ultimo pare che la sua rielezione nel 2008 sia stata ottenuta con brogli elettorali. La pentola si è scoperchiata definitivamente  il 7 aprile scorso, quando i bollori popolari sono culminati in pesanti scontri di piazza nella capitale Biškek, a seguito dei quali il capo dell'opposizione, l'ex ministro degli Esteri Roza Otunbayeva, ha assunto il potere ad interim. Il primo ministro Bakiev, è fuggito dalla capitale verso il vicino Azerbaigian: il governo del Kirghizistan si è dimesso, il Parlamento è stato sciolto e l'opposizione ha costituito un nuovo esecutivo provvisorio che rimarrà in carica per i prossimi sei mesi.

La polizia di frontiera ha annunciato la chiusura del confine con il Kazakistan. Intanto anche l'Uzbekistan ha chiuso la frontiera con il Paese in rivolta, sospendendo il transito di persone e merci. Sospesi i voli militari americani nella base aerea di Manas, che serve da appoggio logistico alle operazione della Nato in Afghanistan (Paese vicino al Kirghizistan), che tuttavia resterà aperta. Nel piccolo e povero Paese ex sovietico dell'Asia centrale, l'escalation della tensione è arrivata a livelli altissimi: la goccia che ha fatto traboccare il vaso, un'impennata del prezzo degli idrocarburi attribuita alla corruzione dell'esecutivo. Secondo fonti ufficiali, l'esercito ha sparato sulla folla e i morti sarebbero almeno 74 e i feriti 500. 

Otunbayeva ha chiarito che il nuovo governo assumerà anche la funzione legislativa, abrogando le leggi elettorali e sui partiti che avevano permesso al presidente Bakiyev di assicurarsi la maggioranza in Parlamento. Inoltre, verranno avviati dei negoziati con Bakiyev, che avrebbe trovato rifugio nella regione centrale di Jalalabad. L'opposizione ha preso il controllo della sede del governo e l'edificio non è più controllato dalle forze di sicurezza, tanto che i cittadini entrano ed escono in grande tranquillità dalla cosiddetta 'Casa Bianca'. Ma le violenze hanno lasciato numerose tracce nelle strade di Bishkek e soprattutto un tragico bilancio in termini di vite umane. il ministro della Difesa del governo a interim, Ismail Isakov, ha assicurato che l'esercito e le guardie di frontiera sono tutte sotto il suo controllo. "La forza militare non sarà mai più impiegata per risolvere problemi interni", ha detto.  

Quanto al presidente fuggitivo Bakiev, la leader dell'opposizione si è detta pronta a "negoziare le sue dimissioni" e ha sottolineato che "i suoi affari qui sono finiti". Poi un accenno alle persone morte negli scontri: "Sono vittime del suo regime". Gli Stati Uniti, hanno mostrato prudenza: un portavoce del Dipartimento di Stato ha precisato che gli Usa ritengono il vecchio governo ancora al potere in Kirghizistan. "Continuiamo a ritenere che il governo resti al potere - ha fatto sapere il portavoce P. J. Crowley - gli Stati Uniti non hanno informazioni a supporto di una presa del potere da parte dell'opposizione". Ma dalla Casa Bianca arriva un appello alla calma. L'amministrazione americana si è detta però preoccupata: "Seguiamo la situazione da vicino - ha riferito il portavoce della sicurezza nazionale Mike Hammer - siamo preoccupati dalle notizie delle violenze e dei saccheggi e facciamo appello a tutte le parti perché evitino la violenza e esercitino moderazione". 

E il premier russo Vladimir Putin nega qualsiasi ruolo della Russia nei tumulti in Kirghizistan: "Il potere russo non ha alcun rapporto con gli eventi in corso in Kirghizistan né la Russia, né il vostro umile servitore, né altre personalità ufficiali russe hanno nulla a che fare con questi eventi. Sembra che Bakiev - ha sottolineato il premier russo - si stia dando l'accetta sui piedi, come fece Akaiev a suo tempo". Putin ha poi invitato le autorità kirghise e l'opposizione ad astenersi dalle violenze. E dopo qualche ora, la conversazione telefonica di Roza Otunbayeva, con il premier russo. Colloquio in cui Putin avrebbe detto che la Russia è disposta a prestare aiuti umanitari all'ex repubblica sovietica caduta nella crisi istituzionale. 

Torna dunque la bufera nel paese asiatico. Bakiev era giunto al potere nel marzo 2005 grazie a una rivoluzione che rovesciò il corrotto regime di Askar Akaiev e a una trionfale vittoria elettorale. Ma, nel corso della sua rocambolesca presidenza, si è velocemente adeguato alla deriva autoritaria che aveva contribuito ad abbattere. Se all'esterno del paese Bakiev viene visto come l'abile politico che specula sulla rivalità Usa-Russia per il controllo di un territorio montagnoso, privo di sbocchi al mare ma strategicamente nevralgico, all'interno del Kirghizistan è accusato di perpetuare le cattive abitudini del suo predecessore. 

E nel 2007, in occasione delle legislative anticipate che gli hanno dato una maggioranza schiacciante in Parlamento, contro Bakiev vengono rivolte le stesse accuse di frode elettorale che aveva cavalcato nel 2005. Le presidenziali del 23 luglio 2009, chiuse con la sua rielezione con il 76,43% dei voti, sono state criticate anche dagli europei e giudicate non democratiche dall'Osce. La crisi kirghiza sarà oggetto anche al centro dei colloqui tra i presidenti di Stati Uniti e Russia, Barack Obama e Dmitri Medvedev, riuniti a Praga per la sigla del nuovo accordo sulla riduzione delle armi nucleari.