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Carcere: amore dietro le sbarre, Italia divisa sulle 'stanze del sesso'

La proposta della sottosegretaria Casellati, riapre la polemica sull'ora d'amore in cella. Il Sappe: "Gli agenti non sono baby sitter o guardoni di Stato". La psicologa Baccaro: "In Paesi come Spagna, Svizzera e Russia incontri intimi previsti per legge".

» Carcere Valentina Marsella - 07/04/2010

Le chiamano le 'stanze del sesso'. Luoghi in cui anche i detenuti possono scambiarsi effusioni amorose con il proprio partner. Da anni si parla della possibilità di istituire dei nidi d'amore dietro le sbarre, e ora arriva una nuova proposta. A lanciarla è la sottosegretaria alla Giustizia Maria Elisabetta Alberti Casellati che, in una recente intervista del programma di Radio 2, 'Un giorno da pecora', ha riaperto una polemica che sembrava sopita. Quella sull'ora d'amore in cella, riguardo la quale si scontrano operatori e sindacati del mondo penitenziario.

"Si dovrebbe pensare anche alla vita sessuale dei detenuti. Una persona repressa nel suo istinto naturale e sessuale – ha spiegato la Alberti Casellati sostenendo la sua tesi - può avere qualche altra polarizzazione sessuale, magari anche non desiderata, o addirittura imposta dall'ambiente. Bisognerebbe predisporre delle stanze nelle quali poter incontrare il marito/la moglie per un intrattenimento di carattere sessuale-affettivo. Riserverei a questi incontri lo stesso tempo dedicato ai colloqui con la famiglia, diciamo un'oretta".

Parole che hanno subito suscitato reazioni, soprattutto da parte dei sindacati di polizia penitenziaria. Il segretario generale del Sindacato autonomo Sappe, Donato Capece, si dice "davvero sconcertato dalle esternazioni estemporanee di certi esponenti di questo Governo di centro-destra", e si chiede "se queste sintetizzino l'effettivo intendimento dell'esecutivo Berlusconi in materia penitenziaria. Garantire il sesso in carcere ai detenuti dovrebbe essere l'ultimo dei pensieri di chi ha responsabilità di governo della Giustizia, vista la grave situazione penitenziaria".

Capece fa notare che la sottosegretaria "per l'Amministrazione penitenziaria ha competenze ben definite relativamente alla Direzione generale delle risorse materiali dei beni e dei servizi e alla Direzione generale del bilancio e della contabilità e non quindi di indirizzo della politica penitenziaria del Paese. Che a fare queste dichiarazioni sia un sottosegretario alla Giustizia che evidentemente ignora quali siano le reali priorità in materia carceraria in Italia, (come ad esempio i gravi disagi connessi alla presenza di oltre 67mila detenuti, a fronte di 43mila posti letto, con una conseguente mancanza di spazio nelle celle tale da costringere molti detenuti a dormire per terra) – aggiunge -  mi stupisce non poco e mi sento in dovere di chiedere al Guardasigilli Angelino Alfano se quelle parole rispecchiano la linea del Governo in materia carceraria". 

Il leader sindacale mette in evidenza come l'iniziativa della Alberti Casellati, che "va ben oltre quanto tentarono di fare, non riuscendovi, i governi e i ministri della Giustizia di centro-sinistra succedutisi negli anni passati, pensa forse si debba distogliere il già insufficiente personale di polizia penitenziaria dai compiti istituzionali di controllo in carcere per impiegarli in ruoli di  'baby sitter' o 'guardoni di Stato' nei confronti del detenuto e del partner mentre scambiano effusioni in carcere?". Capece si domanda se davvero, il sesso per i detenuti, sia una priorità del Governo.

Eppure,  in Europa vi sono esperienze positive di sperimentazione di questi luoghi. Si tratta in alcuni casi appartamenti dotati di divani e cucina in cui è concesso ai detenuti trascorrere del tempo, a volte anche giorni, in compagnia del partner, di figli o familiari, senza essere controllati dalle guardie carcerarie. Esperienze pilota, nonostante qualcuno abbia associato le stanze del sesso a vere e proprie case d'appuntamento dietro le sbarre. Direttive europee del 1985 invitavano gli Stati appartenenti alla comunità ad adottare misure necessarie a tutelare la vita intima dei carcerati, da allora esperimenti simili si sono succeduti in Russia, già nel periodo comunista quando era ancora Urss, ed in altre nazioni quali Olanda, Danimarca, Spagna, Svizzera, Svezia, Finlandia, Norvegia, Germania e in Austria, in tempi più recenti. 

In particolare, la cattolicissima Spagna prevede, oltre l'istituzionalizzazione dell'affettività per tutti i reclusi, la funzione di un carcere che dispone appartamenti separati, (case-famiglia), all'interno dei quali il detenuto trascorre alcuni giorni con i propri familiari nella massima discrezione ed intimità. In alcuni cantoni della Svizzera i detenuti possono incontrare il partner senza sorveglianza, in Germania c'è uno spazio apposito per incontri intimi e sessuali per chi deve scontare moltissimi anni: la norma è prevista in alcuni Lander e gli spazi riservati alle coppie sono dei veri e propri appartamentini. Anche in Svezia è permesso incontrare fidanzati e familiari in piccoli appartamenti all'interno degli istituti di pena.

In Italia la questione è stata affrontata diverse volte e a più riprese. L'ultima presa di posizione politica all'interno di un governo, è stata presa nel 1998 dal ministro di Grazia e Giustizia, Oliviero Diliberto, oppure il problema è passato direttamente nelle mani dei dirigenti degli istituti, come nel caso di Lucia Castellano, direttore del penitenziario milanese di Bollate. È recente la notizia di una giovane donna detenuta nell'istituto milanese, che frequentando un corso scolastico insieme ad altri detenuti, è rimasta incinta di un compagno: "Io e quel ragazzo ci amiamo e abbiamo fatto l'amore durante le ore di lezione – ha detto la donna - Sì, sono incinta ma non ho fatto nulla di male, voglio questo bambino". 

La Castellano ha spiegato che "all'interno di questa città che è il carcere, deve esistere la possibilità di vivere come se si fosse in una normale cittadina, dal quale però è vietato uscire. Ora, questa sembra una banalità – ha fatto notare - però ho iniziato a immaginare un posto in cui non ci sia alcuna sofferenza aggiuntiva. Tanto per cominciare, chi è detenuto a Bollate viene trattato come una persona cui rendere un servizio, come fosse un malato in ospedale, o come qualunque altro cittadino che ha a che fare con l'istituzione pubblica".

La psicologa Laura Baccaro evidenzia come si preferisca "alimentare il volgare stereotipo del carcere a 'luci rosse', come hanno titolato alcuni quotidiani, e similmente titolavano nel maggio del 2009, quando a Genova una detenuta marocchina abortì, dopo essere rimasta incinta, sembra, a seguito di rapporti sessuali con operatori. 'Luci rosse' che smuovono sempre le coscienze delle persone troppo perbene. Una riflessione va fatta: la restrizione dell'affettività, della genitorialità, della maternità, sono giustificabili con le esigenze della pena? Oppure solo con la gestione della pena stessa? Gli affetti – aggiunge la psicologa - sono un'ancora di salvezza per chi sta dentro, e anche la garanzia della presenza di una rete sociale all'uscita, ma nessuno ha il coraggio di spiegare che una legge sugli affetti, oltre a costituire un atto di civiltà e di umanità, forse consentirebbe anche un abbassamento del tasso di suicidi e autolesionismo".

Il legame con la famiglia e con le persone amate, per la Baccaro, è infatti "il più grande controllo sociale che un detenuto possa volere e desiderare. In Spagna, Svizzera, Russia, e tanti altri Paesi, l'incontro intimo è previsto per legge, solo una mancanza di attenzione e di rispetto da parte della politica per le famiglie delle persone detenute non permette che questo avvenga in Italia, perché – conclude - le famiglie dei detenuti sono ritenute famiglie di serie B".