Cronaca » Mondo » Europa

Vittime del dovere: uranio impoverito, killer invisibile in missioni e poligoni

Due sentenze hanno riconosciuto le colpe del ministero della Difesa, nella morte di due militari provocata dalla scoria nucelare. L'avvocato Ciarmoli: "Un passo avanti, ma il problema persiste. Si vedranno ancora i suoi effetti disastrosi sui militari".

» Europa Valentina Marsella - 13/05/2010

È un killer nascosto, infido e traditore, che non ha a che vedere con criminali o terroristi. Ma che colpisce con un'arma che a volte perfora più di una pistola e annienta come una bomba, anche se i suoi effetti letali si manifestano dopo qualche anno. L'uranio impoverito, utilizzato come principale detonante nelle armi nucleari, ha già prodotto una scia di morte tra i militari italiani, soprattutto quelli inviati nelle missioni all'estero, dalla Somalia alla Bosnia, dal Kossovo all'Iraq. Ma anche tra quelli in servizio nei poligoni. 

Un bollettino riportato nel 'Libro Nero' scritto da Falco Accame, presidente dell'Associazione nazionale assistenza vittime arruolate nelle forze armate e famiglie dei caduti (Anavafaf), al quale ha collaborato il giornalista leccese Francesco Palese con il suo sito, Vittimeuranio.com. I casi denunciati pubblicamente dai familiari dei militari deceduti in seguito alla 'sindrome' letale, e dalle associazioni, si legge nel libro, ammontano a quota 78 (l'ultimo aggiornamento è a dicembre scorso). Nel testo c'è un elenco dei deceduti per 'possibile contaminazione' da uranio impoverito, suddiviso per regioni e province. "Sono la Campania, la Sardegna e la Puglia – si spiega - le aree dove si è registrato il maggior numero di vittime". 

Da qui la battaglia per riconoscere, tra le vittime del dovere, anche i militari deceduti a causa dell'uranio impoverito mentre svolgevano una missione per lo Stato, equiparlandoli anche nei benefici. "Il ministro della Difesa, Arturo Parisi, nelle due audizioni del 9 ottobre 2007 e del 6 dicembre 2007 – si legge a margine della lunga lista del libro nero - ha indicato rispettivamente 37 e 77 casi di morte e 255 e 312 casi di malattia, cifre sensibilmente discordanti tra loro, mentre il Gruppo Operativo Interforze della Sanità Militare ha indicato 158 casi di morte e 1833 casi di malattia (audizione del Senato del 4 ottobre 2007). Non solo vi è disaccordo nelle cifre, ma non si forniscono spiegazioni su come è stato possibile che in pochi anni si sia passati dai 44 casi di possibile esposizione, presi come base dalla III Relazione Mandelli, a circa 2mila casi presi in considerazione dalla Sanità Militare". 

In un altro libro inchiesta del 2006, dal titolo 'Uranio impoverito: la Verità', Accame fa notare come questo "sottoprodotto di scarto delle centrali nucleari, che viene utilizzato per rafforzare gli armamenti, molto più economico del tungsteno, rende più efficienti le armi e aiuta a disperdere delle scorie che altrimenti non si saprebbe dove andare a nascondere. Insomma – prosegue - si sono inventati un modo per risparmiare e contemporaneamente perfezionare il grande mostro bellico. La domanda è: è pericoloso? Non lo si può accertare, tuttavia si sono ammalate e sono morte molte persone. Militari, ma anche gente comune. È lecito pensare che, essendo una scoria nucleare, qualche problema possa causarlo". 

Accame aggiunge che, alla luce degli eventi, dietro questa "sindrome trovano rifugio non solo le malattie causate dall'esposizione all'uranio, ma soprattutto la coltre di reticenze, silenzi, camuffamenti, messi in atto per nascondere la verità. Non dare un nome preciso alle cose è un modo 'politichese' per non far esistere quelle cose, per relegarle nel limbo del difficile da definire e dunque difficile da imputare". Ma a quanto pare, la tutela legale nei confronti delle vittime di questo killer invisibile sta muovendo i primi passi. Due le recenti sentenze che hanno riconosciuto una colpa del ministero della Difesa: la prima, quella storica, è del 17 dicembre 2008. Il Tribunale di Firenze ha obbligato il ministero a risarcire, con la somma di 545mila euro per il danno non patrimoniale subito dal militare di Orbetello (Grosseto) Giambattista Marica, affetto da un linfoma e vittima di possibile contaminazione da uranio impoverito. Il paracadutista si era ammalato dopo la missione IBIS in Somalia. 

"Deve concludersi che, nel caso in discorso, vi sia stato un atteggiamento non commendevole e non ispirato ai principi di cautela e responsabilità da parte del ministero della Difesa – si legge nella sentenza - consistito nell'aver ignorato le informazioni in suo possesso, già da lungo tempo, circa la presenza di uranio impoverito nelle aree interessate dalla missione ed i pericoli per la salute dei soldati collegati all'utilizzo di tale metallo, nel non aver impiegato tutte le misure necessarie per tutelare la salute dei propri militari e nell'aver ignorato le cautele adottate da altri Paesi impegnati nella stessa missione, nonostante l'adozione di tali misure di prevenzione fosse stata più volte segnalata dai militari italiani". E ancora, a meno di un anno dalla pronuncia di Firenze, un altro tribunale, quello civile di Roma, ha condannato il ministero a risarcire i familiari di un militare vittima di possibile contaminazione da uranio impoverito. Questa volta la cifra stabilita dal giudice è stata di 1 milione e 400mila euro per il danno non patrimoniale subito. 

"Un passo avanti per un fenomeno – ci spiega l'avvocato Bruno Ciarmoli, che si occupa dell'assistenza legale di molti militari ammalatisi a causa dell'esposizione all'uranio e di molte famiglie delle vittime – che è agli inizi. Sebbene la questione dell'uranio sia datata, solo ultimamente e a distanza di qualche anno dalle missioni, si vedono gli effetti di questo pericoloso metallo. Non posso entrare nel merito dei singoli casi, per questione di privacy, ma posso dire che sono diversi e riguardano molte regioni italiane, nelle aree dei poligoni, e in particolare la Sardegna". Il legale aggiunge che è "sempre difficile provare il nesso di causalità tra la missione e la patologia. Da qualche tempo, però, anche la magistratura ha avuto un cambio di rotta, come testimoniano le recenti sentenze. Ma l'uranio, in Iraq, in Somalia, in Bosnia, continua ad esserci, non è cambiato nulla e continueranno a vedersi i terribili effetti di questo killer nascosto". 

La legge più importante a tutela delle vittime di questa terribile scoria nucleare, ci dice l'avvocato Ciarmoli, è il Dpr 37 del 2009, "che ha stabilito – fa notare – con la finanziaria di due anni fa, un fondo per coloro che presentavano queste istanze. Una goccia nel mare che può assicurare qualche indennità, ma della quale non mi fido sino in fondo, perché i singoli casi vengono rimessi ad una valutazione. Inoltre, il Dpr ha fissato dei parametri bassi non paragonabili ad un risarcimento serio per chi ha perso la vita e per le famiglie che hanno subito il lutto". 

Quel decreto è stato rifinanziato ed è stata istituita di recente una nuova Commissione d'inchiesta, la terza susseguitasi negli anni. L'Aula del Senato ha approvato all'unanimità il documento istitutivo di una commissione che indaghi sui casi di morte e di gravi malattie che hanno colpito il personale italiano impegnato nelle missioni militari all'estero, con particolare attenzione agli effetti dell'esposizione all'uranio impoverito utilizzato nella produzione di proiettili. È la terza commissione d'inchiesta sull'uranio, dopo le precedenti istituite durante le due legislazioni precedenti (del centro sinistra, presieduta dalla senatrice Lidia Menapace, e del centrodestra, presieduta dal senatore della Lega, Paolo Franco).

Infine, con il decreto legge 1/2010 (Art. 9), con cui lo scorso primo gennaio il governo ha rifinanziato le missioni internazionali di peacekeeping, il legislatore ha modificato le responsabilità dei militari in relazione ai problemi di inquinamento e salute. L'articolo 9 prevede che "non è punibile a titolo di colpa per violazione di disposizioni in materia di tutela dell'ambiente, della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro per fatti connessi nell'espletamento di attività e operazioni o addestramento svolte nel corso di missioni internazionali, il militare dal quale non poteva esigersi un comportamento diverso da quanto tenuto, avuto riguardo alle competenze ai poteri e ai mezzi di cui disponeva in relazione ai compiti affidatigli". 

Una norma, quella dell'art. 9, che per Accame, è "in contrasto con quanto stabiliscono i codici militari, circa i doveri dei comandanti riguardo la tutela della salute del personale dipendente. Ed è anche in contrasto – fa notare - con quanto concerne la legislazione nazionale sulla tutela della salute nei posti di lavoro (legislazione valida anche in campo militare). La sua adozione – aggiunge - porterebbe ad una gravissima de-responsabilizzazione dei comandanti, in quanto non prevede alcun controllo su comportamenti (che non possono essere a priori considerati ineccepibili), e potrebbe diminuire l'attenzione sull'esigenza di assicurare, per quanto possibile, protezione al personale dipendente".

LINK
- Vittimeuranio.com
- Associazione nazionale vittime arruolate forze armate