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Vittime del dovere: la vedova Di Pietro, "Nessuna medaglia può darmi conforto"

La moglie dell'ex comandante di stazione, colpito in pieno viso e ucciso dagli spari di banditi, racconta cosa vuol dire accettare una relatà così difficile. E dice: "La mia vita si è fermata quel 12 maggio dell'84".

» Europa Valentina Marsella - 13/05/2010

"La mia vita si è fermata il 12 maggio dell'84". Quel giorno di oltre 30 anni fa, Irene Ferrari fu informata della morte del marito, comandante della stazione dei carabinieri di Ponte S. Pietro, un paese del bergamasco. Il maresciallo Giorgio Di Pietro, inseguendo con un altro giovane militare una banda di rapinatori armati di fucile a canne mozze, rimase vittima in un violento conflitto a fuoco. "Le ultime parole che disse furono per proteggere il collega che era con lui. Gli disse 'Luca, guarda che questi non scherzano'. Neanche il tempo di dirlo, e ricevette una fucilata in pieno viso. Due giorni di coma, poi il decesso. Non l'ho visto nei suoi ultimi istanti, perché mi sconsigliarono di vederlo: il suo viso non c'era più". 

Da allora, Irene è entrata a far parte di quella lunga schiera di donne rimaste senza marito, identificate come vedove, una parola che non si può capire se non si è provato il dolore di una perdita. Ma la forza della signora Ferrari potrebbe bastare a tutte quelle che si trovano nella sua situazione: la sua nuova vita, senza marito, oltre a dedicarla interamente ai due figli, è diventata una battaglia contro chi non voleva riconoscere che le vittime del dovere erano tali e quali a quelle del terrorismo e della criminalità. Contro chi accende i riflettori sulle morti 'famose', sui casi che fanno notizia, sui carnefici piuttosto che sulle vittime 'invisibili'. "Si tende a voler oscurare – fa notare Irene – la morte della gente comune che fa il proprio dovere, e guai se non lo facesse. In evidenza ci sono solo i grandi eventi, e noi ci rimaniamo davvero male". 

Tornando indietro negli anni in cui Giorgio Di Pietro comandava la stazione del paese nei dintorni di Bergamo, la donna ricorda come a quei tempi, chi faceva il lavoro di suo marito "facesse molte ore, e fosse malpagato rispetto ad oggi. Iniziarono a pagare di più dopo le stragi di Falcone e Borsellino". Le vittime della criminalità organizzata, ma anche del terrorismo, avevano più benefici di quelle del dovere. "Da anni conduco la mia battaglia affinchè non esistano più disuguaglianze - afferma Irene - perché molto spesso nella disgrazia si va a guardare se il criminale è doc. Mio marito fu ucciso da criminali comuni, ma cosa vuol dire, non si tratta sempre di delinquenti? Li ho rivisti solo al processo, volevo dir loro tante di quelle cose...Avevo tanta rabbia. Sono morti qualche tempo dopo, di Aids". 

I figli della vedova Di Pietro, uno di 39 anni, l'altro di 36, sono  laureati in economia e giurisprudenza, ma sono dovuti andare all'estero per avere una posizione adeguata alla loro preparazione. All'epoca della morte del padre avevano 9 e 12 anni. Il primo voleva ripercorrerne le orme; "Ha frequentato la Nunziatella [1] a Napoli, per mandarlo in quella scuola ho fatto di tutto. In quegli anni per realizzare il suo sogno ho dovuto chiedere l'elemosina. È uscito capo corso e Si è laureato alla Bocconi".

Il maresciallo Di Pietro ha ricevuto una medaglia d'argento: "Mio marito, per me, meritava la medaglia d’oro, ma non gliel'hanno data, dissero, perché non era riuscito a ferire gli assassini". Al di là di tutto, però, Irene tiene a precisare che nessun tipo di medaglia riuscirebbe a darle conforto. "L'unica speranza che ho, oggi - conclude – è di vedere i miei figli sereni, mio nipote si chiama come mio marito. Sono solo loro il mio futuro".  


NOTE
[1]
La Scuola Militare Nunziatella di Napoli (già Real Collegio Militare) è uno dei più antichi istituti di formazione militare d'Italia e del mondo. Fondata il 18 novembre 1787, oggi la Nunziatella può essere frequentata esclusivamente dagli alunni che hanno completato il biennio del Liceo Classico e Scientifico.