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Vittime del dovere: figli senza padri, tra disagio e voglia di riprendere una 'missione'

Tre storie intense di chi ha subito la perdita della figura paterna. Alessandro, in aeronautica, Michele e Luca, in polizia, e Palmira, vicedirettore della banca davanti alla quale fu ucciso il padre, da una banda legata a Vallanzasca.

» Famiglia Valentina Marsella - 13/05/2010

Prima che suo padre morisse, Alessandro aveva già seguito le sue orme in aeronautica. Michele e Luca, due fratelli uniti da una stessa divisa, sono in polizia. Ma Michele, che porta il nome del papà morto in servizio dopo una scorta, sognava di diventare un carabiniere come lo era lui. E Palmira, che oggi è vicedirettore di filiale in quella che era la Banca Popolare di Novara di via Mazzini a Terni, davanti alla quale il padre, poliziotto in servizio fuori l’istituto di credito, fu ucciso da una banda di rapinatori legati a un nome sanguinario molto noto, Renato Vallanzasca. 

Tre storie legate da un unico filo rosso: la perdita della figura di riferimento in seguito a una morte violenta, difficile da comprendere e accettare, soprattutto se il dolore colpisce in tenera età. C'è chi rifiuta l'idea di proseguire una missione lasciata interrotta dal genitore. Chi, al contrario, elabora il lutto pensando che ripercorrere un cammino spezzato sia l'unica cosa da fare. E chi, segnato per sempre, rinuncia ad avere persino una vita: senza lavoro, senza famiglia, con un legame a volte morboso con la propria madre.  Le storie di Alessandro, Michele e Luca e Palmira,  sono una goccia di un grande mare di figli rimasti senza padri, che si danno forza l'un l'altro, uniti nell'Associazione Vittime del dovere. 

Quando il 29 agosto dell'85 Alessandro perse suo papà, Lido Luzzi, in una missione antincendio in Sardegna, era già entrato in aeronautica proseguendo quella strada che corre su binari immaginari verso le vie dei cieli.  "Sono passati 25 anni – ricorda – il dolore è sopito, ma il ricordo è sempre presente. All'epoca ero già sergente, mi ero arruolato nell'83. In quegli, anni prima dell'incidente, mio padre mi aspettava spesso in aeroporto, gli mancava un anno per andare in pensione". Il meritato riposo dopo una lunga carriera, in cui  il maresciallo scelto della 46esima Brigata Aerea di Pisa (la stessa in cui lavora Alessandro), è stato impegnato in varie missioni internazionali a cavallo degli '50 e '60; nel 1961 quella per conto dell'Onu nel martoriato Congo, dove Lido Luzzi rimase per circa tre mesi per supporto alla manutenzione dei velivoli militari utilizzati nel paese. 

"Il destino – racconta Alessandro, che invece lavora a terra, nell'attività di carico e scarico degli aerei – ha messo più volte mio padre a dura prova. In Congo alcuni ribelli trucidarono 13 militari, lui scampò al massacro. E nel '68 era a bordo di un C119, i cosiddetti 'vagoni volanti', mentre si trovava a sorvolare Cisterna di Latina, per problemi al motore, l'aereo fece un atterraggio di fortuna nei pressi di una fabbrica di fuochi d'artificio. Neanche un ferito, ma mio padre salvò diverse persone allontanandole dall'incendio". 

Le missioni antincendio, spiega Alessandro, erano "pericolose, perché i nostri arerei non erano stati progettati per quello scopo". Alessandro e i suoi due fratelli (uno è vice ispettore di polizia, l'altro ha tentato di entrare in aeronautica), quando il padre se n'è andato erano già grandi, con un lavoro. Ma gli altri membri dell'equipaggio che hanno visto la morte, hanno lasciato figli molto piccoli. L'aeronautica ha fatto poco o niente, le cose sono cambiate negli anni '90, dopo altri incidenti, come quello in Bosnia in cui un aereo è stato abbattuto da un missile". 

Anche Michele Calandini ha sempre sognato di seguire le orme paterne, carabiniere del gruppo S.e.t.a.f., una forza di intervento  rapida alle dirette dipendenze del Comando delle forze dell'U.S. Army in Europa. La sera del 25 novembre 1975, alla guida della Guzzi di servizio, stava rientrando da Aviano, dove aveva scortato un convoglio militare statunitense, e un tragico incidente è stato fatale. Michele porta il nome del padre, che non ha mai conosciuto perché doveva ancora nascere. I suoi fratelli, gemelli, avevano 16 mesi. 

A 18 anni Michele ha cercato di entrare nell'Arma, ma a causa di una patologia cardiaca la sua richiesta non è stata accolta. "Eppure ho lavorato 16 anni in fabbrica – spiega – a volte per oltre 15 ore al giorno. Ma dopo la rinuncia all'Arma, e tanti anni di lavoro duro, finalmente io e mio fratello Luca siamo in polizia. E la mia bambina, che ha 21 mesi, si chiama come il nonno, Michela. A volte penso che nella sfortuna di aver perso mio padre, sia stato meglio non conoscerlo. E poi mia madre non ci ha fatto mai pesare la situazione". 

Infine la storia di Palmira Mazzieri, intensa e toccante. Palmira oggi è vicedirettore della filiale della Cassa di risparmio di Lucca, ex Banca di Novara, a Terni. Proprio lì davanti, il 31 ottobre del '77, suo padre, Cesare Mazzieri, in polizia dal '55 e in servizio alla Questura umbra, è rimasto vittima di una banda criminale di rapinatori che aveva preso di mira l'istituto di credito e che al tempo si era macchiata di numerosi crimini: oltre 30 rapine, alcune con armi da guerra e assalti alle carceri per liberare membri dell'organizzazione. Una banda che faceva capo a nomi come Renato Vallanzasca.

"Quella banda finanziava la propria attività con le rapine – racconta Palmira – e quel giorno scese a Terni. Mio padre restò ferito in una sparatoria, fu trasportato in ospedale, ma non perse la lucidità anche in punto di morte. Trovò il tempo di dire a mia madre quello che era il suo disegno per la nostra famiglia: le chiese di continuare a prendersi cura dei nonni paterni, e mia mamma ha seguito la sua volontà. Le disse che era importante che io e mio fratello seguissimo gli studi fino all'università, e di fare attenzione a ciò che avremmo incontrato durante la vita". 

Palmira, allora, frequentava il quinto ginnasio, suo fratello la prima media: quel giorno, racconta, come ogni giorno dopo la scuola, la famiglia doveva incontrarsi su una via parallela alla banca per tornare a casa. Ma il padre non arrivava, tanto che sua madre si spazientì. Poco dopo, la tragica notizia li raggiunse. "La mia reazione fu brutale – spiega – ebbi un crollo psicologico a scuola. La preside chiamò mia madre: mi avrebbero bocciato. Mi sono trasferita al convitto degli orfani dei dipendenti statali a Spoleto. Lì ho recuperato le forze e ci sono rimasta fino al diploma, poi la laurea in giurisprudenza". 

Solo recentemente, rivela la donna, che oggi ha 48 anni e due figli, "sto rivivendo e comprendendo il lavoro di mio padre, perché ci hanno sempre tenuti distanti da quel mondo e la questura non si è mai preoccupata di darci un sostegno morale. Non mi è stata data la possibilità di riflettere sulla possibilità di seguire le orme di mio padre, ci ho riflettuto qualche tempo fa, in visita al Sacrario dei caduti della polizia che si trova a Roma, a Trastevere. Davanti la lapide di mio padre ho realizzato che non avevo mai preso in considerazione la possibilità di indossare la divisa".

L'Associazione Vittime del dovere è stata di grande conforto per Palmira: "se non ci fossimo associati sarebbe stato ancora più difficile: il figlio di un genitore deceduto per morte violenta è particolare, ti porti questa condizione dentro, non è retorica ma certe volte, ancora oggi, fatico a capire, e l'associazione è uno sfogo. Se i miei figli volessero entrare nel mondo militare, accetterei con molto onore e piacere. Se me lo chiedessero vorrei che lo facessero in maniera serena, onorando il nonno". 

Il figlio maggiore di Palmira frequenta il terzo liceo scientifico, e di recente ha fatto un tema sull'uomo che non ha mai conosciuto (anche se non sembra), in cui ha scritto: "Rivedo negli insegnamenti di mia madre, i tuoi, nonno". "Lui non sa che l'ho avuto dalla sua professoressa e lo custodisco – dice Palmira – ma credo che abbia riflettuto sul fatto di non perdere mai gli insegnamenti di chi ha seminato qualcosa di importante".