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Arbitrato: le nuove norme al centro delle perplessità dei giuslavoristi

A fronte della dichiarazione congiunta siglata con alcune delle parti sociali al ministero del Lavoro, il ddl lavoro continua a dividere.

» Cronaca Lavoro Silvia D'Ambrosi - 18/03/2010

Giovedì 11 marzo è stato fissato un incontro con le parti sociali al ministero del Lavoro per cercare un possibile compromesso sulla vicenda 'arbitrato', la più controversa, connessa con l'approvazione del disegno di legge 1167-B, che introduce la possibilità preventiva di ricorrere all'arbitro invece che al giudice, in caso di controversie di lavoro. 

La dichiarazione congiunta, esito dell'incontro, sotolinea che "le parti riconoscono l'utilità dell'arbitrato, scelto liberamente e in modo consapevole, in quanto strumento idoneo a garantire una soluzione tempestiva delle controversie in materia di lavoro (…) e si impegnano a definire con tempestività un accordo interconfederale, escludendo che il ricorso delle parti alle clausole compromissorie poste al momento dell'assunzione possa riguardare le controversie relative alla risoluzione del rapporto di lavoro". 

Sul fronte sindacale, però, l'incontro non è ha visto la presenza della CGIL che, anzi, ha manifestato in piazza il giorno seguente anche contro questa nuova disposizione che è "meno garantista per il lavoratore, rispetto alla tutela giurisdizionale assicurata da un magistrato della Repubblica. Sulla stessa linea Alfonso Gianni, già Sottosegretario del ministero dello Sviluppo economico nella scorsa legislatura, e più volte membro della Commissione Lavoro Pubblico e Privato della Camera dei Deputati.

Tra le diverse misure del 'collegato lavoro', ha suscitato scalpore l'articolo 31 del ddl che ha introdotto rimedi alternativi, facoltativi e volontari al ricorso al giudice del lavoro: il collegio arbitrale. Dottor Gianni, lei ritiene si tratti di una possibilità di scelta in più per il lavoratore?
"Non si tratta affatto di una scelta in più offerta al lavoratore. Al contrario, si tratta di un ricatto. Il lavoratore deve scegliere all'atto della stipula del rapporto di lavoro se un giudice o un arbitro per risolvere le proprie controversie di lavoro. La risposta del lavoratore sarà sempre condizionata dall'esigenza di non perdere l'occasione lavorativa e quindi sceglierà la soluzione meno rischiosa per l'impresa: l'intervento di un arbitro. Questi potrà decidere secondo equità, come si suole dire, cioè indipendentemente da leggi e contratti". 

Quali sono i dubbi a livello costituzionale?
"La nuova norma presenta inquietanti profili di incostituzionalità, in particolare riguardo l'articolo 24 della Carta Costituzionale, poiché toglie al lavoratore ogni garanzia giurisdizionale. Il primo comma del citato articolo recita: "Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi", ma in base alla legge in questione i lavoratori dipendenti non farebbero più parte di quei 'tutti'! Non solo, la nuova legge prevede che, anche quando l'intervento del giudice è previsto e  possibile, questo debba esercitarsi entro i limiti della avvenuta certificazione del contratto di lavoro, decisa dalle apposite commissioni istituite dal decreto legislativo 276 del 2003 in applicazione della famosa legge 30. In altre parole, il giudice, anziché sottostare alla legge, dovrebbe essere l'esecutore delle volontà delle commissioni di certificazione. Siamo ben al di fuori del dettato costituzionale. Infine, va osservato che in questo modo si vuole minare l'esistenza stessa di un contratto collettivo di lavoro, preferendo ad esso forme di contratto individuale".

Tra le novità introdotte anche quella dell'apprendistato a 15 anni, che di fatto abbassa l'obbligo scolastico, in controtendenza con le scelte di altri paesi e con  il Trattato di Lisbona.
"Non solo la norma introdotta contraddice il Trattato di Lisbona e le migliori tendenze dei paesi più avanzati nella Ue, ma anche quanto era stato disposto  dal precedente governo Prodi, che appunto aveva stabilito di innalzare l'obbligo scolastico fino al sedicesimo anno di età, quale primo gradino per portarlo successivamente a 18. Questa legge vuole tornare indietro, equiparando l'apprendistato, cioè il lavoro, a un anno di studio effettivo. Difficile immaginare una norma che mostri minore considerazione per una esigenza fondamentale della nostra economia: la formazione, la qualificazione dei giovani. L'Italia è un paese da anni in declino industriale, ben precedente alla crisi attuale, proprio perché la produttività del lavoro, ma anche quella del capitale, è all'ultimo posto nei trenta paesi che fanno parte dell'Ocse. Si può risalire la china solo aumentando la formazione di base dei futuri lavoratori, e non con qualche acquisizione pratica acquisita sul lavoro. Anche questa è necessaria, naturalmente, ma non può sostituirsi né contrapporsi alla formazione scolastica. Prima che dei lavoratori dobbiamo formare dei cittadini consapevoli. Altrimenti assisteremo al declino economico e civile del nostro paese".

LINK
Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali - Dichiarazione comune sull'arbitrato
CGIL sul Ddl Lavoro