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Sudafrica 2010: lavoratori sfruttati, sospesa la produzione della mascotte

Turni di lavoro di 13 ore e una paga di 2 euro al giorno per gli operai della fabbrica cinese che produce il pupazzo simbolo dell?evento. Bloccata la creazione di 2,3 milioni di pezzi. Polemiche nel paese africano, ma non è la prima volta che accade.

» Calcio Gianluca Colletta - 10/03/2010

Olimpiadi, mondiali e grandi eventi sportivi. Tutti ormai hanno una mascotte e il giro d'affari legato al merchandising è altissimo. Dietro a queste manifestazioni però c'è sempre più spesso un aspetto inquietante, legato allo sfruttamento dei lavoratori, minorili e non solo. È accaduto per i Giochi di Pechino 2008, sta succedendo nuovamente per i mondiali di Sudafrica 2010.

Si è scoperto infatti che per fabbricare pupazzi, peluches e gadget che riproducevano il portafortuna del più atteso appuntamento calcistico dell'anno, si ricorreva a operai cinesi sottopagati, circa 2 euro al giorno, costretti a turni massacranti, 13-14 ore consecutive, in ambienti spesso malsani e ridotti in condizione simili alla schiavitù.

La produzione delle Mascotte, pari a 2miloni e 300mila pezzi, è stata subito fermata dalla 'Global Brands Group'. La compagnia, con sede a Singapore e detentrice dei diritti per la fabbricazione del merchandising ufficiale della Coppa del Mondo, in seguito ad un'ispezione eseguita a sorpresa, ha riscontrato condizioni di lavoro disumane degli operai della 'Shanghai Fashion Plastic Products & Gifts', a cui era stato affidato l'incarico in subappalto.

Il controllo si era reso necessario dopo che a gennaio un reportage della testata britannica News of the World denunciò che l'azienda cinese produttrice pagava salari da fame ai dipendenti, costretti a lavorare in condizioni squallide. La ditta appaltatrice avviò così una serie di controlli e nel rapporto redatto al termine dell'ispezione è stato verificato che la fabbrica non rispetta il codice di condotta stabilito dalla Fifa per i suoi fornitori. Ora l'azienda di deve adeguare ai parametri richiesti per non perdere l'autorizzazione alla produzione della mascotte.

L'incolpevole Zakumi, questo il nome del portafortuna, è un allegro leopardo dai capelli verdi, come il colore dei campi da calcio, nato dalla matita di Andries Odendaal. Il suo nome è formato da 'Za', che indica il Sudafrica, e 'kumi', traduzione in molte lingue africane di 'dieci', ovvero il numero delle città che ospiteranno le partite. "Rappresenta - ha detto il segretario generale della FIFA, Jèrome Valcke - il paese, la geografia e lo spirito sudafricani, e impersonifica l'essenza del Mondiale 2010". "Zakumi - spiega Danny Jordaan, presidente del comitato organizzatore Sudafrica 2010 - è nato nel 1994, e condivide così l'anniversario della democrazia nel nostro paese. È giovane, pieno di energia, intelligente ed ambizioso, un'autentica ispirazione per giovani e meno giovani di tutti i paesi".

Episodi simili sono all'ordine del giorno in Cina. Oltre ai soliti problemi, legati ai grandi marchi della moda e portati alla luce in passato da molte Ong, già prima dei Giochi di Pechino 2008 si era assistito a denunce di questo tipo. Una campagna, che richiamava alla responsabilità verso i lavoratori, era stata lanciata, dopo che la ricerca Play Fair at the Olympics aveva rilevato la violazione dei diritti dei lavoratori. Anche in questo caso gli operai erano costretti a turni di lavoro massacranti (18 ore di lavoro senza pause per 7 giorni alla settimana), per far arrivare i prodotti sul mercato in tempo per le Olimpiadi.

In Sudafrica la notizia non è passata di certo inosservata. La principale unione sindacale sudafricana (COSATU) ha preannunciato azioni di boicottaggio e accusato la Fifa (Federazione internazionale del calcio), che ha approvato il contratto, di tradire l'impegno preso quando aveva assicurato che i Mondiali avrebbero rappresentato una grossa opportunità per creare nuovi posti di lavoro in Sudafrica. In tanti hanno chiesto perché la produzione di Zakumi non sia stata affidata alle ditte locali. La maggior parte del merchandising è prodotto fuori dal Paese, che intanto soffoca, strozzato da tassi di disoccupazione superiori al 25%.