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Sanità elettronica: telemedicina d'eccellenza al San Giovanni di Roma

Il progetto sperimentale dell'ospedale capitolino è considerato un servizio tecnologico esemplare. Punti forti dell'innovazione, risparmio sui soldi pubblici e sfoltimento di reparti e pronto soccorso.

» Salute e Prevenzione Paola Simonetti - 01/03/2010

Con una strumentazione d'avanguardia contenuta in una valigetta poco più grande di una ventiquattrore, un paziente può essere curato e seguito a casa propria fuori dai percorsi delle lunghe degenze, circondato dai suoi cari. All'ospedale San Giovanni Addolorata di Roma il futuro è attuale quotidianità. Un esempio tangibile di come l'innovazione tecnologica potrebbe riflettersi a largo raggio sui percorsi sanitari dei pazienti, ma anche sulle casse della sanità pubblica.

Grazie ad un finanziamento messo a disposizione dalla Regione Lazio, il nosocomio capitolino ha infatti visto di recente il potenziamento dell'Unità operativa di telemedicina. "Un salto tecnologico avviato con la diffusione nei processi clinici di soluzioni per la comunicazione interna di dati ed immagini – ha avuto modo di sottolineare Luigi D'Elia, direttore generale dell'azienda ospedaliera San Giovanni - ci ha spinto a implementare e costruire ulteriori razionali prospettive incentrate sul paziente".

Il progetto, di successo, è stato esportato dall'ospedale romano anche in Africa, con la collaborazione della comunità di Sant'Egidio; una metodologia che, nel continente africano, consente di seguire ben 80mila pazienti. Tuttavia, non sono mancate le difficoltà, "soprattutto riguardo gli ostacoli legati ad una organizzazione ben oliata - ha precisato al Nanni Magazine Michelangelo Bartolo, responsabile del servizio -. La messa a regime di percorsi sanitari innovativi è spesso il capitolo più problematico, perché si batte un terreno vergine".

Ma i risultati non hanno tardato ad arrivare: "Il servizio, che in un anno e mezzo ha seguito circa 330 pazienti, ha fatto risparmiare alla sanità regionale 750mila euro di ricoveri e accessi al pronto soccorso – ha aggiunto Bartolo - senza diminuire l'accuratezza della diagnostica e degli interventi terapeutici". 

La gamma della tecnologie appontate nell'ospedale romano va dalla telediagnosi cardiologica, in collegamento con centri sanitari in Tanzania, all'area di teleassistenza per i pazienti con dimissione protetta dal Dipartimento emergenza e accettazione (Dea), che ha evitato il ricovero di utenti affetti da fibrillazione atriale cardiovertita, con scompenso cardiaco, Parkinson, tumori, diabete, ipertensione, ulcerazione agli arti, roncopneumopatia cronica ostruttiva. È stata poi dedicata un'area di telediagnostica per gli ospiti in comunità e un'area della formazione ed aggiornamento professionale, per medici e personale infermieristico degli ospedali.

L'applicazione della telemedicina è in grado di evitare il ricovero per pazienti sofferenti diverse patologie. Le più tipiche sono quelle cardiologiche, in particolare la fibrillazione atriale che vede un'incidenza non trascurabile anche su persone piuttosto giovani. "Nell'iter classico, i pazienti che hanno accesso al pronto soccorso per aritmia cardiaca, vengono trattati con farmaci o con defibrillazione, dopo la quale è necessario il ricovero per tenere il malato in osservazione - spiega il responsabile dell'unità -. Con la telemedicina siamo di in grado di dotare il paziente di una tecnologia che gli consente di essere controllato e curato a distanza, a patto che non ci siano gravi complicanze". 

Il meccanismo è semplice e veloce: dopo l'apertura di una classica cartella clinica sul  computer dell'unità ospedaliera, al paziente, accompagnato da un familiare di riferimento, viene consegnata la strumentazione necessaria con le dovute istruzioni. "Gli viene fornita una valigetta un po' più grande di una 24 ore, dove c'è un computer palmare, un elettrocardiografo, un lettore della pressione, e poi, a seconda della tipologia di paziente, possiamo mettere un glucometro per misurare la glicemia se si tratta di diabetici, oppure un saturi metro per controllare il livello di ossigeno nel sangue".

Una volta a casa propria, al paziente viene chiesto di inviare dei rilevamenti attraverso foto o dati spediti via computer all'unità ospedaliera; dati che vengono analizzati da uno staff infermieristico e, se necessario, sottoposti agli specialisti di riferimento. "Nel caso di anomalie o disturbi – aggiunge Bartolo -, il paziente a distanza riceve le indicazioni terapeutiche del caso o il suggerimento di tornare in ospedale per accertamenti più specifici". 

Il paziente si sente finalmente 'persona'. I malati, dunque, ricevono tutta l'assistenza necessaria e comunque prevista in un normale ricovero. "Ma a fare la differenza – spiega il dottore del San Giovanni -, c'è la telefonata che lo staff fa al paziente ogni giorno, per assicurarsi che tutto vada bene. Questi ultimi si sentono rassicurati  e seguiti". Al dottor Bartolo non sono mancati anche casi di pazienti terminali, seguiti fino alla fine, "hanno potuto vivere gli ultimi momenti a casa propria, circondati dalla famiglia, invece che in un letto d'ospedale".

Sono enormi le potenzialità future di una tale metodologia. Una carta vincente sotto molto punti di vista, secondo Bartolo, economico, sanitario e sociale, che potrebbe trovare applicazione in moltissime realtà al di fuori di quella ospedaliera. "La prospettiva è di esportare la telemedicina in contesti che ne trarrebbero uno straordinario beneficio – conclude -, come le case di risposo per anziani, ad esempio, o i più diversi tipi di comunità. Si farebbe risparmiare la sanità pubblica, mantenendo un alto livello di risposta sanitaria".