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Sanità elettronica: in Italia molte potenzialità, ma poca pratica

Penisola in ritardo sulla diffusione di metodi altamente tecnologici nelle strutture sanitarie pubbliche. Lo rivela una ricerca di Federsanità Anci e Forum Pa: numerose aziende posseggono già gli strumenti, ma peccano di organizzazione applicativa.

» Salute e Prevenzione Paola Simonetti - 01/03/2010

Arranca l'innovazione tecnologica nella sanità italiana. Non certo nell'approvigionamento di strumenti all'avanguardia, quanto piuttosto sulla loro messa a regime. Potenzialità sprecate, che tolgono di fatto benefici al quotidiano dei cittadini italiani. Il quadro di un cammino mancato, lo ha tracciato una recente ricerca presentata Roma da Federsanità Anci e Forum Pa, sui cosiddetti Livelli di Innovazione Tecnologica In Sanità (LITIS).

I dati, raccolti su un vasto campione di direttori generali delle aziende sanitarie (147 su 220), parlano chiaro: il pagamento del ticket via web è disponibile soltanto nel 7 per cento delle aziende sanitarie; la possibilità di prenotare gli esami su internet è offerta dal 22 per cento delle strutture, ma spesso è riservata soltanto ad alcune tipologie di prestazioni; solo nel 19 per cento dei casi i pazienti possono accedere on line ai referti digitali e un numero minimo di aziende (il 5 per cento) consente ai propri assistiti di gestire pratiche amministrative via web.

Ancora agli albori soprattutto la telemedicina. Solo il 18 per cento delle strutture pubbliche ha attivato progetti pilota di teleconsulto e telemonitoraggio dei dati biomedici dei pazienti; il telecontrollo di malati cronici o anziani è presente nel 13 per cento dei casi, mentre sono quasi inesistenti gli altri servizi: la telecompagnia (2 per cento), ossia la possibilità di assistere a distanza, non soltanto dal punto di vista sanitario, ma anche sociale, anziani o più in generale persone sole, e la teleriabilitazione, fanalino di coda con appena l'1 per cento delle aziende sanitarie.

Lo studio ha messo in luce non solo la semplice presenza di strumenti tecnologici all'interno delle struttura pubbliche, ma i servizi innovativi realmente attivati (prescrizioni elettroniche, certificati digitali, fascicolo sanitario elettronico, gestione integrata delle patologie, telemedicina). Fattore di spicco, è proprio la costatazione della presenza in moltissime aziende di atrezzature già altamente adeguate per un pieno sviluppo della sanità elettronica (ad esempio infrastrutture e applicazioni software in grado di produrre documenti digitali), a fronte invece di un atavico ritardo nella realizzazione concreta di processi e servizi innovativi. Critico anche il nodo della ormai famigerata forbice Nord-Sud: l'innovazione tecnologica infatti si rivela estremamente disomogenea nella sua diffusione, con rilevanti differenti fra il Settentrione e il Mezzogiorno.

Un ritardo di settore che si rivela uno dei tanti paradossi italiani: le aziende sanitarie si attrezzano per la sanità digitale, anche in funzione degli obiettivi del Piano eGov 2012, che ha individuato in questo settore un asse portante su cui investire, ma le ricadute effettive sulla vita dei pazienti sono molto inferiori a quelle rilevabili su altri ambiti cruciali, come l'e-banking e i viaggi.

Obiettivo della ricerca LITIS  è, a detta dei suoi promotori "acquisire conoscenza per poter pianificare strategie di innovazione non episodiche, ma di ampio respiro. Basta dunque con gli investimenti a pioggia – sottolinea Federsanità -: nasce un modello sulla base del quale misurare, d'ora in avanti, i progressi di ciascuna struttura e pianificare interventi in grado di accelerare il processo di innovazione, mettendo l'organizzazione sanitaria in grado di rispondere alle esigenze del territorio in maniera più efficiente e senza sprechi".

 
DOCUMENTI
- I dati della ricerca