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INTERVISTA - Restauratori: Fillea, "possibilità per tutti di accedere alla prova di idoneità"

Livia Potolicchio "dal Mibac indicazioni contrastanti che penalizzano i lavoratori, la paura è quella di una sanatoria generale".

» Professioni Gianluca Colletta - 26/02/2010

Forse non tutti sanno che nonostante il lavoro del restauratore richieda attenzione, precisione e una manualità equiparabile a quella di un artigiano, la loro attività si svolge prevalentemente in un cantiere. Per questo il loro contratto nazionale si rifà a quello degli edili.

"Non è una discrepanza - spiega Livia Potolicchio, segretaria nazionale della Fillea-Cgil, con delega al restauro -. Si lavora molto spesso accanto a figure operaie. È come dire che nel contratto degli edili non ci debbano essere gli architetti o gli ingegneri. Non parliamo di operai di primo livello, ma di figure laureate che hanno delle competenze e compiono interventi diversi".

Sono passati circa sette mesi dal Decreto ministeriale n. 53 che ha creato scompiglio in questo settore. Qual è ora il quadro generale?
"In questi anni nel settore del restauro ci sono stati problemi legati alle qualifiche professionali e alle competenze ad esse attribuite. Abbiamo avuto formazione di restauratori sia nelle scuole statali che regionali, dalle quali sono usciti la maggior parte dei lavoratori. Il ministero ha, giustamente, cercato di regolare il settore dal punto di vista delle qualifiche e, dal 2000 ad oggi, sono state emanate tutta una serie di normative con cui si cerca di definire i percorsi professionali e di alta formazione che vanno a creare le figure di restauratore e collaboratore restauratore".

Dov'è il problema?

"Riguarda il pregresso, cioè tutta la situazione che, fino al momento in cui si decide di regolamentare il settore, si è accavallata attraverso percorsi formativi di tipo diverso, persone che hanno avuto accesso tramite il lavoro e non attraverso i corsi. È una situazione variegata e complessa. Per il decreto n. 53, l'attività svolta non è sufficiente per ottenere il titolo di restauratore, non permette l'accesso alla prova di idoneità e, ciò che a mio avviso è addirittura peggio, al titolo di collaboratore restauratore, ottenuto attraverso un percorso formativo riconosciuto a livello regionale. È giusto stabilire regole per il futuro, ma bisogna salvaguardare tutto un mondo di lavoratori che fino ad oggi hanno permesso il funzionamento dei cantieri di restauro, che non  vengono riconosciuti e rischiano di rimanere fuori dal mercato".

A che punto sono i contatti avviati con il ministero dei Beni e delle attività culturali?

"Ci sono stati degli incontri e degli scambi di idee. Abbiamo presentato delle osservazioni al ministero per i Beni e le attività culturali (Mibac), con un documento congiunto con gli altri sindacati di Cisl e Uil. Bisognava rivedere i termini di consegna per iscriversi al concorso, che a nostro avviso avevano tempi molto stretti e procedure non chiare. Questo ci è stato concesso, così come è accaduto con l'ultimo decreto milleproroghe, per la data utile per poter dimostrare la propria professionalità, che era ferma al 2001 ed è stata spostata al 2009".

Cos'altro chiedete?

"La documentazione richiesta ai lavoratori è impossibile da poter produrre. Nonostante il prolungamento dei tempi, a non funzionare è il sistema sul quale è impostata la dimostrazione della professionalità. La conseguenza è che dall'accesso alla selezione sono rimasti fuori molti lavoratori. È inoltre sbagliato fare un esame uguale per poter accedere al titolo di restauratore e collaboratore restauratore, perché hanno qualifiche diverse e quindi non si possono chiedere loro le stesse cose. Un po' come se ci fosse un esame unico per architetti e geometri, che svolgono funzioni diverse. Il timore del ministero è quella di una sanatoria indiscriminata in cui tutti vengano regolarizzati, ma non è così. Noi chiediamo semplicemente che venga data ad un operatore del settore la possibilità di accedere alla prova di idoneità. La discussione su questo tema deve essere più seria e profonda. Ad esempio ci sono delle contraddizioni in ciò che dice il Mibac, secondo il quale le imprese possono applicare qualsiasi tipo di contratto, ma poi non tutti vengono riconosciuti per l'accesso alla selezione. Abbiamo indicazioni contrastanti che vanno a penalizzare sempre i lavoratori".

Però chi ha raggiunto i requisiti al 2009, e non più al 2001 come era in un primo momento, può ritenersi tranquillo?

"Il problema resta. Per dimostrare di avere le carte in regola devo avere una responsabilità diretta nella gestione tecnica e mostrare un certificato di buon esito dei lavori, che attesti anche il periodo precedente. E anche il recupero di questo documento è difficile, perché per quelli che hanno lavorato prima non esiste, e questa è una denuncia compiuta dall'autorità di vigilanza. Per i periodi successivi al 2001, invece, c'è un problema di reperibilità da parte dei datori di lavoro. Questi ultimi, infatti, dovrebbero certificare che una persona ha prestato servizio come restauratore e non come collaboratore, ma intervengono tutta una serie di fattori che frenano, dalla concorrenza alla paura di una rivendicazione sindacale e di adeguamento contrattuale. Bisogna trovare un sistema che permetta l'accesso indifferenziato alla prova di idoneità per stabilire e dimostrare le proprie competenze".

In ogni caso si sta cercando di creare un fronte comune tra restauratori, imprese e dipendenti per arrivare a soluzioni concrete. Qual è la situazione da questo punto di vista?
"Al momento ci sono una serie di confronti in atto. Anche le imprese artigiane hanno lo stesso problema di qualificazione. Pensiamo a ditte che hanno lavoratori stabili e non a progetto, con una struttura solida, persone delle quali si fidano cui non viene riconosciuto il titolo. Ci si ritrova con un potenziale umano magari estremamente qualificato, ma che non ha i titoli necessari riconosciuti a livello statale. Questo è uno dei punti di contatto che va a minare la forza lavoro delle imprese. Nel complesso è l'intera equipe che determina la qualità dell'intervento che l'impresa riesce a fare. Per ora siamo a livello di interlocuzione e bisognerà riuscire a capire come portare avanti insieme questa battaglia, soprattutto coinvolgendo il ministero".

Ci sono stati ricorsi al Tar ed è stata sollevata l'incostituzionalità dei decreti approvati…

"Al momento la situazione è ferma perché stiamo aspettando la sentenza del Tar, che arriverà tra pochi mesi. Le obiezioni che abbiamo sollevato sono evidenti. Abbiamo un governo che nella riforma della scuola parla di professionalità. D'altro canto, però, non viene riconosciuta alle persone che  una formazione ce l'hanno già. Chi si è formato con corsi regionali negli anni '90 ha un titolo che non viene considerato valido dal ministero. Si tratta di restauratori che hanno studiato seguendo percorsi formativi riconosciuti, che adesso non vanno più bene e quindi devono ripetere un esame che hanno già fatto. Aspetteremo la sentenza del Tar. È speranza di tutti che questa partita si chiuda in maniera condivisa e armonica, tutelando chi fino ad oggi ha permesso ai nostri beni culturali di essere salvaguardati".