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Restauratori: dopo il decreto del Mibac, è polemica sull'accesso alla professione

Oltre 20mila gli addetti al settore che rischiano la disoccupazione. I documenti per la selezione pubblica difficili da reperire, mentre i requisiti richiesti devono essere stati maturati entro il 2001. Non vale il lavoro svolto negli ultimi 10 anni.

» Professioni Gianluca Colletta - 26/02/2010

"Impara l’arte e mettiti da parte". Questo lo striscione dietro il quale si riuniscono i restauratori. La categoria è in agitazione dallo scorso luglio, quando il Decreto Ministeriale numero 53 ha apportato una serie di modifiche per l'accesso alla professione, che sarà ora possibile solo attraverso un determinato percorso formativo o lavorativo, e l'impossibilità per le regioni di organizzare appositi corsi riconosciuti.

Sono circa 20mila le persone che ora rischiano di ritrovarsi senza lavoro, né futuro. La loro unica speranza è di superare una selezione pubblica, ma in molti rischiano di non potervi partecipare a causa della documentazione da presentare. I requisiti richiesti, infatti, devono essere maturati entro il 2001, vanificando per i giovani restauratori 10 anni di attività. Inoltre, molti certificati all'epoca non esistevano o non era necessario averli, e anche trovarli, in caso di fallimento dell'impresa datrice di lavoro, è quasi impossibile, visto che il termine di 5 anni obbligatorio per legge per la conservazione dei documenti è scaduto.

Tante le storie simili a quella di Silvia Milana. "Facevo la restauratrice - ci racconta - fino a qualche mese fa. L'ho fatto per 10 anni. Ho iniziato con un corso regionale, riconosciuto dal ministero e finanziato dalla Comunità europea. Ho una laurea in storia dell'arte e ho cercato sempre di crearmi una formazione e una professionalità per affrontare questo lavoro. Adesso, secondo la legge, non sono più nulla. Il mio corso non vale, se non per avere accesso a questo famigerato concorso valido per 'vincere' un titolo professionale. Tra l'altro, a causa della crisi economica che investe tutto il Paese e a causa di questa situazione, da mesi sono senza lavoro!"

Diversi i problemi riguardanti l'accesso alla selezione. "Al concorso - continua - posso partecipare in virtù della mia scuola regionale, e non si capisce perché sia valida per accedere al concorso, per aggiungere anni di professionalità certificata e per ottenere la qualifica di restauratore, anche se non posso rientrarvi per motivi di età, ma non è riconosciuta per diventare un collaboratore restauratore. Ho fatto un corso di due anni di 1600 ore, ma tutto questo, per continuare a svolgere il lavoro che ho sempre fatto, non vale. Un altro aspetto angosciante è che, se questo decreto passa senza modifiche, forse riesco a ottenere la qualifica di collaboratore, ma non avrò la possibilità di intraprendere una carriera professionale. Teoricamente potrebbe non cambiare nulla per me, però cambia la prospettiva. Non ho un futuro".

"La mia storia - dice una giovane restauratrice de L'Aquila che è voluta restare anonima - è quella di tante altre persone che si sono diplomate tramite corsi regionali, che all'epoca, parlo del '94, erano ancora assolutamente a norma. Dopo questa esperienza e un certificato con su scritto 'restauratore', ho pensato di poter intraprendere questo percorso, pur essendo consapevole di non provenire da un Istituto centrale e quindi non avendo un’alta formazione, che avrei supplito nel corso degli anni con l'esperienza. Il mondo del lavoro del restauro è davvero chiuso. Ti ritrovi all'interno di laboratori, a lavorare in nero, per delle ditte edili in sub appalto. La conseguenza è che non riesci ad avere, come richiesto dalla normativa, i requisiti necessari maturati entro il 2001 per partecipare alla selezione".

Eppure da quella data ad oggi in tanti sono riusciti a maturare l'esperienza necessaria. "Faccio parte - prosegue - di quei restauratori che oggi hanno i requisiti richiesti, perché dal 2000 ho iniziato a lavorare per le Soprintendenze, ma in realtà siamo tutti tagliati fuori. Finché la norma era transitoria pensavamo di poter continuare a lavorare e pensavamo che la legge definitiva non fosse retroattiva, come prevede la Costituzione. L'unica cosa che possiamo esigere è che ci venga riconosciuto meritocraticamente il nostro percorso. È una legge cucita addosso a un numero ristrettissimo di persone. Non è possibile che in  un Paese che si dice democratico accadano cose del genere".

E anche per i dipendenti del ministero dei Beni e delle attività culturali le cose non vanno meglio. Secondo Giovanna Bandini, funzionario della Soprintendenza speciale per i beni archeologici di Roma, la legge chiede che "i dipendenti pubblici conseguano la qualifica di restauratori. Qualora questo non accada non sono previste variazioni salariali, ma il lavoratore sarà adibito a mansioni diverse da quelle svolte fino ad allora. Tutto ciò risulta lesivo della dignità professionale. È incomprensibile come l'amministrazione spenda denaro pubblico per sottoporre il suo stesso personale a un'altra verifica, accorgendosi di non poter riconoscere come restauratori coloro che a suo tempo ha reso abili a svolgere tale attività".

DECRETI LEGISLATIVI DI ACCESSO ALLA PROFESSIONE
- Modifiche legislative all'articolo 182 del dl n.42 del 22 gennaio 2004
- Linee guida dell'articolo 182
- Decreto ministeriale n.53, 30 marzo 2009 (Mibac)
- Bando per i restauratori