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Dalai Lama: dalla politica alla religione, in guerra con la Cina da oltre mezzo secolo

Tutto è iniziato con la proclamazione della Repubblica Popolare. Dopo 10 anni di mire espansionistiche e battaglie per la resistenza, Tenzin Gyatso fugge in India. Oltre 6mila monasteri distrutti e oggi Pechino vuole nominare il prossimo Dalai Lama.

» Asia e Medio Oriente Redazione/GC - 18/02/2010

Ad ogni occasione, la Cina non perde l'opportunità di rivendicare la propria sovranità sul Tibet. Gli incontri e le visite internazionali di Tenzin Gyatso, il quattordicesimo Dalai Lama, sono spesso causa di scontri e querelle tra i paesi ospitanti e il governo di Pechino. È successo in Italia, in Francia e adesso anche negli Usa. Ma la questione dura ormai da più di 60 anni, con risvolti politici e religiosi.

Tutto è iniziato nel periodo compreso tra il 1914 ed il 1949, quando il caos dominava la Cina. In concomitanza con l'aggressione nipponica del 1931, nel Paese era in atto un sanguinoso scontro armato tra i nazionalisti del Guomindang (allora al potere) ed i comunisti di Mao Zedong. La vittoria di quest'ultimo, nel 1949, portò alla proclamazione della Repubblica popolare cinese che fece tornare alla ribalta la questione dei 'Territori separati dalla madrepatria', tra i quali il Tibet.

Il Dalai Lama e il Panchen Lama (seconda autorità religiosa buddista), allora adolescenti, inviarono messaggi in cui chiedevano la protezione della Cina dai nemici stranieri, la quale sfruttò la Guerra di Corea per occupare il Tibet. L'opinione pubblica mondiale venne colta di sorpresa quando, il 7 ottobre 1950, quarantamila soldati dell'Esercito di liberazione popolare dilagarono in tutto il Tibet orientale, uccidendo ottomila soldati male equipaggiati, e senza incontrare alcuna resistenza. Una settimana dopo, l'attuale Dalai Lama, Tenzin Gyatso, divenne maggiorenne, fu nominato sovrano del Tibet e firmò l'accordo noto come 'Trattato di liberazione pacifica'.

Nessuno stato sovrano, allora come oggi, ha mai riconosciuto l'indipendenza del Tibet e tutti i paesi del mondo considerano il territorio himalayano come una regione della Cina e non come una nazione indipendente. L'unico Paese che all'epoca sollevò la questione fu El Salvador.

Nel 1951 Pechino usò il Trattato per attuare un piano di trasformazione del Tibet in una colonia, senza tenere conto della forte resistenza da parte delle popolazioni locali. Privato dei territori settentrionali ed orientali, il 9 settembre 1951 dovette accogliere 3mila soldati cinesi da alloggiare nella capitale Lhasa e cambiare il proprio nome, adottando quello cinese di Xizang. Questa data segna la fine dell'indipendenza tibetana.

Lo scontro con la religione arrivò solo qualche anno più tardi, quando il buddismo fu accusato di essere un 'veleno'. Nel 1954, lontano da Lhasa, le milizie comuniste avevano cominciato a svuotare i monasteri e perseguitare il clero buddista. Approfittando dei dissidi in seno al Partito comunista cinese e con il supporto della CIA, il 10 marzo 1959 il movimento di resistenza tibetano si sollevò contro i cinesi. La repressione fu durissima. Furono schierati 150mila soldati che uccisero migliaia di uomini, donne e bambini nelle strade di Lhasa e nel resto del Paese. Una settimana dopo il Dalai Lama abbandonò la capitale per cercare asilo politico in India, a cui fu inoltrata più volte la richiesta di estradizione. Fu seguito da oltre 80mila profughi, che oggi, sparsi in tutto il mondo, sono diventati 130mila. Piccoli gruppi, in patria, continuarono la lotta fino al 1969. 

Dal 1950 venne distrutta la quasi totalità dei monasteri, oltre 6mila, molti dei quali secolari. Un gran numero di tibetani venne ucciso e molte migliaia furono arrestati, tra cui molti monaci e monache che ancora oggi affollano le carceri cinesi per reati politici legati alla richiesta di indipendenza. Dall'esilio il Dalai Lama non cerca più sostegno per l'indipendenza del Tibet, ma chiede la possibilità per il suo popolo di una vera autodeterminazione.

La situazione è diventata ancora più critica con la morte del Panchen Lama nel 1994. L'anno successivo, le autorità cinesi rapirono la supposta decima reincarnazione della seconda autorità religiosa buddista. Il potenziale undicesimo Panchen Lama fu identificato da Tenzin Gyatso nella persona di Gedhun Choekyi. Da allora non si hanno più sue notizie né della sua famiglia, e ufficialmente sono posti sotto la 'tutela protettiva' del governo di Pechino. Dal settembre 2007, inoltre, la Cina ha stabilito che tutti gli alti monaci tibetani devono essere nominati dal governo, così come le successive reincarnazioni del Dalai Lama. Una cosa simile avviene per i sacerdoti cristiani.